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IL SACRAMENTO DEL BATTESIMO
Catechesi ai pellegrini
Lourdes 27 agosto 2002

Il 25 febbraio 1858, nella nona apparizione, Maria dà a Bernardetta l’ordine seguente: "andate a bere alla sorgente e lavatevi". E’ questo il nostro primo momento del pellegrinaggio, prima della S. Messa di apertura questa sera. Maria ci riceve parlandoci di un’acqua che ci lava, che ci purifica. A che cosa dobbiamo subito pensare? Per un cristiano è quasi istintivo pensare all’acqua del Battesimo, lavacro della nostra rigenerazione.

Anche noi dunque iniziamo precisamente dall’inizio di tutto ciò che di santo è in noi: il S. Battesimo; prendendo ancora una volta coscienza delle ricchezze soprannaturali che mediante esso ci sono state date. I nostri maestri saranno due: S. Giovanni e S. Paolo.

1. "Gli rispose Gesù: in verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio" [Gv 3,5]. Queste parole in un certo senso ci svelano tutta la verità sul Battesimo [B.].

"Se uno non nasce", dice il Signore. Il B. è una nascita, o meglio, dal momento che siamo già in possesso della vita ricevuta dai nostri genitori, è una ri-nascita.

Attraverso il concepimento e la generazione una nuova persona viene all’esistenza, partecipe della stessa natura dei suoi genitori, la natura umana. Questa è la nascita diciamo naturale. Attraverso il B. la persona umana viene all’esistenza partecipe della stessa natura divina: siamo deificati. Veniamo in possesso di una nuova vita; nasciamo di nuovo. Ovviamente non cessiamo di essere creature-persone umane, ma pur continuando a rimanere tali, noi veniamo in possesso di una condizione, di una vita nuova: la vita stessa di Dio.

Prima di procedere oltre nella nostra catechesi, non posso non dedurre da quanto ho detto finora due conseguenze che ci debbono riempire di stupore immenso.

La prima: la vita di Dio è vita eterna, incorruttibile, immortale. Noi col B. diveniamo partecipi di questa stessa vita: quindi il B. ci rende eterni, incorruttibili, immortali. Se ancora la morte, la corruzione ed il tempo continuano a travolgerci e a consumarci, essi però non ci distruggono: abbiamo la nostra cittadinanza non nel tempo, ma nell’eternità di Dio.

La seconda: la dignità di ogni persona umana, che è già incomparabile per il solo e semplice fatto di essere persona umana, acquista un nuovo titolo che la eleva infinitamente. E’ deificata: ogni mancanza di rispetto ad una persona battezzata è un sacrilegio.

Ed ora continuiamo nella nostra catechesi: il B. ci rende partecipi della stessa vita di Dio. Come accade questa partecipazione? Mettiamoci ora alla scuola di S. Paolo.

"Ma quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge … perché ricevessimo l’adozione a figli" [Gal 4,4-5]. Dio il Padre ha elaborato un progetto a riguardo di ciascuno di noi. Prima della Creazione del mondo ci ha pensati e voluti [nessuno viene al mondo per caso!], cioè ci ha scelti, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi. Quindi, noi diventiamo partecipi della stessa natura divina perché siamo "figli adottivi" e il figlio ha la stessa natura del padre.

Ora Dio il Padre ha un solo Figlio da Lui generato e al quale comunica in pienezza tutta la sua ricchezza divina: l’Unigenito è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato e non creato, della stessa sostanza del Padre.

Essendo stato ciascuno di noi pensato e voluto, predestinato ad essere "figlio adottivo", non c’era che un modo di diventare tale: diventare partecipi della stessa filiazione naturale dell’Unigenito. Diventare figli nel Figlio: la vita divina nella quale siamo generati nel B. è la vita dell’Unigenito Figlio che ci viene comunicata.

"L’insondabile progetto divino di adottare filialmente delle creature "Dio stesso non lo può ricavare da altro ideale se non dal proprio Figlio" e "solo l’amore per il suo Unigenito e la gioia che Egli gode nel possederlo, lo spinge a moltiplicare la sua immagine all’esterno"" [G. Tanzella-Nitti, Mistero trinitario ed economia della grazia, Armando ed., Roma 1997, pag. 158-159].

In che modo avviene questa comunicazione della vita divina, questa nostra inserzione in Cristo [ricordate il tralcio e la vite, di cui parla Gesù in Gv 15,1-11]? come si realizza la nostra conformazione all’immagine del Figlio così che Egli da Unigenito diventa Primogenito di molti fratelli [cfr. Rom 8,29]? Avviene come in tre tempi, o tre momenti: l’Incarnazione del Verbo incarnato, la morte e la risurrezione del Verbo incarnato, il S. Battesimo.

