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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Natura, ragione pratica, matrimonio secondo san Tommaso
Roma, Pontificia Accademia San Tommaso, 25 giugno 2016


In questa mia riflessione intendo rivolgere a san Tommaso una domanda riflettendo poi sulla risposta. E vedere quali orientamenti ci vengono dati dalla risposta tommasiana per affrontare le questioni che oggi pone la condizione in cui versa il matrimonio.

0. Alcune necessarie premesse

Prima di entrare in medias res devo fare alcune premesse, per evitare il rischio di cadere in insipienti anacronismi. È infatti lapalissiano che la condizione in cui versa oggi il matrimonio è profondamente diversa dalla condizione in cui versava al tempo di Tommaso.

0.1. È stata smontata pezzo per pezzo la stessa definizione di matrimonio che era stata data nella cultura occidentale. I “pezzi”, come sappiamo, sono il dimorfismo sessuale, le categorie di paternità e maternità, e quindi di figliazione. Prendiamo come esempio il concetto di maternità. Chi è la madre? I giuristi romani avrebbero semplicemente riso ad una tale domanda: mater semper certa. Oggi non è più così: è la donna che ha dato l’ovulo? È la donna che ha dato in affitto l’utero? È la donna che ha commissionato il bambino? In questa situazione se si voleva sapere che cosa fosse il matrimonio, era necessario ricorrere al potere politico. Ed esso ha cambiato la definizione di matrimonio.

Mi sono chiesto quale è la chiave di volta della ridefinizione, ed ho risposto: la de-biologizzazione del matrimonio. Esso è stato sradicato dalla dimensione biologica della persona umana in quanto maschio e femmina. L’equiparazione del c.d. matrimonio omosessuale al matrimonio etero sessuale è ormai un fatto compiuto negli ordinamenti giuridici degli Stati occidentali. Essa ha, a mio giudizio, quel significato.

0.2. Naturalmente un evento culturale di tale portata non avrebbe potuto accadere senza che fosse preparato. Non sto pensando ai potenti mezzi della produzione del consenso sociale. Sto pensando a profondi e secolari processi culturali, i quali hanno così inciso nel vissuto umano comune da immunizzarlo anche nei confronti di una nuova definizione di matrimonio. Ad alcuni di questi processi vorrei ora accennare.

+ La separazione del corpo dalla persona. In termini più tommasiani: la negazione dell’unità sostanziale della persona umana. Questa separazione, la quale è andata sempre più imponendosi, ha avuto come conseguenza la reificazione del corpo umano. Esso ha cessato di essere pensato e vissuto come epifania della persona e suo originario linguaggio, ed è andato via via a collocarsi oggetto tra gli altri oggetti. Se poi pensiamo, come si deve, questo processo dentro l’ideologia tecnologica, constatiamo che oggi anche il corpo umano è “a  disposizione” del “fare tecnico”.

+ La separazione dell’esercizio della sessualità dalla procreazione. Si faccia bene attenzione: non sto parlando di condotte coniugali dal punto di vista morale. Sto parlando di un modo comune di pensare secondo il quale la genealogia della persona non è de jure inscritta nella biologia della generazione. Questa radicazione è stata solo un dato di fatto, dovuto alle scarse conoscenze scientifiche e alle inesistenti possibilità tecniche. La rottura tra sessualità e procreazione è avvenuta secondo la scansione indicata da un noto detto inglese: “from sex without babies to babies without sex”.

+ La marginalizzazione della causalità finale nella considerazione della natura ha concorso alla incomprensione di un finalismo intrinseco all’esercizio della sessualità. Ed ha comportato l’ignoranza di ciò che Giovanni Paolo II chiamava il linguaggio sponsale del corpo, che dona al corpo una primordiale sacramentalità.

+ Dentro a questo incrociarsi di profondi processi culturali, l’eros o la dimensione erotica della sessualità viene degradata ad attività meramente fonte di piacere.

