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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Incontro con i sacerdoti
«L’origine della vita umana: problemi etici»
Lugano, 9 febbraio 1987

[Testo trascritto da una registrazione audio]

 

[Saluti di mons. Chiappini e del vescovo mons. Eugenio Corecco]

 

Rileggevo in questi giorni un passo della “Presbyterorum Ordinis” ove il Concilio Vaticano II dice che noi sacerdoti, in forza del sacramento dell’Ordine, siamo stati configurati in modo singolare a Cristo, divenendo partecipi della sua missione salvifica. Credo che questo passo del Vaticano II sia la migliore introduzione alla riflessione che faremo questa mattina sui problemi etici implicati nella origine della vita umana. Infatti, se noi sacerdoti affrontiamo questo tema, lo facciamo perché siamo mossi da due grandi passioni spirituali: la passione della gloria di Dio, del riconoscimento di Dio come Dio, e la passione per la grandezza dell’uomo, per la grandezza di questa salvezza che oggi, forse per certi aspetti più di ieri, è continuamente minacciata. Prima di entrare nel nostro argomento vorrei fare due premesse molto importanti.

Prima premessa. Per varie ragioni che qui non è il caso di richiamare, l’uomo di oggi è venuto in possesso di due grandi possibilità. La prima è la possibilità di privare la sessualità umana della sua fertilità, di renderla deliberatamente infeconda. La seconda possibilità è quella di poter dare origine a una vita umana prescindendo completamente dall’esercizio della sessualità stessa e producendo persone umane in laboratorio. Queste due possibilità, la sessualità senza procreazione e la procreazione senza sessualità, pongono dal punto di vista etico due problemi fondamentali che possiamo enunciare nei seguenti termini.

Primo problema: è moralmente lecito un esercizio della sessualità che deliberatamente escluda la possibilità della procreazione? Secondo problema: è moralmente lecito porre le condizioni perché sorga una nuova vita umana prescindendo dall’esercizio della sessualità medesima? Questa mattina rifletteremo sul primo di questi problemi fondamentali. Quando parlo di esercizio della sessualità intendo esclusivamente la sessualità coniugale, se do un’accezione più ampia a questo termine vi avverto.

La seconda premessa è molto più importante. Sono sicuro che anche voi, nel vostro ministero pastorale, avrete fatto più di una volta un’esperienza che per il sacerdote è spesso fonte di profonda sofferenza e angoscia. Quando noi proponiamo, annunciamo certi valori si ha l’impressione che chi ci ascolta non solo non sia, ma non possa neanche essere sulla nostra lunghezza d’onda. Per quale ragione avviene questo, quando noi annunciamo la dottrina cattolica su questi due problemi? La ragione è che l’uomo non può comprendere questo discorso se non è in possesso di due atteggiamenti spirituali fondamentali. Se non si trova, i filosofi direbbero in un “ethos“, in una disposizione che è creata da due atteggiamenti fondamentali. Ho detto che non può comprendere, non ho detto che non può essere convinto, questo viene dopo. Uno può capire ciò che gli viene detto e non esserne convinto. Uno può capire e anche essere convinto. Quali sono questi due atteggiamenti che consentono all’uomo di percepire profondamente ciò di cui stiamo parlando questa mattina?

Primo atteggiamento. Se noi facciamo l’analisi chimica della Pietà di Michelangelo e di un qualsiasi pezzo di marmo, il risultato dell’analisi è esattamente identico. Se questo ipotetico chimico, da questa analisi della Pietà e di un blocco di marmo qualsiasi, concludesse che non c’è alcuna diversità direbbe una cosa vera e falsa al contempo. Non è solo l’occhio della chimica che è capace di vedere la Pietà. È possibile porre su quel marmo un altro occhio, guardarlo con un altro sguardo. Quando lo guardo con questo altro occhio vedo che quel pezzo di marmo è unico, possiede un valore, una preziosità che nessun altro pezzo di marmo possiede. Allora lo circondo di cristallo anti-proiettile, perché so che se venisse distrutto, l’umanità sarebbe inesorabilmente più povera. Ho percepito in esso la presenza di un valore che solo esso possiede. La sessualità umana dal punto di vista fisiologico, biologico, è esattamente uguale alla sessualità, p. es., dei primati. Ma c’è un occhio che vede nella sessualità umana una preziosità, un valore che non c’è nella sessualità dei primati. Quest’occhio è l’occhio dell’etica. Noi dobbiamo cercare di vedere con quest’occhio, altrimenti tutto il discorso che la Chiesa fa sull’origine della vita umana è un discorso che non ha assolutamente nessun senso.

Secondo atteggiamento. È l’atteggiamento mediante il quale noi percepiamo quello che io chiamo la umiltà del valore morale. Quando noi parliamo dei valori morali (il valore della giustizia, della fortezza, ecc.) noi pensiamo a un universo, o saremmo tentati di pensare come a una sorta di universo ideale che non ha in un certo senso nessun aggancio con l’universo reale nel quale viviamo ogni giorno. In realtà non è cosi. Il valore morale è un valore umile, non disdegna di venire ad abitare, di insediarsi anche negli avvenimenti, nei fatti, nei processi anche biologici più umili di questo mondo. Facciamo qualche esempio. L’atto più grande, più prezioso che possa accadere nell’universo creato è l’atto della libertà, è l’atto libero. Voi sapete che questo atto è reso possibile, è condizionato dai processi biochimici che avvengono nella corteccia cerebrale. Se questi processi biochimici non funzionano, l’atto della libertà non è possibile. Il valore morale è un valore umile. 