Primo momento: l’incarnazione del Verbo. In forza di questo mirabile avvenimento, narrato fa Giovanni nel modo seguente: "il Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi", si è stabilita fra Dio e l’uomo una tale unione "da rendere Dio veramente un uomo, e un uomo veramente Dio, per cui quell’uomo è Dio" [S. Tommando d’Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni/1; CN ed., Roma 1990, pag. 124]. E’ il Dio-Unigenito Figlio che è veramente uomo, per cui quell’uomo, Gesù di Nazareth, è veramente l’Unigenito Figlio-Dio. In quell’uomo che è Gesù di Nazareth, nato da Maria, il Padre ha realizzato in maniera perfetta, incomparabile il suo disegno: rendere l’uomo suo Figlio. Egli ormai è la sorgente della nostra figliazione divina. "Il frutto della venuta del Figlio di Dio è grande, poiché è per essa che gli uomini diventano figli di Dio" [S. Tommaso d’A, Commento al Vangelo di Giovanni, n° 149].

Secondo momento: la morte e risurrezione del Cristo. Noi non siamo stati trovati dal Verbo incarnato nella condizione di santità. Eravamo in una condizione di peccato: la nostra era una natura deturpata dal peccato. L’introduzione dell’uomo nella vita divina presupponeva e preesigeva la distruzione nell’uomo di tutto ciò che apparteneva al peccato. Sono precisamente queste le due dimensioni costitutive del mistero pasquale vissuto dal Verbo incarnato: morte-risurrezione. Morendo, egli ha distrutto in se stesso la nostra condizione di peccato; risorgendo, egli ha introdotto in se stesso la nostra natura umana nella partecipazione alla vita divina. Non dovete pensare queste due dimensioni del mistero pasquale vissuto da Cristo nella loro successione cronologica, ma nella loro inscindibile connessione: nella e mediante la morte entra nella vita; nella e mediante la risurrezione pone fine alla vecchia creatura.

Terzo momento: il Santo Battesimo, partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo [cfr. Rom, 6,1-11]. Ciò che Cristo ha vissuto nella sua Pasqua, lo ha vissuto come "capo" di tutta l’umanità, ricapitolando in sé ogni uomo. Mediante il Battesimo ciò che è accaduto in Cristo accade in ciascuno di noi. Il Battesimo è il mezzo attraverso il quale si riattua in noi, si ripete in noi ciò che è accaduto una volta per sempre in Cristo nella sua Pasqua.

"Quest’acqua distrugge una vita e ne suscita un’altra; annega l’uomo vecchio e fa risorgere il nuovo …i misteri presenti sono principio di vita e di una seconda creazione molto migliore della prima; l’immagine è dipinta più esattamente di prima, la statua è plasmata più chiaramente sul modello divino" [N. Cabasilas, La vita in Cristo, CN ed., Roma 1994, pag. 116-117].

Riassumiamo: come può ciascuno di noi partecipare alla stessa divina figliazione del Verbo incarnato, ed entrare personalmente in possesso della vita divina di cui Cristo è la sorgente? Come può ciascuno di noi, ogni singolo nella concretezza della sua condizione, prendere parte a quell’avvenimento di salvezza accaduto una volta per sempre nella morte-risurrezione di Cristo? fondamentalmente attraverso il B., mediante il quale noi moriamo in Cristo al peccato e diventiamo partecipi della sua vita divina: "Viventi per Dio, in Cristo Gesù" [Rom 6,11b].

2. Il secondo punto della nostra catechesi sarà assai breve. La nostra inserzione in Cristo compiuta dal B. è definitiva: niente e nessuno potrà più spezzarla. Esiste una conformità a Cristo che non potremo mai cancellare dalla nostra persona: è ciò che chiamiamo il carattere battesimale.

Ma questa fedeltà del Padre alla sua predestinazione nei nostri confronti non distrugge la realtà e la dignità fondamentale della nostra libertà. E pertanto noi rimaniamo sempre nella possibilità di non vivere in conformità alla nuova condizione prodotta in noi dal B.: esso "è un’energia ma non impedisce di restare cattivi a chi non ne usa, come il fatto di avere l’occhio sano non è di ostacolo a chi vuole vivere nelle tenebre" [N. Cabasilas, op. cit. pag. 134].

L’acqua di Lourdes ci ricorda così un "secondo lavacro di rigenerazione", il sacramento della Penitenza. Di esso parleremo nella prossima catechesi.