0.3. Questi alcuni dei principali processi culturali che hanno completamente dissestato l’istituzione matrimoniale, fino a mutarne la definizione: lo hanno debiologizzato.

Che domanda allora faccio a S.Tommaso? La seguente: quale rapporto pone tra bios e logos quando affronta il tema della natura del matrimonio? Oppure, per parlare in linguaggio più tommasiano: tra natura/inclinazione naturale e ragione pratica? La risposta a questa domanda occuperà la prima parte della mia riflessione.

Ma come pastore mi faccio anche una seconda domanda: la risposta di S.Tommaso può orientarci nella nostra condizione attuale? A questo dedicherò la seconda parte.

1. La risposta di san Tommaso

Articolerò la mia riflessione in due momenti. Prima esporrò per sommi capi la teoria etica generale tommasiana del rapporto inclinazione naturale-ragione pratica; in un secondo momento registrerò la teoria generale sul tema del matrimonio.

1.1. Mi sembra che il punto di partenza per cercare la risposta di Tommaso alla prima domanda sia la 1a 2ae q.94 art.2.

L’articolo, come è ben noto, affronta un problema molto preciso: se la legge naturale contenga un solo comandamento o numerosi comandamenti. Tuttavia all’interno dell’articolo si fa un esplicito riferimento al matrimonio di somma importanza per la nostra ricerca.

Si deve sempre tener presente che i teologi e i canonisti medioevali parlando del matrimonio si riferivano senza problemi alla definizione di Ulpiano come “conjunctio maris et foeminae”. Le tavole matrimoniali poi aggiungevano sempre“procreandorum filiorum causa”.

Per Tommaso il matrimonio è uno dei tre ambiti fondamentali nei quali si determina, si specifica, e si esprime quella prosecutio boni che è la forma fondamentale della legge naturale. Più precisamente il matrimonio è uno dei tre beni umani fondamentali, con il bene umano della vita e della vita in società.

La persona umana possiede molte inclinazioni naturali. ”Naturali” in questo contesto significa che esse non sono acquisite con l’agire come le virtù e i vizi, ma sono previe a qualsiasi attività dello spirito; sono un patrimonio della natura come tale. In quanto poi “inclinazioni” esse tendono ad un fine proprio [Tommaso: finis proprius]. Tuttavia, mentre l’animale anche nell’esercizio delle sue naturali inclinazioni è predeterminato dalla natura che le regolamenta [il leone non uccide se non ha fame o se non deve difendersi], la persona umana possiede un principio cognitivo ed attivo di messa in atto e di regolamentazione dell’esercizio della naturale inclinazione. È solo in forza di questo opus rationis che il fine proprio dell’inclinazione naturale diventa un fine dovuto, un bene morale, cioè propriamente un bene della persona umana come tale. Un atto di adulterio realizza la naturale inclinazione sessuale ed il suo fine proprio, ma non il fine dovuto: il bene umano al quale la persona è naturalmente-razionalmemente inclinata.

Il rapporto dunque tra inclinazione naturale e ragione pratica [nel mio vocabolario: tra bios e logos] è da pensare evitando due errori opposti. Le inclinazioni naturali non sono semplicemente dati di fatto a disposizione della ragione pratica e della libertà della persona, come pensa la forma mentis tecnologica. Non è materia manipolabile, neutrale nei confronti dell’atto della persona. In questo senso Benedetto XVI fece una profonda riflessione sulla “ecologia umana”. Non sono realtà «sub-umane» o «sub-personali» [Ranher].

Ma dall’altra parte non sono per se stesse orientate al bene della persona come tale. Il principio regolatore e misurante è la ragione pratica. «Ciò significa: le inclinazioni naturali sono in quanto tali solo indirettamente regola e unità di misura; cioè esse  fondano la regola. Esse non sono pertanto ancora in grado, come tali, di regolare l’agire. Esse sono invece regola e unità di misura per la ratio naturalis, la quale soltanto, in virtù della sua ordinatio nelle inclinazioni naturali, è regola e misura per agire».