Voi sapete che lo zigote umano è di una piccolezza, dal punto di vista quantitativo, microscopica. La metà dello spessore di un’unghia. Eppure lo zigote umano è qualcosa di valore infinito perché non è qualcosa ma è qualcuno, portatore di un destino eterno. Il valore morale è un valore umile. Questo è il secondo atteggiamento nel quale noi per primi dobbiamo saperci collocare. Del resto, voi che vivete nella vita pastorale, sapete meglio di me queste cose. Sicuramente il vostro ministero pastorale vi ha fatto incontrare persone il cui nome è noto solo al Signore che in certi momenti della loro esistenza povera ed ignota a tutti hanno vissuto in una grandezza morale veramente incommensurabile. Il modo col quale certe persone hanno reagito all’ingiustizia, il modo col quale certe persone vivono situazioni di sofferenza fisica o spirituale nel silenzio più assoluto. Il valore morale è umile. Sant’Ignazio di Loyola dice che i grandi avvenimenti sono accaduti nel profondo nascondimento: l’Incarnazione del Verbo, p. es..

Queste erano le due premesse. Collocandoci in questi due atteggiamenti noi possiamo capire il discorso che ora cominciamo. Ri-enuncio allora il problema al quale cercheremo di dare una risposta. È moralmente lecito un esercizio della sessualità che deliberatamente escluda la possibilità della procreazione? Se esaminiamo attentamente questo problema vediamo che esso pone in realtà due domande.

Prima domanda: La deliberata esclusione della procreazione può avvenire fondamentalmente in due modi o con due mezzi. Con il ricorso alla contraccezione e ovviamente ancora di più con il ricorso alla sterilizzazione, che è una contraccezione permanente. Oppure con il ricorso al cosiddetto periodo di infertilità. Secondo aspetto del problema: Il ricorso all’uno o all’altro modo ovviamente è preceduto da una decisione: la decisione di non procreare o di non procreare più. Quindi il problema implica due domande fondamentali: 1) la domanda sulla liceità del ricorso alla contraccezione o del ricorso ai periodi infertili (compiere l’atto coniugale quando e perché si sa che in quel periodo la donna non è fertile); 2) la domanda sulla liceità di non procreare: è lecito a due sposi prendere questa decisione?

Prima domanda: liceità del ricorso alla contraccezione e/o ai periodi infertili. Il Magistero della Chiesa cattolica ha insegnato e insegna che il ricorso alla contraccezione è sempre, in qualsiasi circostanza, qualunque sia la ragione per cui ci si ricorre, è sempre in se stesso illecito. Questo insegnamento afferma la intrinseca illiceità della contraccezione e quindi, tanto più, della sterilizzazione che è una cosa più grave. Quali sono le ragioni di questa affermazione cosi radicale? E queste ragioni noi sacerdoti le dobbiamo approfondire e meditare molto lungamente. Perché non è sufficiente, è necessario ma non è sufficiente, che noi diciamo ai nostri fedeli: “La contraccezione è sempre illecita, questo è l’insegnamento della Chiesa”. Dobbiamo anche far capire agli sposi le ragioni profonde di questo. L’occhio dell’etica vede qualcosa di molto grande qui. È in questione qualcosa di incomparabilmente prezioso. Le ragioni sono fondamentalmente tre.

Prima ragione. San Tommaso dice nella “Contra gentes” (è stato poi citato anche dal Vaticano II nella “Gaudium et Spes” che l’uomo è l’unica creatura che Dio ha creato per se stesso, mentre tutte le altre creature sono state create e volute per l’uomo. Questa affermazione di san Tommaso esprime una verità metafisica (cioè di ragione) e una verità di fede molto profonda. La verità che nell’universo creato non c’è una realtà che sia più che una persona umana. La persona umana è l’essere più prezioso che esiste nell’universo creato. Tutto l’universo, il macrocosmo come il microcosmo, non vale, non ha il valore di una sola persona umana. La persona umana si colloca nell’universo dell’essere in un grado che ha una distanza, direbbe Pascal, infinitamente infinita nei confronti di tutte le altre creature. Gesù ci dice: “Che cosa vale per l’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso”. Perché il “se stesso” vale più del “mondo intero”. Se tu per guadagnare il mondo intero perdi te stesso sei un cattivo economista, fai un cattivo affare. Perdi qualcosa di molto prezioso per guadagnare qualcosa di molto meno prezioso.

Per ragioni di orario devo giungere molto presto al mattino in università, così presto che l’università non è ancora aperta. Quindi vado a dire il breviario nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Mi è capitato spesso, l’inverno scorso, che a Roma è stato incredibilmente freddo, di trovare nel piccolo atrio della Basilica una povera donna che passava la notte lì, in mezzo ai suoi stracci. Entravo nello splendore della Basilica e spesso mi veniva da pensare: Tutto questo, lo splendore della Basilica con i suoi ori, tutto quello che è la Chiesa, per che cosa esiste? Esiste per quella povera vecchietta, perché la sua anima sia salvata, perché la sua anima vale di più della Basilica. Perché la Basilica prima o poi sarà distrutta, ma quell’anima è immortale. L’infinita grandezza di ogni persona umana, che non ha misura, non ha prezzo.

Nel momento in cui due sposi compiono un atto coniugale fertile, essi, con il loro atto coniugale perché è fertile, aprono nell’universo la possibilità reale non astratta, che venga all’esistenza una nuova persona umana. Essi così, in ragione della fertilità del loro atto coniugale, danno inizio a un processo che per sua intima natura può portare al sorgere di una nuova persona umana. Questa è la definizione della fertilità. Con la contraccezione (ancora proprio per definizione) si distrugge questa possibilità che venga nell’universo una nuova persona umana. Si distrugge la possibilità che venga nell’universo dell’essere non semplicemente qualcosa ma qualcuno. Che ci sia qualcosa in più o in meno nell’universo è alla fine indifferente, ma che ci sia qualcuno in più o in meno cambia completamente l’universo stesso, perché il qualcuno è dotato di un valore e di una dignità senza limite.

