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Seconda lezione ai docenti universitari
"La visione cristiana dell’uomo"
1 dicembre 2005


1,2. [Individuo e persona]. Nel paragrafo precedente abbiamo esplorato il senso del dire io: "io scelgo … io decido …". Esprime la consapevolezza di un soggetto che esiste in se stesso spiritualmente-corporalmente.

Facciamoci ora una seconda domanda: "che cosa denoto quando dico "tu"?". Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci se dire "persona" è lo stesso in realtà che dire "individuo".

Col termine individuo si può indicare qualsiasi essere che sia distinto e separato da ogni altro. Così per es. è un individuo questo tavolo ma non il suo colore. Questa nozione di individuo non si applica in modo specifico alla persona: anche gli animali, le piante, le cose sono individui in questo senso.

Si può ancora intendere "individuo" in rapporto ad una precisa natura o specie, nel senso che ogni individuo è una realizzazione di quella specie. In questo senso parliamo di individui umani, di individui cioè della specie homo sapiens. Questo senso tuttavia non attinge la profondità del termine "persona". Ogni persona non è semplicemente "un caso" di homo sapiens numerabile con altri.

Il termine infine "individuo" può avere un significato così profondo da renderlo sinonimo di persona. Mi spiego partendo da un’esperienza umana.

Il poeta Virgilio rivolgendosi ad un bambino appena nato gli dice: "incipe, parve puer, risu cognoscere matrem". Fra tutte le persone con cui il bambino ha a che fare, ne esiste una che è unica: egli la riconosce nel modo con cui sorride a lui. Esiste un’unicità, una irripetibilità che è propria della persona, per cui nessuno può prendere il posto di nessuno. Come potete vedere, l’individualità raggiunge nell’essere personale un grado assolutamente eminente.

Quando in alcuni momenti, all’interno di alcuni rapporti, - non dico sempre – diciamo "tu", noi affermiamo che la persona è unica, irripetibile, fuori serie, insostituibile. È dunque necessario che approfondiamo questo punto.

Possiamo dire che la persona gode di una essenziale irriducibilità: non è "riducibile a…". Essa esiste cioè non solo in se stessa, ma anche per se stessa. Vediamo che cosa significa.

a/ La persona è irriducibile alla natura, all’universo materiale: "la persona non può entrare in relazione con le altre cose come parte, essendo un tutto completo" [Tommaso d’A., in III Sent. V, 2,1 ad 2]. La persona non esiste in vista, in ordine ad un tutto dentro il quale essa è posta. Essa sporge sopra tutto l’universo: non esiste per esso, ma per sé; anche se quindi la persona venisse privata di tutto l’universo, rimarrebbe ugualmente "persona in senso completo", mentre se "perdesse se stessa" per guadagnare l’intero universo … farebbe un cattivo affare.

Irriducibilità dunque significa che la nozione di persona respinge da sé la nozione di parte come nozione contraria a quella di persona.

b/ La persona è irriducibile alla società cui appartiene: non si diventa "persona per appartenenza".

È il secondo significato dell’espressione: "la persona non solo esiste in sé ma anche per se stessa". Non è parte di un tutto che è il corpo sociale cui appartiene.

c/ La persona è irriducibile al possesso da parte di un'altra persona. Non è in funzione di … Essa non può divenire proprietà di nessuno, poiché esiste per se stessa. È il terzo significato.

In sintesi. Dire che la persona esiste per se sessa significa tre cose: non esiste per il bene dell’universo; non esiste per la società in cui è inserita; non esiste come mezzo per l’uso di un altro.

Come è possibile, a quali condizioni è pensabile questa irriducibilità della persona, la sua assoluta unicità? Al fatto che il suo esserci non dipende né dall’universo, né dalla società, né da nessun altro. Dipende da Dio stesso.

Ma dire questo non basta: anche l’intero universo dipende nel suo essere da Dio. Ma – e qui tocchiamo tutto l’incommensurabile mistero della persona – "mentre tutto l’universo fisico, nella sua immensità ed insondabilità, dipende da un solo atto creativo di Dio, cosicché nessuna delle singole sostanze che lo compongono ha l’essere "per sé" in maniera completa e perfetta, ciò che si dice dell’universo intero si può e si deve dire di ciascuna persona creata" [G. Basti, Filosofia dell’uomo, ESD, Bologna 1995, 338]. Ogni persona creata riceve l’essere direttamente, immediatamente da Dio stesso.

Questo secondo percorso ci ha portato a concludere che la persona è l’unico soggetto [o sostanza] che non solo esiste in se stesso ma anche per se stesso. E quindi la sola realtà che è irriducibile ad altro da sé; che non è sostituibile né ripetibile; che non è funzionale a nulla. Potremmo dire che nella sua sussistenza ontologica è l’unico essere inutile [non in vista di …]: vale in se stesso perché è per se stesso.

S. Tommaso ha scritto una pagina profonda sul fatto che la persona esista per se stessa al cap. CXII del libro terzo della Summa Contra Gentes, uno dei testi più alti dell’umanesimo cristiano, ma in cui ogni retta ragione può riconoscersi.