Si dà quindi come una reciproca inabitazione della inclinazione naturale nella ragione pratica e della ragione pratica nell’inclinazione naturale [del bios nel logos e del logos nel bios]. È come una sorta di connubio che concepisce e genera l’agire retto della persona. E che, come vedremo fra poco, costruisce l’istituto del matrimonio.

La radice e la spiegazione di questa inabitazione reciproca è l’unità sostanziale della persona umana. Il processo culturale che ha oscurato e negato questa unità non poteva quindi non dissestare tutto l’edificio del matrimonio: ciò che sta puntualmente accadendo.

Ma è utile che mi soffermi ancora un poco a riflettere sull’attività della ragione, che eleva l’inclinazione naturale alla dignità di inclinazione umanamente naturale e naturalmente umana. Trattasi non di una constatazione puramente empirica di un vissuto biologico-istintuale. La ragione opera una comprensione integrale del fine proprio dell’inclinazione, in forza della quale il fine proprio medesimo diventa un bene umano, un bene della persona come tale. Si può anche parlare di un’interpretazione che la ragione fa dell’inclinazione naturale, in quanto essa tende a capire il significato umano dell’inclinazione.

Penso che sia sufficiente quanto detto a riguardo della teoria generale di S. Tommaso circa la relazione natura/inclinazione naturale-ragione pratica.

1.2. Cercherò ora di registrare questa teoria generale sul matrimonio. Quando Tommaso inizia la sua trattazione sul matrimonio, inizia da una domanda: se il matrimonio sia naturale [utrum matrimonium sit naturale].

La risposta data nel Commento alle Sentenze resta invariata in tutto il percorso speculativo dell’Angelico. Distingue due significati di “naturale”. Primo: ciò che è conforme ai principi costitutivi di una realtà, per necessità, [i corpi cadono verso il basso ]. Secondo: ciò che è conforme alla natura di realtà in quanto sono «seipsa dirigentia secundum proprias actiones in debitum finem», o secondo la formulazione del Commento alle Sentenze, «ad quod natura inclinat, sed mediante libero arbitrio completur». Il matrimonio è naturale in questo secondo senso.

Ritroviamo la stessa visione generale del rapporto bios-logos (cfr.§ 1.1) applicata all’esercizio della sessualità. Vediamo più precisamente come Tommaso pensa questa applicazione.

Parte dalla constatazione di un fatto, citando Ulpiano: “jus naturale est maris et foeminae conjunctio quam appellamus matrimonium”. Questo, che è un dato biologico, è il compimento del fine proprio dell’inclinazione sessuale. Quando, si chiede Tommaso, questo compimento è conforme alla natura della persona umana «in quantum rationalis»? A due condizioni. Prima. Quando il bene della persona che può essere generata è assicurato. Cioè: quando la persona generata può essere condotta «usque ad perfectum statum hominis, in quantum homo est, qui est virtutis statum». Seconda. Quando fra uomo e donna si costituisce una tale società di vita che a ciascuno è dato di cooperare secondo la propria mascolinità-femminilità.

Quando i teologi e i canonisti medioevali parlano di “inclinatio ad conjunctionem maris et foeminae”, non parlano solo di attrazione sessuale. Si tratta di un’inclinazione all’unione con un'altra persona, che non riguarda solo i due, ma è anche in ordine alla continuazione nel tempo dell’humanum. L’inclinazione all’unione sessuale è umana, è inclinazione ad un bene umano, in quanto è abitata da una intima ragionevolezza. Ed è in forza di questa intima ragionevolezza che il suo compimento conviene alla persona umana come tale. Tommaso nel già citato articolo del Commento alle Sentenze dice che l’unione sessuale è naturale come lo sono gli atti della prudenza e della temperanza.