Non ditemi a questo punto: Lei è esagerato, siamo quattro miliardi, quattro miliardi e uno che differenza fa? Se uno dice così vuol dire che non è nel primo atteggiamento. Perché quando noi entriamo nel mondo delle persone, usciamo automaticamente dal criterio quantitativo. Il criterio quantitativo è di decisiva importanza nel mondo delle cose. Ma quando si entra nel mondo delle persone, il singolo ha valore infinito. Questo è vero nella specie animale, dove ci sono tanti individui della stessa specie. Ma nel mondo delle persone il singolo ha valore infinito. San Paolo dice di Cristo: “Ha amato me e ha dato se stesso per me”. E ciascuno di noi può e deve dire questo. Non è che valesse la pena che il Figlio di Dio morisse perché era un’umanità di tanti miliardi di persone. La singola persona è di un tale valore che per salvaguardare questo valore il Figlio di Dio non ha ritenuto eccessivo dare la sua stessa vita. Quindi ha amato me, ha dato se stesso per me perché sa che il mio valore, la mia preziosità è infinita, e quindi nulla è mai troppo per salvare l’infinita dignità della persona umana.

La seconda ragione fondamentale è la seguente. La sessualità umana si caratterizza nei confronti della sessualità animale in primo luogo perché essa è capace di esprimere e di realizzare la comunione fra le persone, comunione istituita dal dono di se stesso e dalla accoglienza del dono. Questo è lo specifico, il proprium della sessualità umana. Portare inscritta in se stessa questa mirabile capacità di essere il linguaggio dell’amore fra le persone e la comunione interpersonale è l’avvenimento più grande che ci sia. Dio stesso altro non è se non comunione interpersonale.

Questo atto di donazione espresso e realizzato dalla sessualità è un atto di donazione totale, un atto cioè che coinvolge tutta la persona umana: corpo, psiche, spirito. Ciò che è donato è la persona stessa, non qualche cosa della persona. Questa è la grandezza, la preziosità etica dell’amore coniugale; di porre nell’universo un avvenimento di comunione tra le persone. Nella e mediante la contraccezione da questo dono viene escluso qualcosa che appartiene alla persona stessa: la sua fecondità. Da questo dono viene eliminato dunque un elemento, una dimensione della persona. La conseguenza è che il linguaggio della sessualità viene tradito nel suo significato più profondo poiché oggettivamente questo atto dice il dono totale, ma soggettivamente questa totalità è distrutta. È una sorta di menzogna oggettiva che i due coniugi si dicono a vicenda.

Non abbiamo tempo qui di controllare e di verificare come questo fatto abbia risonanze p. es. psicologiche nella vita coniugale. C’è tutta una letteratura ormai su questo aspetto. Da questa prospettiva la contraccezione va contro, in primo luogo e soprattutto, all’amore stesso coniugale, al significato unitivo dell’amore coniugale. Prima ancora che alla capacità procreativa, va contro alla capacità unitiva. È un atto di anti-amore coniugale.

Il terzo e ultimo argomento, almeno a me, sembra essere il più profondo di tutti. Già la retta ragione, ma ancora più chiaramente la luce della fede ci fa capire che all’origine di ogni persona umana sta un atto creativo di Dio. Nessuno di noi è venuto all’esistenza per caso, per una cieca impersonale necessità naturale. È venuto all’esistenza perché Dio l’ha voluto. Ci sono persone umane che sono state abbandonate, non riconosciute, non accettate. Ma questo non è vero dal punto di vista di Dio. Nessuna persona è abbandonata da Dio, è sopportata da Dio. Ciascuno di noi ha alla sua origine un atto di volontà creativo di Dio. Questa è la ragione ultima del nostro esserci. Ecco perché la nostra vita ha un senso, nonostante tutti i nonostante. Ha un senso perché è un’esistenza conosciuta e voluta da Dio Creatore. Questa è la prima e fondamentale verità non solo della religione cristiana, ma di ogni religione che non sia mera superstizione. È il nucleo del senso religioso: la percezione di Dio come Creatore. La professione della nostra fede comincia precisamente da lì: Credo in Dio Padre Creatore. È l’anello al quale sono attaccati tutti gli altri anelli della professione della nostra fede. Non rifletteremo mai a sufficienza sulla verità della creazione. Se ci domandassimo quando Dio ci ha creato, dovremmo dirci che ci ha creato quando abbiamo cominciato ad esistere, quando siamo stati concepiti. Questa verità così semplice è di una rilevanza, di una importanza metafisica, etica, religiosa, direi, incredibile. La fertilità inerente a un atto coniugale che i coniugi stanno compiendo nella sua verità più profonda, questa fertilità è l’apertura di uno spazio nell’universo nel quale Dio può compiere il suo atto creativo. Se due coniugi compiono un atto sessuale fertile, a causa della fertilità questi due sposi vengono collocati in un rapporto unico con Dio Creatore. Lo sappiano o non lo sappiano, ci pensino o no. Il fatto puro e semplice della fertilità che inerisce a questo atto da’ la possibilità a Dio di porre un atto creativo che ha come suo termine una persona umana. In questo senso, gli sposi diventano, come insegna il Vaticano II, cooperatori con l’amore creativo di Dio. Perché sono essi che consentono a Dio di essere creatore. Voi direte: Dio è Dio, può fare senza, può creare lo stesso. Certo, però non lo vuole. Non ha voluto fare senza. Anche quando Suo Figlio si è fatto uomo ha voluto essere concepito da una donna, come un qualsiasi altro uomo. Qui noi troviamo un caso singolare di un grande teorema della metafisica classica, della metafisica cristiana. Dio manifesta la Sua gloria, la Sua grandezza, non eliminando, direbbe san Tommaso, le cause seconde, come noi saremmo tentati di pensare. Al contrario, Dio manifesta la sua gloria servendosi precisamente, per i suoi atti più divini, delle cause seconde. Questa è la gloria di Dio. Per noi è qualcosa a prima vista di sconcertante. Per dimostrare che comando io, che io sono capace, faccio io le cose senza servirmi di collaboratori. Dio manifesta la sua gloria non perché fa tutto Lui, ma perché fa tutto Lui attraverso le cause seconde.