2. [Persona e dignità]. Abbiamo già cominciato ad usare termini come "valore" o "dignità".

Il concetto di dignità è strettamente connesso a quello di persona. È dunque assai utile per avere un’intelligenza sempre più profonda della persona. Ed infatti esiste nel pensiero cristiano [Alberto Magno per es.], e più ampiamente nella cultura occidentale [I. Kant per es.] una corrente che definisce la persona servendosi precisamente del concetto di dignità. In questa corrente possiamo senz’altro mettere anche K. Woitila/Giovanni Paolo II. È necessario però rigorizzare questo approccio alla persona perché può anche condurci fuori strada.

Comincio col chiarire che cosa intendo per dignità della persona. Il termine denota una qualità che è inerente all’essere stesso della persona; denota cioè qualcosa di oggettivo, di pertinente al suo stesso essere. La "dignità" quindi afferma che l’essere-persona non è qualcosa di neutrale che riceve importanza solo in "relazione a …".

L’affermazione della positività dell’essere - persona ha almeno un significato fondamentale. Indica che il valore dell’essere-personale non è situato nella relazione di riconoscimento del medesimo da parte di una persona concreta: è situato nel puro e semplice fatto che è persona.

Parlando di dignità stiamo dunque parlando del valore che ha la persona. E – entrando ormai nel discorso – si deve dire che il valore o dignità della persona ha una quadruplice fonte, o fondamento.

a/ Il valore della persona consiste in primo luogo nel suo stesso modo di essere: in sé e per sé. Non esiste un modo di essere più perfetto. È la sua dignità ontologica inerente al suo esserci stesso.

Questa dignità è in ogni persona, dall’istante del suo concepimento, qualunque siano le sue condizioni.

b/ Il valore della persona consiste nella sua vita cosciente, nel fatto cioè che la persona è capace di conoscere e di scegliere liberamente.

Ovviamente questa dimensione della dignità della persona non è presente in ogni persona, ma solamente in coloro che sono capaci di esercitare la loro ragione e la loro libertà.

c/ Il valore della persona umana consiste nella sua vita morale, di risposta libera cioè ai valori propriamente morali.

L’uomo onesto, giusto, temperante, forte ha in sé uno splendore e chiede una venerazione, che non rifulge nell’uomo disonesto, ingiusto, intemperante, pusillanime.

È la dimensione morale della dignità della persona, che raggiunge il suo vertice nella santità.

d/ Il valore della persona consiste nel possesso di doti che non dipendono dalla propria libertà né dalla natura umana come tale.

  • Sono doti o talenti naturali: pensate alla dignità particolare posseduta dalla persona di Michelangelo.
  • Sono funzioni particolarmente importanti: pensate alla dignità propria del Capo dello Stato.

Come potrete facilmente constatare, sulla dignità della persona si fondano i diritti dell’uomo. Questi potrebbero anche essere classificati secondo la quadruplice dimensione della sua dignità.

Mi piace concludere riprendendo un’idea appena accennata all’inizio.

Se una persona si mettesse in centro a Bologna nell’ora del traffico più intenso e poi dicesse: "che musica stupenda!", e ritornato a casa ascoltando un Notturno di Chopin esclamasse: "che rumore insopportabile!", noi diremmo, come minimo, che dal punto di vista musicale è un’idiota. La risposta alle due fonti di suoni è inadeguata alla loro realtà.

Se una persona di fronte ad una persona dicesse: "ma quanto mi sei utile!", non darebbe una risposta adeguata alla realtà della persona. La persona deve essere affermata in sé e per sé a causa del suo essere stesso: l’assolutezza dell’essere-personale implica l’incondizionatezza del suo riconoscimento. Cioè: il "primum anthropologicum" coincide con il "primum ethicum". La verità fondamentale sull’uomo; l’uomo è una persona; è al contempo la verità fondamentale dell’etica: l’uomo è un valore assoluto ed incondizionato. È nella stessa visione intellettiva che ho intelligenza dell’essere proprio della persona e del suo valore.

Così come nello stesso atto con cui contemplo "quel pezzo di marmo" che ho davanti a me, ne vedo il suo singolare valore, poiché quel pezzo di marmo è la Pietà di Michelangelo.

La famosa legge di Hume [non si da passaggio dall’asserto descrittivo all’asserto valutativo-imperativo] è in realtà una pura invenzione, che nasce dall’errore di riconoscere come sapere sperimentale soltanto il sapere basato sull’esperienza sensibile.

Non si dà nessun passaggio dall’essere al dover essere, semplicemente perché l’essere non è neutrale. "La supposizione che non esiste importanza, che ogni cosa sia in realtà neutrale, che ogni importanza sia solo un aspetto relazionale, significherebbe un completo collasso dell’universo" [D. von Hildebrand, cit. Da P. Premoli De Marchi, Uomini e relazione. L’antropologia filosofica di Dietrick von Hildebrand, Franco Angeli, Milano 1998, pag. 96].