home
biogr.
english
español
français
Deutsch
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


LIBERTA’ NELLA MODERNITA’: UNA PROMESSA MANCATA
Corso di aggiornamento Insegnanti di Religione
Scuole Medie e Superiori
2 ottobre 1997

 La mia riflessione si propone di aiutarvi (modestamente) ad una lettura ed interpretazione di quel vasto e complesso evento culturale denotato dal termine modernità. Questa lettura-interpretazione è in primo luogo un’esigenza della nostra persona, alla quale non possiamo sottrarci: l’esigenza di veder chiaro, di conoscere la “casa” in cui abitiamo. E noi siamo, abitiamo nella modernità, non solo ovviamente in senso anagrafico-cronologico. Ma a sua volta, sapere dove abitiamo e in quale territorio è richiesto in primo luogo all’educatore. Egli infatti è colui che aiuta, guida, appunto educa un’altra persona a capire, interpretare il “mondo” in cui vive.
 Vi ho così tracciato il compito intero di queste riflessioni: sapere dove siamo e dove andiamo per guidare chi arriva per la prima volta e ci chiede dove è giunto.
 Il titolo della mia riflessione implica per sé due grossi temi o se volete, enuncia due tesi fondamentali. La prima: la chiave di lettura della modernità è la libertà umana; la seconda: dopo averne appresa la lezione è necessario prendere congedo dalla (concezione di libertà propria della) modernità. Un congedo a tutti i livelli: personale e comunitario; economico, sociale, politico e pedagogico.
 Tutto questo per dire come si svolgerà la mia riflessione. Si svolgerà in due punti, in corrispondenza alle due tesi suddette. Ovviamente, dato il tempo a nostra disposizione, il mio discorso sarà molto essenziale.

1. Libertà e modernità. Vorrei che partissimo dalla considerazione di ciò che “proviamo” dentro di noi, quando compiamo un atto libero. L’atto libero è un inizio assoluto, così che ciascuno di noi non “si sente” causa dell’atto con una causalità piena: è il mio atto (di cui io rispondo); sono io che agisco. Proviamo a soffermarci un momento su questa duplice dimensione dell’atto libero.
 Parlare di “inizio assoluto” ha qui un significato assai preciso: l’atto in questione non trova nessuna spiegazione sufficiente del suo porsi né in ciò che lo precede né in ciò che lo segue. Ho detto “sufficiente”, poiché ogni nostro atto libero è sempre preceduto dall’attività deliberativa della nostra ragione. Ma, come già annotava il poeta Ovidio, “vedo il bene o lo approvo [ecco l’attività della ragione] e faccio il male”: la scelta non trova spiegazione in ciò che la precede.
Questa proprietà dell’atto libero ci fa “sentire” causa di  ciò che operiamo in un modo unico. Certamente, anche quando compio un atto di intelligenza, sono io che capisco. Tuttavia, sono mosso ad agire (a capire) piuttosto che muovere me stesso ad agire.
 La grandezza suprema della persona, la dimensione che la rende più simile a Dio, è precisamente l’esercizio della sua libertà. Ma è precisamente in esso (esercizio) che dimora la domanda ultima sull’uomo: che senso ha l’essere liberi? perché sono libero? quale è il significato ultimo del nostro essere liberi? A questa domanda si possono dare due risposte contrarie (e quindi se è vera l’una, è falsa l’altra). Prima risposta possibile: il significato ultimo della libertà consiste nell’essere la persona umana chiamata a rispondere ad un Tu che la chiama ad una comunione di Amore. Dunque: l’atto libero ha la struttura intima di “risposta”. Ed in questo senso, la libertà umana non è un primum: essa è preceduta (non cronologicamente) da un Altro che la pone. Seconda risposta possibile: il significato ultimo della libertà consiste nella libertà stessa. L’atto libero non ha pre-supposti: è un primum. La modernità nasce quando alla domanda sulla libertà e sul suo significato si risponde nel secondo modo. In questo senso, la modernità trova nel progetto di una liberazione totale della persona umana il suo fondamentale codice interpretativo.
 Ora vorrei offrirvi alcuni spunti per la vostra riflessione al fine di vedere alcune vie percorse da questo progetto. Così si capisce meglio in che senso la libertà sia la categoria fondamentale della modernità. Mi devo però limitare ad un aspetto della questione che espongo subito.