Il protestantesimo, luterano soprattutto, ha un concetto falso di Dio, per questo, secondo me. Perché pensa che la glorificazione di Dio possa accadere solo sulle ceneri dell’uomo e che ciò che tu attribuisci all’uomo lo togli necessariamente alla gloria di Dio, così come ciò che attribuisci alla gloria di Dio lo devi togliere all’uomo. Concetto antropomorfico di Dio. No, Dio non si glorifica in questo modo.

Qui abbiamo un caso particolare della rivelazione della vera maestà di Dio, della vera gloria di Dio. Nel momento in cui i coniugi compiono un atto coniugale fertile, in quel momento Dio può dare origine col suo atto creativo a nuova persona umana. La contraccezione distrugge, per definizione, la fertilità. Ciò impedisce a Dio di essere Dio, cioè di porre, qualora lo volesse, il Suo atto creativo. Alla base di questa decisione sta da parte dell’uomo l’idea che colui che decide in ultima analisi della venuta all’esistenza di una nuova persona non è Dio, è l’uomo. L’idea che l’uomo è il padrone ultimo delle sorgenti della vita, non Dio. Do una conferma di questo perché molti di voi penseranno che queste sono esagerazioni. È una conferma molto pratica, non metafisica, ma statistica. Senz’altro anche voi avrete sentite far circolare questo argomento riguardante l’aborto: l’aborto è un grande male, l’aborto va eliminato, il modo migliore per eliminarlo è che noi promuoviamo la contraccezione. Essa è il vero rimedio all’aborto. Invece si dà il caso che i paesi dove da più lungo tempo si è diffusa la contraccezione sono i paesi che hanno il più alto tasso di aborto. Ecco la conferma all’argomento metafisico. È una conferma perché la logica dei due atti, della contraccezione e dell’aborto, è la stessa. Cioè: l’uomo è creatore dell’uomo, non Dio. L’uomo decide in ultima analisi sul sorgere di una nuova persona. L’uomo è colui che ha le chiavi della sorgente della vita ed è lui in ultima analisi che decide quando lasciare o quando spegnere queste sorgenti. Al punto tale che io uomo posso ancora produrre l’uomo: fecondazione in vitro. Per cui, qualche volta possiamo costatare come siamo strani noi, oggi. Da una parte c’è aborto e contraccezione, dall’altra per dare origine ad una nuova persona si creano queste sofisticatissime tecniche, costosissime oltre tutto anche dal punto di vista economico.

Non è che siamo proprio strani. L’intelligenza è una facoltà terribilmente logica. L’intelligenza è dominata, diversamente dalla volontà, da leggi che sono in un certo senso ferree: leggi della logica. È lo stesso atteggiamento che sta alla base della contraccezione, dell’aborto, della produzione in laboratorio di nuovi esseri umani, l’atteggiamento di chi dice: l’uomo è il creatore dell’uomo, non Dio. La contraccezione non è qualcosa che viola il sesto comandamento, è un atto che viola il primo comandamento: “Tu non avrai un altro Dio all’infuori di Me”.

Queste sono le tre ragioni fondamentali, per cui nell’insegnamento della Chiesa si afferma la illiceità sempre e comunque del ricorso alla contraccezione.

Parliamo ora del ricorso ai periodi infertili. Avete notato che tutti e tre gli argomenti partivano dalla constatazione e dalla supposizione che l’atto coniugale fosse fertile. È la fertilità che colloca gli sposi in questo rapporto con Dio Creatore. Se noi pensiamo che l’atto coniugale non sia fertile, questi argomenti non hanno più alcun fondamento. Questi tre argomenti che dimostrano la illiceità della contraccezione non dimostrano la illiceità del ricorso ai periodi infertili. In quei periodi l’atto coniugale è infertile per natura, non per definizione della persona. Perciò noi concludiamo che il ricorso al periodo infertile, dal punto di vista etico, è eticamente indifferente: né moralmente buono, né moralmente illecito. Ricorso al periodo infertile vuol dire compiere l’atto coniugale perché si sa che quell’atto coniugale è infertile per sua natura. Questo ricorso, dal punto di vista etico, non ha in sé nulla sulla base del quale possiamo dire che sia illecito.

La liceità o illiceità del ricorso al periodo infertile dipende dalle ragioni per cui i due sposi decidono di compiere l’atto coniugale nel periodo infertile. Ecco il secondo momento del problema: l’etica della decisione di non procreare. Un’osservazione molto importante va fatta prima di passare a questa ultima parte delle riflessione. Oggi, con più o meno buona fede, si cerca di presentare il ricorso al periodo infertile come la contraccezione cattolica. Anche la Chiesa cattolica ha la sua contraccezione, come altre società hanno altre forme di contraccezione. In realtà non è cosi, e in quest’ultima riflessione sull’etica della decisione di non procreare spero di riuscire a farlo vedere chiaramente. Non occorrono ragioni moralmente valide da parte dei due sposi per decidere di procreare. Occorrono ragioni moralmente valide per decidere di non procreare.

