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LO SPIRITO CHE DONA LA VITA
Lecce, 2 marzo 1998

“Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita”: così noi professiamo la nostra fede nella divina persona (Signore) dello Spirito Santo. E la prima proprietà che le attribuiamo è quella di “Colui che dona la vita” (vivificantem). “La Chiesa … istruita dalla parola di Cristo, attingendo all’esperienza della Pentecoste ed alla propria storia apostolica, proclama sin dall’inizio la sua fede nello Spirito Santo come in Colui che dà la vita, colui nel quale l’imperscrutabile Dio uno e trino si comunica agli uomini, costituendo in essi la sorgente della vita eterna” (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Dominum et vivificantem 1,3).
 Ci troviamo dunque di fronte ad un articolo fondamentale della nostra fede. Cercheremo di averne una piccola comprensione, ma già tale da suscitare in noi stupore, gioia e lode del Signore.

1. Vorrei cominciare molto semplicemente coll’attirare la vostra attenzione sul nostro vivere: sulla vita di cui ognuno di noi ha continuamente consapevolezza ed esperienza. L’uomo è originariamente un essere vivente, infatti. Che cosa significa questo?
Ogni momento avviene in noi qualcosa di “strano”. Noi compiamo delle azioni che anche gli animali compiono: mangiamo come loro, dormiamo come loro, abbiamo come loro una sensibilità (vedere, toccare, udire …). Ma noi compiamo anche delle azioni che gli animali non compiono: conosciamo verità che hanno un valore universale, noi abbiamo pietà dei nostri morti, noi preghiamo il Signore, compiamo delle scelte libere e così via. Finora ho parlato al plurale. Proviamo adesso a guardare dentro ciascuno di noi: ciascuno di noi compie azioni che nessun animale potrebbe compiere. E fino a qui nulla di strano, apparentemente: tutto ciò dimostra che la persona umana in parte è come gli animali e in parte non è come gli animali. Ma la cosa che suscita più stupore in tutto questo è un’altra, alla quale vi prego di prestare molta attenzione. La descriverei così: è la stessa ed identica persona che compie delle azioni che sono fra loro così diverse. Facciamo un momento di attenzione a noi stessi. Se io mangio e dopo prego (ed esiste una bella diversità fra «mangiare» e «pregare»!) non è che colui che mangia sia uno diverso da colui che prega: sono sempre io stesso che mangio e che poi prego. Dunque da questa descrizione molto semplice di ciò che accade in noi abbiamo raggiunto alcuni risultati assai importanti. Primo ci sono in noi tante attività assai diverse fra loro; secondo: pur essendo tante (attività) e diverse, esse vengono prodotte dallo stesso soggetto, in quanto «sono io che …». Forse questo discorso vi sarà sembrato un po’ singolare. Tuttavia esso ci ha condotto ad una prima descrizione di ciò che chiamiamo vita. La vita è un agire (tutto un insieme di attività) che ha il suo inizio in colui che agisce; dentro a da colui che agisce. Facciamo ancora un esempio. Se io lascio sulla strada una pietra, essa è sempre ferma. Se la prendo e la lancio, essa certamente si muove. Però il suo movimento non ha avuto origine dentro di sé: ha avuto origine fuori (io che l’ho presa e lanciata) ed è stato causato da un agente diverso da se stessa. Diciamo: «è mossa da …», e non «muove se stessa». Chi è allora il vivente? E’ uno che … muove se stesso, cioè è uno che ha in se stesso quel principio che dà origine alle sue attività. Volendo usare una terminologia un po’ tecnica, diremmo: i viventi sono coloro che sono “capaci per essenza di determinare a diversi livelli il proprio comportamento” (G. Basti, Filosofia dell’uomo, ed. SD, Bologna 1995, pag. 115). Ora, l’uomo è un vivente unico, poiché è capace di dare origine a comportamenti sia materiali sia spirituali. Vive cioè una vita sia fisica sia spirituale. Teniamo dunque ben presente sia che cosa significa vivere (= essere capace di determinare i propri comportamenti) sia che cosa caratterizza il vivere umano (ha una vita fisica e una vita spirituale, strettamente unite fra loro nella e dalla stessa persona).