 Il progetto sopra enunciato, per realizzarsi, deve fare immediatamente i conti con una serie di fatti che testardamente lo contestano. Come si può dire che la libertà è un qualcosa che non ha pre-supposti, un primum, quando tu già ti trovi di fronte ad una realtà che non sei tu a porre, ma nella quale sei stato posto? Questa realtà è la natura fuori di te; questa realtà è la natura che è dentro di te; questa realtà sono gli altri che tu ti trovi di fronte. In una parola: sei stato posto dentro l’universo dell’essere che tu non hai posto. Il problema della modernità come problema della libertà diventa il problema di poter disporre di ciò che si presenta come pre-supposto alla libertà. La libertà cioè è sentita come “potere di ...”, essendo prevalentemente esperita come “libertà da ...”.
 - Il rapporto uomo / natura è pensato come progressiva conquista da parte dell’uomo della natura medesima, al fine di poterne fare ogni uso possibile. La scienza moderna così intrinsecamente connessa colla tecnologia esprime questo primo e fondamentale percorso della modernità. Ad un rapporto tendenzialmente contemplativo subentra un rapporto dominativo.
 - Il rapporto uomo / corpo (o la natura che è dentro di te) si configura in modo analogo. Non possiamo percorrere tutta la vicenda vissuta dalla modernità nei confronti del corpo umano. E’ sufficiente dire che il corpo è sempre più pensato come estraneo alla costituzione della persona: la persona non è il suo corpo. E dire che la significatività umana del corpo è annullata: è la libertà che crea ed inventa il significato del corpo. Detto in altri termini. Il “naturale” che è nell’uomo è a completa disposizione della libertà: si pensi agli attuali progetti di ingegneria genetica.
 - Il rapporto uomo / uomo è pensato come la contrapposizione di due libertà in linea di principio assolute, cioè senza reciproci legami. (Al riguardo è assai significativo la “sorte” della donna nella modernità: non abbiamo il tempo di fermarci). L’unica “forma” di incontro possibile diventa il contratto, reso necessario dal proprio interesse individuale. Il contrattualismo e l’utilitarismo sono i due codici morali della modernità.
- Infine il rapporto originario uomo/essere è pensato come compito affidato all’uomo di giustificare il reale, di darne ragione. La nascita cioè dello spirito non è, come pensava Tommaso, la “simplex apprehensio entis”. E’ una domanda: “perché esiste l’ente e non piuttosto il nulla?” L’essere sarà alla fine ridotto alla coscienza dell’essere.
 Forse il manifesto più suggestivo della modernità è pronunciato da Faust morente:
Aprirò spazi dove milioni di uomini/ vivranno non sicuri, ma liberi e attivi. /Verdi, fertili i campi; uomini e greggi/ subito a loro agio sulla terra nuovissima,/ al riparo dell’argine possente/ innalzato da un popolo ardito e laborioso./ Qui all’interno un paradiso in terra,/ laggiù infurino pure i flutti fino all’orlo;/ se fanno breccia a irrompere  violenti,/ corre a chiuderla un impeto comune./ Sì, mi sono votato a questa idea,/ la conclusione della saggezza è questa: merita libertà e la vita solo/ chi ogni giorno le deve conquistare./ Così vivranno, avvolti dal pericolo,/ magnanimi il fanciullo, l’uomo e il vecchio./Vorrei vedere un simile fervore,/ stare su suolo libero con un libero popolo./ All’attimo direi: Sei così bello, fermati!/ Gli evi non potranno cancellare la traccia dei miei giorni terreni. -/ Presentendo una gioia così alta/ io godo adesso l’attimo supremo.  (J.W. Goethe, Faust Urfaust, vol. secondo, ed. Garzanti, Milano 1994, pag. 1041)
 

2. Una promessa mancata. Il testo di Goethe è assai fine: esso è già percorso dal dubbio! Ecco infatti il commento di un grande esperto:
“L’ultimo monologo riassume ancora una volta il credo di Faust. Questa volta in una parola inequivocabile: libertà, che, come la vita, va riconquistata ogni giorno. Per questo l’uomo deve restare eternamente inappagato: se si fermasse, sarebbe schiavo (v. 1710).
Faust ha pronunciato le parole della scommessa (vv. 1699-1700)? Sì, E no. Le ha pronunciate, ma ha premesso un condizionale: direi (v.11581). Il tempo verbale, in una prima redazione al futuro (Werd’ ich sagen), venne corretto da Goethe per maggior chiarezza. Ma il significato non cambia: anche se Faust avesse detto «dirò», un futuro non equivale a un presente, non è realtà ma desiderio, non è certezza ma rischio, non è appagamento ma sogno, speranza o tutt’al più presentimento.
Chi ha vinto la scommessa? Mefistofele, mente legalista e formale, è ben sicuro di averla vinta lui. Faust, se fosse vivo, non esiterebbe a considerarsi il vincitore.