La visione profondamente unitaria di Tommaso fa sì che l’inclinazione sessuale si presenta come naturale proprio quando ed unicamente quando è considerata all’interno della capacità della ragione di intra-vedere nel vissuto sessuale una bontà, una verità puramente intelligibile. Né la ragione pratica, secondo Tommaso, pensa la verità e la bontà della sessualità umana indipendentemente dalla considerazione dell’anatomia, fisiologia e psicologia. La percezione razionale della verità e bontà non prescinde dalla biologia della inclinazione. L’opus rationis è già originariamente radicato nell’inclinazione sessuale, essendo l’uomo unità sostanziale di spirito e materia. Anche in questo ambito dell’agire umano non si dà una ragione pratica pura.

La metafora del linguaggio sponsale del corpo, vera chiave di volta del Magistero di Giovanni Paolo II sul matrimonio, ci appare quindi profondamente radicata nel pensiero tommasiano. Il linguaggio propriamente è comunicazione fra le persone; è ciò mediante cui si esprime la persona. Il santo Pontefice mostra che il corpo è il linguaggio umano fondamentale, e le lettere fondamentali del suo alfabeto sono la mascolinità e la femminilità. L’aver ignorato durante i dibattiti sinodali questo profondo Magistero, è stata causa non ultima di tanti problemi. Il S. Padre Francesco vi ha rimediato nell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia.

Un ulteriore apporto nella linea della visione unitaria tommasiana è stato dato da Benedetto XVI. Nell’Enciclica Deus caritas est ha mostrato la naturale capacità dell’eros di essere integrato nell’agape.

Cerco ora di riassumere quanto detto finora. Il rapporto natura-ragione pratica-matrimonio viene pensato da Tommaso alla luce della sua teoria generale del rapporto tra inclinazione naturale e ragione pratica.

Questa teoria generale è comprensibile solo nel contesto della fondamentale tesi antropologica dell’unità sostanziale della persona umana. Negata questa, tutto il discorso di Tommaso sul rapporto inclinazioni naturali-ragione pratica diventa incomprensibile. Negazione ed incomprensibilità che hanno effetti devastanti sull’istituto matrimoniale.

E la teoria generale è che l’inclinazione naturale può dirsi umana in quanto e quando la ragione pratica scopre in essa una intrinseca verità e bontà. Nella lettura di Tommaso quindi occorre fare molta attenzione perché il termine “naturale” ha due significati, quando si parla dell’uomo. Può significare non acquisito, istintuale; ma può anche significare conforme alla ragione, in quanto questa è costitutiva dell’humanum. Parlare di visione biologistica in Tommaso, come è stato fatto, significa non aver letto Tommaso.

L’inclinazione sessuale ha, in quanto tale, una sua intrinseca bontà e verità, in forza delle quali solo il matrimonio ne è la realizzazione ragionevole, cioè buona. Il matrimonio è naturale perché è ragionevole; è ragionevole perché è naturale.

2. La condizione attuale

La dottrina tommasiana può orientarci nella nostra condizione attuale, nella cura che la Chiesa deve prendersi del matrimonio? Ho detto “orientarci”. La missione infatti dei pensatori essenziali, e Tommaso è fra i più grandi tra essi, è di indicarci dei percorsi, delle direzioni così che non smarriamo il sentiero nella “selva oscura” della vicenda umana, e la Chiesa non corra il rischio di prostituirsi col potente di turno. In questa seconda parte cercherò di rispondere a questa domanda.

2.1. Come abbiamo già detto, Tommaso inizia la sua riflessione sul matrimonio chiedendosi se il matrimonio è naturale.

La formulazione non deve trarci in inganno. Essa in sostanza si chiede se l’istituzione matrimoniale ha o non una fondazione nella natura umana oppure se esso è solo frutto di convenzioni umane. Aristotile direbbe: se l’uomo è un animale coniugale.