Mi spiego con un esempio desunto dal diritto procedurale. Presso ogni ordinamento che abbia un minimo di civiltà, negli ordinamenti procedurali c’è la cosiddetta norma dell’onus probandi, l’onere delle prove. P. es. nel processo penale l’onus probandi ce l’ha chi accusa, non chi è accusato. Io non devo provare la mia innocenza, sei tu che devi provare la mia colpevolezza. La legge presume che io sia innocente, non che sia colpevole. Quando due coniugi decidono seriamente sulla fecondità del loro amore coniugale nella loro coscienza essi non devono cercare ragioni per essere fecondi. Sono pienamente convinto che sto dicendo una cosa che va totalmente contro-corrente. Oggi siamo immersi in una cultura che pensa che la morte sia alleata dell’uomo, direbbe la Bibbia, per cui gli sposi generosi nel dare la vita sono di fatto, nell’ethos sociale, considerati come degli scriteriati.

Io conosco una signora che sta a Parigi. Questa signora ha cinque bambini. Un pomeriggio è uscita in un giardino pubblico, aveva un bambino nella carrozzella e due per mano, gli altri erano a casa. Ha incontrato una signora che non conosceva e che le ha chiesto se erano tutti suoi i tre bambini. Alla risposta affermativa, l’altra persona si è scagliata contro questa mia conoscente con una tale rabbia e con atteggiamento di odio: La rabbia di chi è alleato con la morte e non vuole vedere il sì alla vita. Questo è comune, non in queste forme parossistiche.

L’amore coniugale nella sua verità più profonda, nella vocazione più intima, è amore chiamato a dare origine alla vita. Sicuramente, nel vostro ministero sacerdotale, vi sarete incontrati con il dramma delle coppie sterili (oggi in terribile aumento, in Europa si va verso il 20-22%). Il dramma, l’angoscia di queste persone giunge al punto di tentarle di pensare che il loro amore coniugale non ha più alcun valore perché non è fecondo, tentare di pensare che ormai è inutile il loro essere sposi perché non possono dare origine ad una nuova vita. La logica dell’amore coniugale è la vita, perché nella sua verità più profonda l’amore coniugale è una delle immagini più pure, più trasparenti della vita stessa di Dio nell’universo. L’amore di Dio è un amore fecondo sia ad intra, come sappiamo dalla fede, sia ad extra, come sappiamo dall’atto creativo che è un atto essenzialmente d’amore. Chi ama non è invidioso. Dio non è invidioso. Per sua natura chi ama tende a comunicare la vita perché questa è la logica stessa dell’amore.

Occorrono ragioni per non procreare. Esaminiamo quali sono le ragioni che possono rendere moralmente giustificabile, anzi in alcuni casi moralmente doverosa, la decisione di non procreare. Le ragioni devono essere desunte dalla infinita dignità di tutte le persone che entrano in gioco in questo campo. In primo luogo sono i coniugi. Possono esserci ragioni per non procreare desunte dalla situazione fisica o psicologica o spirituale dei due coniugi. Facciamo l’esempio più semplice: la sposa si ammala di una grave cardiopatia: ecco una ragione sufficiente per non procreare più, per il rispetto che si deve a questa persona. La procreazione pone in essa il gravissimo problema dell’educazione. Può essere che per particolari situazioni psicologiche o spirituali questi sposi non siano più in grado di assolvere questo dovere, non se la sentano più. L’infinita dignità della persona esige un rispetto per cui se prudentemente si presume che questa persona verrà ad essere concepita in un contesto nel quale la sua infinita dignità non sarà rispettata, questa è una ragione per cui la decisione di non procreare è moralmente giustificata. Un terzo esempio: le persone che sono coinvolte. La famiglia è la cellula di un corpo che è appunto la società nella quale noi viviamo. Nel nostro cosiddetto primo mondo si sta andando verso la morte. Se continua così nel 2010 la nazione tedesca, come nazione, scomparirà. Ha fatto studi molto rigorosi l’Università Cattolica del Sacro Cuore dai quali risulta che — se continua così — nel 2005 per ogni persona che lavora in Italia ci saranno 5 pensionati a carico; aggiungete che questa persona abbia famiglia... Nessuna economia, anche se è solida come quella svizzera, può sostenere un peso del genere. Da queste persone che entrano in gioco nella decisione di procreare o di non procreare, noi possiamo e dobbiamo desumere dei criteri obiettivi che ci fanno sapere se esistono o no ragioni moralmente giuste per decidere di non procreare o di non procreare più o di distanziare la procreazione.

In conclusione, alla domanda che ci siamo fatti: “è moralmente lecito un esercizio della sessualità che deliberatamente escluda la possibilità della procreazione?” noi in fondo abbiamo risposto in questo modo: 

1) La vicenda comincia con una decisione: la decisione di non procreare. Questa decisione può essere moralmente lecita, moralmente illecita, moralmente anche obbligatoria. Per dare un giudizio su lecito, illecito, obbligatorio occorre tener presente alcuni parametri fondamentali, obiettivi, che sono questi che ho indicati.