Ma è morto, e l’ultima parola resta al diavolo, che trionfa sul suo antagonista, concedendosi anche una sfumatura di compatimento. (J.W. Goethe, Faust Urfaust, vol. secondo, ed. Garzanti, Milano 1994, pag. 1342)

 La modernità è stata una promessa mancata? La mia risposta è affermativa. Prima tuttavia di esporla, vorrei fare una precisazione assai importante.
 Dicendo che la modernità è una promessa mancata, non intendo dire rozzamente che essa non ha aiutato l’uomo a raggiungere dei “guadagni spirituali” che devono ritenersi definitivamente acquisiti: basti pensare alla medicina e alla democrazia politica. Non sto facendo cioè un bilancio nel senso di distribuire sui due piatti “pro” e contra” la modernità, per verificare poi da quale parte si fissi la lancetta. La mia domanda è più semplice e quindi più profonda: una promessa di libertà, quale è stata fatta all’uomo dalla modernità, è sensata oppure è una promessa che non poteva essere mantenuta? E’ a questa domanda che rispondo, dicendo che la modernità è una promessa mancata.
 La modernità vive fino a quando, nonostante tutti gli scacchi subiti, si continua a ritenere sensata quella promessa. La modernità finisce quando si attribuiscono gli scacchi non alla difficoltà insita nella realizzazione, ma alla insensatezza della domanda come tale.
 Comincio col richiamare l’attenzione sul fatto che già durante lo svolgimento della vicenda e dentro essa, alcuni grandi spiriti avevano radicalmente rifiutato questo processo. Uno dei fondatori della scienza moderna, B. Pascal, fu il primo critico della interpretazione scientista della realtà. Il marchese De Sade ha già dimostrato in anticipo dove portava quel modo di considerare il corpo. A. Rosmini fu un grande critico della democrazia contrattualistica e utilitarista. E S. Kierkegaard rimane il “profeta” vero della modernità come promessa che non poteva essere mantenuta. Ma non è su questa linea che voglio continuare, quanto piuttosto indicare il “vicolo chiuso” in cui sono finiti i quattro percorsi di cui ho parlato nel punto precedente.
 Il problema ecologico sta ad indicare che il rapporto uomo-natura è arrivato a configurarsi in modo tale che esige di essere ripensato integralmente. Certo: la soluzione non è il passaggio da una libertà senza natura ad una natura senza libertà, come sembra proporre una certa ideologia ecologica. Tuttavia l’aver tolto, in linea di principio, ogni confine fra cultura e natura, ha finito per evacuare completamente la soggettività umana.
 Il vincolo chiuso in cui si è cacciato il rapporto della persona col proprio corpo, quale si è andato configurando nella modernità, è dimostrato e dalle difficoltà insormontabili in cui si dibatte la bioetica dal punto di vista della meta-etica cui ispirarsi e dalla dottrina etica della sessualità. Vorrei fermarmi un momento a considerare questo secondo aspetto. L’etica contemporanea della sessualità è caratterizzata da un sistema di sconnessioni, tutte generate dalla separazione del corpo dalla persona o della spersonalizzazione del corpo e correlativa scorporazione (disincarnazione) della persona. Esse (sconnessioni) sono: la sessualità dall’amore (e reciprocamente); la sessualità dalla fecondità (e reciprocamente). In una parola: esercizio della sessualità e matrimonio non sono (non devono essere) correlati. La prima sconnessione ha finito col ridurre la sessualità ad un gioco o comunque ad un’attività che non implica per sé alcuna serietà. Il rapporto della reciprocità originaria, quello fra l’uomo e la donna, è pensato come una contrattazione nella quale ci si scambia liberamente un bene di cui fornire per un certo tempo: il proprio corpo. La seconda sconnessione ha condotto ad una effettiva de-responsabilizzazione della persona nei confronti della propria sessualità, poiché ha rinchiuso il soggetto sempre più ermeticamente dentro di sé.
 Il rapporto uomo-uomo dominato dal codice morale del contrattualismo e dell’utilitarismo, ha cacciato la società civile in una via lungo la quale non può trovare che l’anomia profonda.
La convivenza civile oggi infatti si è veramente cacciata in un vicolo chiuso. Diviene sempre più profondamente incapace di costruire una vera comunità umana, di dare origine ad un popolo nel senso forte del termine. Per quale ragione? per essersi costruita su una visione della persona umana ridotta ad un individuo mosso ad agire solo dalla ricerca del proprio utile. E’ questa riduzione che attiene sia all’essere dell’uomo (la persona umana è considerata originariamente un individuo) sia all’agire dell’uomo (l’individuo è mosso ad agire solo dalla ricerca del proprio utile), a rendere impossibile una vera comunità umana.