 Ora però dobbiamo porre la nostra attenzione su qualcosa di molto profondo che accade in quel vivente che è l’uomo. E vi prego di prestare ancora più attenzione, perché ora dobbiamo davvero scendere in profondità.
 L’uomo, ciascuno di noi non si accontenta di vivere. A  volte infatti ci troviamo a dire di noi stessi o di altri (o tentati di dire): “ma questa non è più vita, meglio farla finita!” oppure: “ma questa non è più una vita umana!” Proviamo a soffermarci un momento su questa ultima frase: «non è più una vita umana». Essa non significa necessariamente: non è più vita umana perché questa persona non compie più le operazioni proprie della vita (che prima abbiamo descritto). Vuol dire qualcosa di molto più profondo: ci sono vari modi di vivere la vita umana (la stessa vita umana); alcuni di questi sono tali che ti riducono a vivere al di sotto di ciò che è umano. Ed allora che cosa è, quale è il modo veramente, interamente umano di vivere? più brevemente: quale è la vera vita umana?
 Prima di rispondere a questa grande domanda, fermiamoci ancora un momento a prendere in considerazione più profonda ciò che stiamo dicendo. E’ possibile vivere e nello stesso tempo sentire che «questa non è più vita». Cioè: esiste, se così possiamo dire, una vita – diciamo così – semplicemente tale e una vita che ha in sé “qualcosa” per cui non solo vivi, ma senti che questo è il modo vero di vivere. E pertanto come diciamo che esistono due modi di vivere così possiamo dire che esistono due modi di morire: la morte che pone fine semplicemente alla vita e la morte che non pone fine semplicemente alla vita, ma a quel “modo di vivere” veramente l’umano. Esiste, le chiameremo così, una morte fisica e una morte spirituale. “Non occorre morire, per essere morti” scriveva recentemente un giovane. Vedete allora che siamo giunti ad una conclusione assai importante. L’uomo può vivere in due modi fondamentalmente diversi: vivere una vita interamente umana, oppure vivere una vita tale da dire «ma questa non è più vita». E pertanto l’uomo può morire in due sensi assai diversi: morire perché non sta vivendo una vita interamente umana, la morte spirituale; morire perché semplicemente finisce la vita pura e semplice, la morte fisica.
 Riprendiamo ora la nostra domanda: “che cosa è che fa dire ad un uomo «ma questa non è più vita, meglio farla finita»?” oppure “che cosa è che fa dire «come è bella la vita, che gioia vivere»?” Vorrei che, cercando di rispondere a questa domanda, vi liberaste subito dalla tentazione di dare una risposta che sembra tanto ovvia, ma che in realtà è fuorviante: è la sofferenza fisica oppure è la carenza di mezzi. Ho conosciuto persone che vivevano in grande sofferenza ed erano contente di vivere. Un giovane suicida lasciò scritto ai suoi genitori: “mi avete dato tutto, ma non il necessario!”. Ecco fermiamoci un momento su questa affermazione. Che cosa è necessario all’uomo non solo per vivere, ma per vivere in modo tale da poter dire dentro di sé: “che bello è vivere!” e non “questa non è più vita!”? Noi abbiamo la certezza che vivere è bello, quando e se abbiamo la certezza che il mio esserci ha valore, ha significato, ha una sua intrinseca necessità, ha una sua propria intelligibilità, ha una sua verità. “L’uomo è un essere che cerca l’essere significativo, il significato ultimo dell’esistenza. Questo significato ultimo non implica soltanto che l’uomo sia parte di un tutto, un’appendice dell’immensità, ma esige la risposta ad una domanda, la soddisfazione di un bisogno; implica non solamente che l’uomo sia tollerato, ma anche di sapere che è necessario, prezioso, indispensabile” (A. Heschel, Chi è l’uomo?, ed. Rusconi, Milano 19971, pagg. 107-108). Non diciamo forse: “che cosa ci sto a fare al mondo?” nel momento in cui ci sentiamo privi di significato? La morte spirituale consiste nella certezza che il nostro vivere è privo di significato: che io ci sia o non ci sia è lo stesso per il tutto e per tutti! Dunque non c’è maggior significato nel mio esserci che nel mio non-esserci. Questa condizione ha un nome: disperazione. La vita umana e la disperazione sono incompatibili. Questa incompatibilità o ti porta al suicidio oppure ad una perpetua evasione da te stesso.
