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La verità dell’uomo: una convenzione sociale o un dato inviolabile?
Seminario di studio: Madonna del Sasso (FI)
9 giugno 2001

Il mio intervento ha una configurazione teoretica diversa da quelli che lo hanno preceduto e da quelli che lo seguiranno: esso mira ad avere un carattere "fondazionale" nei confronti del dibattito odierno. Carattere fondazionale significa discorso che vuole mostrare le condizioni ultime del nostro ragionare sulle manipolazioni dei geni, i suoi pre-supposti ultimi. So bene quanto la cultura attuale sia allergica a questa preoccupazione "fondazionalista", giudicandola irrimediabilmente superata dagli ultimi sviluppi del pensiero. Ma riteniamo che questo superamento possa essere più detto che pensato, configurando quest’attitudine di rifiuto la situazione particolare d’interlocuzione già analizzata da Aristotele nel libro Gamma della Metafisica [cfr. C. Vigna, Ontologia metafisica e postmodernità, in Annuario di filosofia 2000, Mondadori ed., Milano 2000, pagg. 129-136].

La mia tesi è la seguente: l’ingegneria genetica, in maniera diretta quando applicata all’uomo e in maniera indiretta quando applicata al sub-umano, implica ultimamente la domanda se la persona umana è totalmente a disposizione della persona umana oppure se esista uno "zoccolo duro" indisponibile nei confronti degli altri.

Prima di procedere, debbo fare una precisazione. Questa domanda sull’uomo la giudico fondante nei confronti dell’ingegneria genetica non nel senso che la risposta ad essa entri nell’operazione ingegneristica come tale ma nel senso che guida chi quell’operazione conduce.

  1. Verità sull’uomo e consenso sociale: veritatem facit consensus.
  2. La mia riflessione parte dalla domanda se esistono dei criteri in base ai quali possono essere determinati dei limiti, oltrepassando i quali l’ingegneria genetica diventa un’impresa anti-umana, e fissati degli orientamenti seguendo i quali essa opera per il bene della persona umana.

    La risposta oggi più comune è che convivendo nelle nostre società contemporanee visioni contrarie circa ciò che è il bene/il male della persona, è necessario [ed è l’unica via praticabile] elaborare un "consenso minimo" senza essere costretti a venire meno ai propri personali convincimenti morali. E’ il consenso sociale costruito attraverso la pubblica discussione, che determina ciò che è giusto/ingiusto nell’ambito della ricerca scientifica e dell’applicazione tecnica.

    Questa posizione presuppone che non esista una verità su ciò che è bene/male dell’uomo, ma che, quando trattasi di questioni di valori, trattasi di questioni di pura preferenza personale, di sentimenti arazionali, di affermazioni non argomentabili razionalmente: pertanto la questione del bene/male dell’uomo deve rimanere fuori dall’areopago della discussione sui limiti/orientamenti morali della scienza e della tecnica.

    L’espressione, la manifestazione più paradossale di questa posizione sono quei talk show nei quali "la società dell’opinione tende a porre tutto sullo stesso piano, in una sorta di bazar indifferenziato, in cui ogni cosa e il suo contrario risultano meri optional all’insegna di un universale "parliamone"" [C. Magris, cit. da C. Vigna (a cura di), Introduzione all’etica, Vita e Pensiero ed., Milano 2001, pag. 292].

    Vorrei ora fare alcune osservazioni critiche su questa posizione.

    La prima. Sulla base di che cosa una persona entra nel dialogo per determinare limiti-orientamenti per la ricerca scientifica e la tecnica? O è per difendere degli interessi o è per dimostrare la verità delle proprie convinzioni.

    Se si tratta della prima eventualità, se non esiste un bene ma solo un utile, allora è giocoforza concludere che chi determina ricerca scientifica ed applicazione tecnica è il potente di turno per il raggiungimento dei propri interessi: "plus vis, quam ratio".

    Se si tratta della seconda ipotesi, allora ha ragione R. Spaemann a dire che "ciò che è decisivo, deve già essere accaduto, prima che il discorso abbia inizio" [cit. ibid. pag. 280]. Cioè: se si accetta questa ipotesi è perché si è convinti che la comune partecipazione alla stessa natura umana non consista esclusivamente nella capacità di pensare e parlare, ma anche in una certa condivisione delle stesse esperienze e valori morali. E’ per questo che penso di poter fare un discorso argomentato con l’altro su questioni morali. La tesi classica dell’universalità della legge morale naturale aveva questo significato profondo, a cui anche Paolo allude in Rom 2,14-15.

    La seconda. La posizione che sto criticando rende del tutto insignificante il concetto di limite morale della ricerca scientifica e delle tecnica, inteso come confine oltre il quale è prevaricazione morale dell’uomo.