 Consideriamo in primo luogo la riduzione attinente all’essere umano. Essa consiste nel passaggio, compiuto all’interno del percorso della modernità, dalla definizione dell’essere umano come persona alla definizione dello stesso come individuo. E’ una svolta davvero “epocale”, della quale non ci rendiamo conto pienamente, tanto è vero che il dire “individuo” o “persona” è per noi sinonimo. Ma c’è una diversità sostanziale: anche le piante, anche gli animali sono individui, ma non sono persone.
 L’idea e l’esperienza di persona denota la realtà di un soggetto che sussiste in se stesso (non come parte di un tutto) e per se stesso (non finalizzato al bene di un tutto di cui egli sarebbe una parte). Ma un soggetto che si trova originariamente, cioè per sua stessa costituzione o natura, in relazione  con le altre persone. A causa di questa sua condizione ontologica, la persona, ogni persona è irripetibile, non entra a far parte di nessuna serie. E’ la realtà più perfetta, più preziosa che esista: il mondo intero vale meno di una sola persona. Quando si riduce la persona a mero individuo? Quando si nega che ogni uomo sia costituzionalmente o naturalmente in relazione con l’altro; quando si nega che l’uomo sia capace di autotrascendersi, cioè di cercare il bene dell’altro in quanto altro; e quindi si affermano soltanto diritti e non doveri. Di conseguenza la società non esiste e non è pensabile indipendentemente dagli interessi degli individui: si sta assieme se, nella misura in cui e fino a quando ho un interesse per farlo. La società umana nasce dal compromesso di interessi opposti e la giustizia non è altro che una ragionevole composizione di egoismi contrastanti.
 Ci siamo già addentrati nella riduzione antropologica attinente all’agire della persona. Essa consiste  nel ritenere che o comunque nel vivere come se, ciascuno sia mosso ad agire solo dal proprio interesse individuale. Ad un esercizio della propria razionalità teso alla conoscenza di un bene che è tale non solo per me, ma in sé e per sé e quindi per ogni persona ragionevole, subentra un esercizio della propria razionalità semplicemente auto-interessata. In tale esercizio della propria razionalità può radicarsi solo un esercizio della propria libertà governato non più dalla c.d. regola d’oro: “fai all’altro ciò che vuoi che l’altro faccia a te”, ma da quella che venne chiamata la regola di rame: “fai all’altro quello che l’altro fa a te”.
 Perché una tale visione è incapace di dare origine ad un vera società umana, ad un popolo nel senso più forte del termine? Perché il fatto umano originario che fa sì che una moltitudine di persone diventi ciò che chiamiamo comunità o società umana è che ciascuno sia capace di intravedere e di volere un bene che sia veramente bene comune. Cioè: il bene della persona umana come tale e quindi di ogni persona singolarmente presa. Se questo “auto-superamento cognitivo (= non conosco solo i miei interessi) e morale (= non voglio solo il mio bene proprio)” non fosse possibile, saremmo inevitabilmente condannati ad una mera distribuzione di vantaggi. Come non ricordare a questo punto il poeta Eliot? “Siamo gli uomini vuoti/ siamo gli uomini impagliati/ che appoggiamo l’un l’altro/ la testa di paglia”.
 E siamo così arrivati al punto centrale che spiega il mancato mantenimento della promessa della modernità: l’aver elevato la persona, meglio il singolo a misura della realtà. In questa “opzione” (poiché di questo si tratta) trovo la sua origine ultima, quella perdita di ogni punto di riferimento, che caratterizza  oggi il nostro modo di vivere la nostra esistenza “eticamente neutra”.

Conclusione: congedarsi dalla modernità. Che sia necessario congedarsi da questa vicenda, pochi oggi lo negano. Il problema è di capire come congedarsi. Ci si può congedare in tanti modi: sbattendo la porta; prendendo ciò che ci serve o altro ancora. Le difficoltà anche pedagogiche in cui ci dibattiamo, nascono dal non aver ancora individuato il modo con cui congedarsi dalla modernità.
 Nella crisi della scuola si rivela oggi più che mai questa situazione. Una scuola che, in quanto sistema formativo, non trasmette più alcuna interpretazione sensata della realtà, è già morta. E può trasmettere solo morte. La soluzione non è di caricarla di altri compiti (l’educazione sessuale, alla salute, civica e altro ancora), come se potessero essere svolti dalla scuola.
 La vostra presenza è ormai l’unica offerta di una interpretazione sensata e ragionevole della realtà.