2) Questa vicenda continua, presa la decisione, mettendo in atto concretamente un modo per evitare la procreazione. Questi possono essere fondamentalmente due: la contraccezione e il ricorso ai periodi infertili. La contraccezione, e ancora di più la sterilizzazione, è sempre illecita moralmente. Quindi anche se la decisione di non procreare è lecita, se questa viene realizzata mediante la contraccezione, si entra in uno stato che è contrario alla Santità di Dio e alla sua gloria. Il ricorso al periodo infertile, al contrario, può essere lecito se è lecita la decisione da cui nasce, può essere illecito se è illecita la decisione di non procreare.

Arriviamo alla conclusioni. Prima conclusione molto importante: Abbiamo fatto un discorso obiettivo, ci siamo chiesti se l’atto della contraccezione o l’atto del ricorso al periodo infertile è in se stesso lecito o illecito. La domanda verte sulla moralità obiettiva delle cose. Il discorso che ho fatto deve essere distinto (non separato, distinto) dal discorso della colpevolezza soggettiva di chi compie questi atti. Non si dà un passaggio automatico dall’uno all’altro. Il solo e semplice fatto che una persona compia un atto obiettivamente illecito non comporta che la persona che lo compie sia soggettivamente colpevole. Perché la colpevolezza, la imputabilità soggettiva di un atto si fonda su elementi che appartengono alla persona nella sua singolarità, cioè la consapevolezza e la libertà. E la misura di questa consapevolezza e di questa libertà varia da persona a persona. Qui si ha l’atto più delicato del nostro ministero sacerdotale: la guida delle coscienze, in particolare l’incontro con la coscienza umana nel sacramento della penitenza. È l’atto più grande, per certi aspetti, del nostro ministero sacerdotale, perché lì veramente noi ci immettiamo nel mistero unico del rapporto col quale l’uomo si trova di fronte alla infinita maestà di Dio nella sua coscienza. Noi siamo presenti a questo dialogo, ne siamo coinvolti. Questa è la responsabilità nostra in quel momento.

L’ultimo dei tre vice-parroci che il Curato d’Ars ebbe, che fu quello col quale ebbe proprio un rapporto di paternità, chiese al Curato d’Ars: “Padre, vedendovi vivere il vostro sacerdozio in questo modo, penso alla gioia che proverete nel vivere il vostro sacerdozio con questa dedizione alle anime” (voi sapete che il Curato d’Ars negli ultimi anni di vita passava 18 ore in confessionale). Il Curato rispose: “Fratello mio, fare il prete sarebbe bellissimo, se fare il prete volesse dire celebrare solo l’Eucaristia, ma fare il prete vuol dire anche confessare, essere parroci, pastori, quindi responsabili di anime, e questo è terribile”.

Seconda conclusione. Ho parlato di sintonizzazione all’inizio. Quando noi veramente entriamo e aiutiamo una persona a entrare nell’universo dei valori etici, nel nucleo stesso dell’esperienza religiosa, nella sua purezza? Quando la persona vive profondamente in una duplice percezione. Quando percepisce l’incommensurabile grandezza della gloria e della maestà di Dio e quando percepisce l’infinita dignità di ogni persona umana. Questi sono gli unici due valori che valgono veramente. Le dignità, le ricchezze, gli onori, la lode o il disprezzo che altre persone possono avere nei nostri confronti non valgono nulla di fronte alla incommensurabile maestà di Dio e di fronte all’infinita dignità di ogni persona. Chi vive di queste due percezioni, chi veramente ha capito questo, è entrato nel mondo dell’etica. E per noi sacerdoti, questi ha capito la verità intera del nostro sacerdozio. Poiché in fondo noi siamo sacerdoti, non anche, non soprattutto, ma esclusivamente per questo: per glorificare l’infinita maestà di Dio e per salvare l’infinita dignità della persona umana. Non per altro che per questo: Dio e l’uomo. Sant’Agostino chiede al Signore: “Signore, che io conosca Te e che io conosca me”. Null’altro che questo.

 

[Domanda di un sacerdote sulla difficoltà di “sintonia” tra sacerdote e fedeli nel trasmettere questi insegnamenti]

 

È un problema molto importante. Non presumo di essere capace di risolvere questa questione. Mi mancano tanti elementi che sarebbero necessari per questa soluzione. Qualcosa posso dire che mi sembra significativo. C’è una difficoltà nella stazione trasmettente e una nella stazione ricevente. Una prima ragione della difficoltà nella stazione trasmettente potrebbe essere il fatto che il pastore d’anime non è assolutamente convinto che questa è la verità. Ha in fondo il dubbio che non sia vero che la contraccezione sia sempre la distruzione dell’amore coniugale. Ha il dubbio, magari la paura a dirlo, se lo porta dentro. Perché ha davanti casi concreti, sui quali non si sente di dire che la contraccezione è la distruzione dell’amore coniugale. Confratelli carissimi, qui tocchiamo un punto fondamentale del nostro ministero. Noi, come sacerdoti, se non abbiamo l’assoluta certezza che ciò che la Chiesa insegna è vero, dobbiamo smettere di fare il pastore d’anime. Ve lo ripeto: dobbiamo smettere di fare il pastore d’anime, non possiamo più, in coscienza, continuare. Perché come pastori d’anime noi abbiamo la responsabilità gravissima di salvaguardare l’infinita dignità di ogni anima che ci è stata affidata. E l’infinita dignità si salvaguarda solo se testimoniamo la verità di Cristo che ci è insegnata nella e dalla Chiesa.