 Abbiamo, credo, trovato la risposta. La domanda era: “che cosa è che fa dire ad un uomo «ma questa non è più vita!»”. La risposta è: la certezza che il suo esserci non è più necessario a niente e a nessuno, non è più dotato di significato, non ha più valore, non è più dotato di preziosità. La domanda era: “che cosa è che fa dire «come è bello che io ci sia!»?”. La risposta è: la certezza che il mio esserci è necessario, è dotato di significato, di valore, di preziosità.
 Quando viviamo nella prima condizione viviamo “fisicamente” ma siamo morti “spiritualmente”: viviamo una vita morta; quando viviamo nella seconda condizione viviamo una vita interamente viva (se così posso dire).
 Ma il nostro domandare si fa più insistente. Necessario a chi? Significativo per chi? Prezioso davanti a chi? E siamo al “nodo centrale” di questa nostra meditazione sulla vita.
 Qualcuno potrebbe rispondere: “sei necessario a te stesso”. Non ha senso, poiché questa risposta ti chiude dentro ad una esistenza, la tua, rifiutando qualsiasi riferimento ad altro o ad altri. Ora è la tua esistenza precisamente che può perdere significato, che è inconsistente.
 E’ stato risposto: “sei necessario al progresso dell’umanità”. Questa risposta, che è la radice di ogni forma di totalitarismo, è la risposta più devastante della nostra umanità; è quella che insidia più profondamente la certezza del significato. Proviamo a riflettere attentamente. Volgendo il nostro sguardo interiore verso un futuro, perciò stesso neghiamo che il nostro presente sia significativo: è la premessa di ogni (pseudo-) rivoluzione. Il senso accadrà nel futuro … quando io non ci sarò più. Cioè: quando tu ci sei, vivere non ha senso; quando vivere avrà senso, tu non ci sarai più.
 Da queste risposte sbagliate però possiamo già desumere alcuni orientamenti per la risposta vera. Il primo: se la mia vita ha un significato, lo deve avere mentre io vivo, non a causa di un avvenimento che accadrà quando io non ci sarò più. Il secondo: se la mia vita ha un significato, lo deve avere agli occhi di Uno che a sua volta non è esposto al rischio della morte spirituale, ma agli occhi di Uno che è la Vita stessa (la pienezza di significato). E questi è Dio stesso.
 In sintesi. Ciò che mi fa dire: «come è bello che io viva!» è la certezza che io sono prezioso adesso e sempre agli occhi di Dio, che io sono per Lui necessario, che io sono unico ed irrepetibile davanti a Lui. Fate bene attenzione, vi prego: non è sufficiente per vivere un vita interamente umana, essere certi che Dio esiste. Si può essere certi di questo, ed essere dei disperati. Ma è necessario essere certi di questo: Dio ha un supremo interesse per l’uomo. Solo quando tu sei certo di questo, allora – nonostante tutti i nonostante – tu non puoi non dire: come è bello che io ci sia, che io viva! La vita interamente vera è la vita che si nutre della certezza che Dio ha un interesse supremo per l’uomo. Il tema, la preoccupazione fondamentale del nostro pensiero “non è quindi la conoscenza che l’uomo ha di Dio, ma piuttosto la conoscenza che Dio ha dell’uomo, il fatto che l’essere dell’uomo è oggetto della conoscenza e della sollecitudine divina. Per questo il grande enigma era: perché Dio, il creatore del cielo e della terra, dovrebbe occuparsi dell’uomo? Perché gli atti di questo piccolo uomo dovrebbero essere tanto importanti da influire sulla vita di Dio?