    Tanto meglio, qualcuno potrebbe pensare! In realtà tanto peggio per l’uomo esposto di fatto alla possibilità di ogni prevaricazione. Delle due l’una, infatti. O nel dialogo è possibile richiamarsi ad una verità [sul bene] dell’uomo, superiore agli individui liberi coinvolti nel dialogo e al contempo dimorante in essi, oppure questo richiamo è impossibile non esistendo alcuna verità che non sia costituita dall’uomo stesso. Nel primo caso, si nega che tutto l’umano possa essere oggetto di negoziazione e quindi si ammette che esiste una base per giudicare, quando la scienza prevarica sull’uomo. Nel secondo caso, si afferma che la condizione sufficiente per determinare tutte le regole dell’agire in una società è esclusivamente il patto delle parti interessate e quindi, posta questa condizione, ogni agire è lecito: in linea di principio non esiste nessun limite. E l’uomo è a disposizione totale dell’uomo. La liberazione dell’uomo dall’affermazione della [esistenza di una] verità di se stesso implica l’insidia di poter identificare auto-assassinio e auto-realizzazione.

    Vorrei terminare con due semplici osservazioni degne, credo di attenta considerazione. Le parti più deboli restano escluse dalla contrattazione sociale [penso alla persona umana già concepita e non ancora nata] e quindi le più esposte alla prevaricazione. La posizione sopra criticata muove verso una riduzione dell’obbligo morale alla obbligatorietà giuridica. Nella storia spirituale dell’Occidente i grandi momenti che hanno scandito l’affermazione della libertà e dignità della persona, l’amore fraterno di Antigone, il demone socratico, la fede cristiana, l’imperativo categorico kantiano, hanno affermato il contrario.

  3. Verità sull’uomo e consenso sociale: veritas facit consensum

Vorrei ora tentare lo schizzo di un cammino di riflessione che mostra come esista quello "zoccolo duro" di umanità dell’uomo che non è a disposizione di nessuno. Le vie per vedere questa indisponibilità sono diverse. Mi limito a indicarne una: l’esperienza che ognuno di noi fa della necessità o obbligazione morale. Tale esperienza può essere denotata nel modo seguente: "posso – non sono costretto – devo – voglio", dove il momento sintetico più intenso spiritualmente è nel paradosso del "non sono costretto – devo". Che cosa in realtà accade nella persona quando vive questa esperienza? Vive l’esperienza di un legame che sorge mediante un atto di conoscenza, ma che non è causato dall’atto di conoscenza stessa, ma dal contenuto della conoscenza. Tommaso Moro non era costretto a firmare alla stessa maniera con cui era, come ogni uomo, costretto a pensare che 2+2=4. La "necessità" di non firmare era dovuta alla natura di un atto, era fondata sulla configurazione di un atto tale e che se compiuto avrebbe comportato un tradimento di se stesso.

Che cosa significa "tradire se stesso"? negare nei fatti, cioè mediante la propria scelta libera quanto ho affermato colla mia ragione come vero. Che senso ha qui la parola "vero"? significa un rapporto di convenienza fra l’atto e la persona umana come tale. La persona umana come tale, senza altre aggettivazioni di ogni genere; convenienza colla persona, rapporto tale che compiendo quell’atto la mia persona si realizza [= è buona, è nel bene].

L’esperienza della necessità morale mostra che nel momento in cui constatando la convenienza atto-persona, ho riconosciuto la verità sul bene della persona, ho posto me stesso sotto il dominio della verità stessa. Da questo momento posso realizzare me stesso solo confermando nella libera scelta la verità da me conosciuta colla mia ragione. Ciò che qui è in questione non è la verità di una proposizione, ma è il mio stesso essere/non essere come persona. Cioè: la verità sul mio io come persona umana. E’ una necessità insita nella persona umana come tale. Non è una necessità logica attinente al principio formale di non-contraddizione; ancor meno una necessità fisica attinente a qualche legge bio-chimica. E’ una necessità che non contraddice nel mio agire ciò che io sono: che non ci sia contraddizione esistenziale fra l’agire e l’essere. Questa necessità si chiama dovere. Solo in questo modo la persona è veramente libera, non soggetta a nessuna forza aliena: quando sottomette se stessa alla verità conosciuta da se stessa. "L’oltrepassarsi della libertà dell’uomo verso la verità, la sua autotrascendenza nella verità è la definizione stessa di libertà" [T. Styczen, Essere se stessi è trascendee se stessi, in K. Woityla, Persona e atto, Rusconi Libri, Rimini 1999, pag. 724].

Questa esperienza mostra come esista una verità sul bene della persona umana non costituito dalla persona stessa, non inventata ma scoperta, dalla cui subordinazione dipende la libertà della persona.

Conclusione

Mi piace concludere con una riflessione di E. Husserl: "nella miseria della nostra vita […] questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso. Le mere scienze di fatto creano meri uomini di fatto" [La crisi delle scienze europee, ed. il Saggiatore, Milano 1961, pag. 35].

Possiamo esistere come "meri fattori"; è questa la possibilità che oggi si presenta spesso come l’idealità. E’ l’uomo che ancora una volta è in questione, ed è di lui che dobbiamo aver cura più che di tutti gli idoli, compreso quello della scienza.