Capisco perfettamente che un sacerdote possa avere dei dubbi su questa dottrina, lo capisco. Vuoi perché ha ricevuto una lacunosa formazione teologica e soprattutto filosofica (avrete notato nel mio discorso che spesso è venuta fuori la parola “metafisica”), vuoi perché nel suo cuore profondamente ferito dalle miserie morali e umane di quelle anime che egli incontra ogni giorno ne resta talmente coinvolto da ritenere che la causa di queste miserie sia la verità stessa annunciata dalla Chiesa e nasce quindi in lui il dubbio e il sospetto sulla maternità della Chiesa. Posso capire. Ma da questo dubbio, se si vuol continuare a fare il pastore d’anime, si deve uscire. È una gravissima responsabilità che ci si assume davanti a Dio, quella di governare (nel senso pastorale del termine) la comunità cristiana sulla base di visioni dell’uomo e di Dio che non sono in perfetto accordo con la visione che dell’uomo e di Dio ha la Santa Chiesa.

Mi rendo perfettamente conto della gravità delle cose che sto dicendo. E non ci penso per la prima volta ora che le sto dicendo. La salvezza dell’infinita dignità dell’uomo, la via che porta alla salvezza dell’infinita dignità dell’uomo non ce la insegna Hans Küng, non ce la insegna Pfürtner, Schillebeeckx, non Charles Curran. Ce la insegna Gesù Cristo, il quale ha indicato la via attraverso la quale la verità che salva giunge fino a noi.

Ci può essere un secondo problema a livello di stazione trasmettente, quello al quale Lei faceva riferimento, che è reale anche questo: una mancanza di compassione nel senso con cui usa questo termine l’epistola agli Ebrei. Di tutti i libri della Sacra Scrittura io ho una particolare venerazione per due libri: l’Epistola agli Ebrei e la seconda lettera ai Corinzi perché costituiscono la nostra “carta d’identità” come sacerdoti. La lettera agli Ebrei ci fa vedere il sacerdozio di Cristo a cui noi siamo configurati. La seconda lettera ai Corinzi ci parla proprio del ministero della Nuova Alleanza, quindi di noi. La compassione nel senso della lettera agli Ebrei è un concetto molto profondo. Andate a vedere tutti i passi dove si parla di compassione di Cristo verso l’uomo. Proprio perché Cristo ha compassione dell’uomo egli si è posto a capo dell’umanità per condurla nel Santo dei Santi, per condurla nella luce dell’infinita gloria di Dio.

Ora, cosa vuol dire “a volte manchiamo di compassione”? Vuol dire che a volte effettivamente non sappiamo avere questa pazienza. Per la mia formazione universitaria ho avuto la fortuna di avere tra i maestri di teologia morale il famoso Padre Cappello alla Gregoriana. Padre Cappello durante gli ultimi anni di vita passava dieci, dodici ore in confessionale. Per confessarsi bisognava a volte prenotarsi settimane prima. Noi alunni alla Gregoriana avevamo un trattamento speciale. Ogni mattina dalle 8 alle 10 lui era a nostra disposizione, ci si poteva andare senza prenotazione. Una volta ci disse che nella sua vita di confessore ha negato l’assoluzione solo una volta, e di quella volta chiede ancora perdono al Signore. È la compassione profonda che noi dobbiamo chiedere al Signore, perché solo se la nostra è una compassione che partecipa della compassione di Cristo, sommo sacerdote, allora diventa veramente salvifica dell’infinita dignità di ogni persona. Altrimenti diventa pseudo compassione. Si potrebbe dire che (ma senza banalizzare queste parole, che oggi sono banalizzate) in fondo la sorgente ultima da cui scaturisce tutto l’esercizio del nostro ministero sacerdotale deve essere la carità stessa di Cristo. Questa ce la deve insegnare Lui. Noi non siamo capaci di amare le anime come Lui le ha amate. Quando noi trasmettiamo, portiamo un messaggio che salva.

Può esserci una difficoltà nella stazione ricevente. Una difficoltà reale, una difficoltà strutturale e congiunturale, direbbero gli economisti. In economia si distinguono le difficoltà della struttura dalle difficoltà della congiuntura economica. Esaminiamo le difficoltà strutturali. È l’uomo — su questo il cristianesimo non ci lascia illusioni — che si trova in questa tragica situazione, che fa più facilmente il male che il bene. Si trova nella terribile situazione di dare più credito all’errore che alla verità. Sono i famosi “vulnera”, ferite del peccato originale che restano in noi. Quindi strutturalmente l’uomo è così.

Ma poi c’è anche la difficoltà congiunturale. La cultura del cosiddetto primo mondo è una cultura che ha censurato le grandi domande sull’uomo. Una cultura che ritiene priva di senso la questione religiosa, la questione metafisica. Una cultura per la quale è importante l’avere, avere sempre di più. Una cultura che ha elevato il criterio dell’utile e del piacere a criterio fondamentale delle scelte umane.

Quella nullità culturale che è Umberto Eco — una vera nullità culturale in tutti i sensi — nel suo purtroppo famoso romanzo fa dire a un suo personaggio: “Guardati dagli uomini che parlano di passione per la verità”. È una cultura nella quale Socrate è uno stupido, nella quale Thomas Moore è uno stupido (perché ha preferito di morire per una questione di principio; ma i compromessi sono sempre possibili, anzi sono doverosi quando si tratta della propria carriera, della propria vita).

Noi dobbiamo dire e dobbiamo annunciare che c’è un solo valore assoluto: il valore morale, non il valore dell’utile. Noi dobbiamo rendere testimonianza alla verità. Cristo è venuto per questo. Non ci ascoltano, pazienza. Voi sapete che la salvezza dell’uomo è opera dell’uomo, è un atto di libertà dell’uomo e di Dio. Arriva un momento in cui noi, come sacerdoti, ci fermiamo e abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare.