Può l’uomo recare qualche vantaggio a Dio?
Può il savio recarGli vantaggio?
Se sei giusto, che utile ne ha l’Onnipotente?
Se sei integro nella tua condotta, che ci guadagna?
         (Giobbe 22,2-3)
Dio prende l’uomo sul serio, entra con lui in rapporto diretto, con un patto nel quale è impegnato non solo l’uomo ma anche Dio” (op. cit. pag. 124).
 Possiamo dire di aver concluso la prima parte della nostra riflessione. In sostanza, essa è nata da una grande domanda: che cosa significa vivere? abbiamo risposta per gradi successivi.
 (a) Vivere significa essere capaci in forza della propria natura di dare origine in se stessi e da se stessi alle proprie attività.
(b) Vivere per noi significa essere capaci … in forza della nostra natura di dare origine in se stessi e da se stessi ad attività che sono unitariamente vegetative, animali e propriamente umane.
(c) Vivere per l’uomo significa vivere nel senso di (b) in modo tale da poter dire in verità: «come è bello che io viva!».
 Non ci siamo chiesti a quali condizioni è possibile vivere nel significato (a) e (b). A questo risponde la biologia, la psicologia, la medicina. Ci siamo chiesti a quale condizione è possibile vivere nell’ultimo significato. E la risposta è stata la seguente: è possibile vivere nel significato pieno, se si vive della certezza che Dio ha un supremo interesse per l’uomo, che Dio ama te di un amore eternamente fedele.

2. Iniziamo questa seconda parte della nostra riflessione con una domanda ed una constatazione.
 La constatazione: l’amore con cui Dio ama una creatura è profondamente diverso dal modo con cui una creatura, diciamo la persona umana ama un altro. La persona umana ama un altro perché è attratto da un bene che esiste nell’amato prima che sia amato: precisamente quel bene che causa l’amore. Al contrario, prima che Dio mi ami non esiste in me un qualche bene che possa attrarre il Signore, ma è lo stesso amore di Dio che produce in me questo stesso bene. Dio non mi ama perché io vivo, ma io vivo perché Egli mi ama.
 La domanda: sulla base di che cosa, io posso essere certo che Dio ha un supremo interesse per me; che Dio ama me di un amore eternamente fedele? Lo posso sapere solo se Dio me lo dice, cioè mi rivela che mi ama e se me lo dimostra nei fatti: parola e fatti.
 Ora la S. Scrittura è una testimonianza continua dell’amore di Dio.
Il tema dell’amore di Dio è il tema centrale di tutta la S. Scrittura. Da una parte essa ci rivela l’infinita distanza di Dio dalla creatura, dall’uomo: “tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,20). Dall’altra parte, tutta la S. Scrittura è la storia dell’avvicinarsi di Dio all’uomo, della decisione di Dio di vivere con l’uomo.
Ma non è tanto su questo che voglio ora fermarmi, quanto piuttosto sui fatti.
 Il primo fondamentale fatto, la dimostrazione concreta che Dio ha un interesse supremo per la mia persona è il dono del suo Unigenito, l’incarnazione del Verbo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito” (Gv 3,16a). In che senso l’incarnazione del Verbo dimostra il supremo interesse di Dio per la mia persona?