E qui troviamo un primo orientamento per muoverci nella situazione attuale: il ritorno al fondamento. Biblicamente: al Principio. È un salire alla sorgente dalla quale scaturisce il matrimonio, e quindi andare contro corrente per noi oggi: cosa che non accadeva a Tommaso. È in sostanza un orientamento a radicare la nostra visione del matrimonio nella costituzione della persona.

Andare alla sorgente ha voluto dire per Tommaso interpretare l’inclinazione sessuale come inclinazione naturale. Ho già cercato di spiegare che cosa questo significa.

In poche parole. La ricostruzione della visione antropologica razionale della base del matrimonio naturale è il primo orientamento che Tommaso ci indica nell’attuale situazione.

2.2. Come ho avuto modo di accennare varie volte, non si comprende la dottrina tommasiana sul rapporto bios-logos, se non alla luce della sua grande tesi antropologica dell’unità della persona umana. In termini più vicini alla nostra sensibilità, questa tesi venne espressa da Giovanni Paolo II con l’espressione: il corpo umano è un corpo personale, la persona umana è una persona corporale. Sappiamo con quanta forza teoretica Tommaso ha difeso per tutta la vita questa tesi senza cedere di un unghia agli avversari su questo punto.

Da questa architettura teoretica deriva il secondo e più importante orientamento tommasiano per noi oggi. Un orientamento che va seguito sia sul piano teoretico che sul piano pratico.

Sul piano teoretico. Questi decenni hanno mostrato la debolezza del pensiero cristiano nel tenere le basi della Dottrina della Chiesa sul matrimonio. Col risultato che sta correndo la Chiesa oggi, di divenire serva del mainstream contemporaneo, pensando che la verità è figlia del tempo; figlia dei processi culturali.

Sul piano pratico. La ragionevolezza della virtù della castità si fonda sull’unità della persona umana. La castità ha la sua giustificazione teoretica nell’unità della persona umana. Se si perde di vista questa, la virtù morale della castità si riduce alla continenza. Se si vuole far riscoprire l’unità della persona non solo a livello teoretico, ma anche a livello pratico, deve cessare nelle comunità cristiane il silenzio sulla castità. E positivamente impegnarsi in seri programmi di educazione alla castità. Conosco una grande esperienza educativa al riguardo, proposta in una scuola cattolica, costruita tutta consapevolmente sull’antropologia tommasiana.

2.3. Se si leggono tutte le pagine in cui Tommaso affronta il tema delle basi naturali del matrimonio, si constata che egli insiste sempre sul rapporto inclinatio naturalis ad conjunctionem maris et foeminae-matrimonio-procreazione/educazione.

Il terzo orientamento che ci viene da Tommaso è di riequilibrare la dottrina dei bona o fines del matrimonio. Dopo il Concilio Vaticano II si è avuto un ricupero della finalità, diciamo, sponsale: del bene degli sposi, ma ciò non raramente e contro il dettato del Concilio, a spese di un oscuramento o comunque marginalizzazione della finalità procreativa/educativa. A dire il vero una visione armonica la troviamo nelle Catechesi sull’amore umano di Giovanni Paolo II, nella sezione dedicata all’Enciclica Humanae Vitae. Magistero del tutto ignorato.

Uno dei risultati di questo squilibrio è una debolezza del pensiero cristiano nel far vedere oggi l’intrinseca irragionevolezza dell’agire omosessuale, e quindi la sua intrinseca grave malizia morale.


Un grande lavoro ci aspetta oggi. Non è svalutando la “fatica del pensare” in nome di una supposta più intensa pastorale, che si risolvono i problemi inediti del matrimonio. Una Chiesa meno ricca di pensiero non è una Chiesa più pastorale; è semplicemente una Chiesa più ignorante. E quindi meno immunizzata contro la mondanità del pensiero corrente.