A questo punto devo dire alcune cose. Poi ciascuno di noi in quanto persona, in quanto cristiano e in quanto sacerdote risponde di se stesso davanti a Dio. Prendetelo come un dovere che io sento, se non le dicessi e in questo momento dovessi presentarmi al giudizio di Dio, non mi sentirei sereno e tranquillo.

La prima cosa è questa: che la Chiesa abbia delle difficoltà è una cosa assolutamente normale. Ma che la Chiesa sia nel dubbio, questo è scandaloso. Una Chiesa in difficoltà genera dei martiri. Una Chiesa in dubbio genera solo interminabili discussioni. Newman diceva: “Mille difficoltà non fanno un dubbio”. La Chiesa che comincia a pensare di non essere in possesso della verità che salva è una Chiesa perfettamente inutile. Nel momento in cui io fossi sicuro che la Chiesa cattolica non è nella verità, io avrei il grave dovere di coscienza di lasciare la Chiesa cattolica. Il grave dovere di coscienza. Questa non è una questione di legge evangelica, è una questione di onestà naturale. Non si rimane, non si gioca la propria esistenza su un dubbio, su delle discussioni. Si ritiene che questo sia integralismo? Non m’interessa proprio niente. Perché al giudizio di Dio io non posso difendermi dicendo che mi sono comportato in un certo modo altrimenti gli uomini avrebbero detto che io sono integralista. Questo, per me, è il dramma della Chiesa cattolica di oggi. Una Chiesa che rischia, direbbe Isaia, di avere grandi dolori di parto e di partorire solo del vento. Perché il dubbio si è inserito nei punti fondamentali del Credo.

Qui si pone la seconda riflessione che ho il dovere da fare. Una delle tragedie della comunicazione (che avviene fra uomini sulla base fondamentale del linguaggio) è che il linguaggio è diventato ormai completamente equivoco. Io difendo il pluralismo, l’altro di fronte a me difende il pluralismo e con la stessa parola intendiamo due cose diverse. A livello di fede, a livello di verità non si dà pluralismo, la verità non è pluralista. La verità è semplicemente la verità. La verità non è né conservatrice, né rivoluzionaria, né progressista. La verità non è né proletaria, né borghese, non è né capitalista, né liberale, né socialista. La verità è semplicemente la verità. È segno di un pensiero ammalato ritenere che si possa affermare tutto e il contrario di tutto. Nella vita non è importante ciò che si afferma, è importante ciò che si sceglie.

Newman diceva che ciò che distingue la Chiesa di Cristo dalle altre comunità religiose è che il principio fondamentale che governa la vita della Chiesa di Cristo è quello che lui chiama “il principio dogmatico”, mentre ciò che governa la vita delle altre comunità è “il principio liberale”. Il principio liberale si riconosce da alcune affermazioni: in ordine al culto che ogni uomo deve a Dio non è assolutamente importante ciò che l’uomo pensa di Dio; la verità la si discute, non la si accoglie; di ciò che l’uomo pensa non è assolutamente moralmente responsabile. Nel momento in cui nella nostra vita spirituale si inserisce il principio liberale, dice Newman, si è inserito l’anti-principio cristiano per eccellenza.

Ultima riflessione. Ci sono scuole teologiche oggi che si contraddicono, non che dicono la stessa cosa da punti di vista diversi, ma che si contraddicono su questioni fondamentali. Ad alcuni piace che sia così, ad alcuni non piace. Se non accettiamo il principio liberale secondo il quale non entra nel culto che dobbiamo a Dio ciò che noi pensiamo di Dio, a questo punto, mi devo chiedere quale è il criterio ultimo attraverso il quale io posso discernere ciò che è la verità di Cristo e ciò che non lo è. Se io sono semplicemente cristiano, io so con assoluta certezza che fuori da Cristo non c’è salvezza, se no non sono cristiano. Io devo sapere in base a quale criterio, con certezza, io posso discernere. Questo criterio non lo posso inventare io. Dio è la misura della verità, non sono io. C’è un criterio per discernere questo. È il magistero della Chiesa, non è il magistero dei teologi. Lungi da me dire che ciò che ho affermato questa mattina voi lo dovete accettare perché è magistero della Chiesa. Io vi chiedo se ritenete che ciò che ho detto questa mattina sia contro il magistero della Chiesa. In questo caso rigettatelo, avete il dovere di farlo. Avete il dovere di carità di dirmelo, perché se io continuo a dire ciò che è contro il magistero della Chiesa, anche per il posto che occupo, faccio un male enorme all’infinita dignità dell’uomo e all’infinita maestà di Dio. Voi come sacerdoti avete il dovere di impedire che Dio non sia glorificato, che l’uomo non sia riconosciuto nella sua dignità. Nessun teologo può attribuire a sé, può presentarsi come avente la certezza che ciò che dice è conforme al magistero. Ma nessun teologo può presentarsi nella Chiesa attribuendosi una autorità secondo la quale, in base al suo sapere scientifico, dice a dei fedeli: l’Humanae Vitae ha fatto certe affermazioni, ma io vi dico che nell’attuale contesto culturale per alcuni motivi l’insegnamento dell’Humanae Vitae non è vero. Questo non lo può dire nessun teologo. Se lo dice, ha il dovere di aggiungere che è una sua opinione personale e voi, pastori d’anime, non dovete seguire ciò che dice, non potete. Perché chi ha la responsabilità dell’infinita dignità dell’uomo e della gloria che si deve a Dio non sono i teologi. Noi non abbiamo alcuna autorità nella Chiesa, non la possiamo avere perché l’autorevolezza ci viene da un dato umano, cioè dalla scienza. E nell’ordine della salvezza, ciò che salva l’uomo non è l’uomo, è la grazia di Cristo.