L’insidia più grave che può presentarsi al nostro spirito, alla nostra persona è di ritenere che la nostra natura ci spinga a desiderare una beatitudine che di fatto è irraggiungibile. Da una parte infatti viviamo continuamente l’esperienza di un’intima insoddisfazione mai saziata da ciò che abbiamo, una permanente inquietudine mai pacificata dal possesso di ciò che raggiungiamo. Dall’altra parte, tutto ciò che ci si presenta ha il carattere della finitudine e della limitatezza. Questa nostra quotidiana esperienza può alla fine portarci ad una rassegnazione che ci chiude dentro al finito, ad una sorta di anoressia spirituale che ci toglie ogni appetito di una felicità senza fine. Ritroviamo quella condizione spirituale che abbiamo chiamato “morte spirituale”. E’ una sorta di degradazione della nostra dignità da persone chiamate a vivere una vita di piena beatitudine nel possesso eterno di un Bene infinito, ad individuo che si accontenta solo di istantanei possessi di beni limitati: “ignorando suae dignitatem naturae … quandam beatitudinem bestialem requirunt” (S. Tommaso d’A., Contra gentes IV, 54,3924). Orbene chi ama, vuole la piena felicità della persona amata. Quale è il modo più efficace di mostrare all’uomo che Dio non lo condanna all’assurdo di una esistenza destinata ad accontentarsi sempre di meno di ciò che naturalmente desidera, che “portando” la stessa natura umana dentro alla stessa vita trinitaria? Assumendo personalmente una natura umana individua, il Verbo dimostra nei fatti che all’uomo è possibile realmente entrare nel possesso della vita divina: nel Verbo incarnato vi è già entrato.
 L’altra suprema dimostrazione dell’interesse, dell’amore di Dio per la mia persona è la passione e morte del suo Unigenito: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5,8). Ciò che sconvolge più profondamente in tutta questa vicenda, è la non necessità di una tale passione e morte, la possibilità di una salvezza anche senza una tale umiliazione. L’autore della Lettera agli Ebrei vede in questa scelta una decisione di partecipare pienamente alla nostra condizione, motivata da una profonda  “com-passione” che Dio sente nel suo cuore per l’uomo.
 L’Incarnazione del Verbo e la sua passione e morte sono la dimostrazione incontrovertibile che Dio ha per te un interesse supremo, che è supremamente interessato alla tua persona.
 Ma qui finalmente tocchiamo il punto più profondo di tutto il nostro discorso, la sintesi di tutto ciò che stiamo dicendo.
 Partiamo da una semplice osservazione di vita quotidiana. Noi sappiamo veramente che una persona ci ama, quando sentiamo che ci ama. Che cosa significa «sentiamo»? che non solo conosciamo qualcosa, ma che questa conoscenza è vera, perché abbiamo un’esperienza diretta ed immediata di ciò che conosco. In poche parole: sono certo che Dio mi ama, che Dio è supremamente interessato alla mia persona se, e solo se, e solo nella misura in cui «mi fa provare, sentire» che mi ama. Come, quando «mi fa provare, sentire»? quando mi dona la Spirito Santo: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5,5b). L’amore di Dio: l’amore con cui Dio ci ama. Commenta S. Tommaso: “Si dice che l’amore con cui ci ama, è riversato  nei nostri cuori, in quanto esso è chiaramente manifestato ai nostri cuori mediante il dono dello Spirito Santo impresso in noi (in Ad Rom. V lectio I, 392). Questo testo paolino riassume veramente tutta l’esperienza cristiana.
 Come già vi dissi, l’amore di Dio è sempre “produttivo in noi di qualcosa”. Il Padre ci ama ma non di un amore qualsiasi. Ci ama in Cristo, cioè rigenerandoci nella stessa vita di cui vive Cristo, la vita di figlio: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente” (1Gv 3,1). E’ il dono dello Spirito che fa “abitare Cristo nel nostro cuore”: che ci configura realmente alla divina figliazione di Cristo e quindi ce ne da l’intima esperienza: “lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rom 8,16). Ancora una volta non posso trattenermi dal citare lo stupendo commento di S. Tommaso: “Egli da questa testimonianza non esteriormente alle orecchie dell’uomo, come il Padre dichiarò del suo Figlio, in Mt 3,17. Egli dà questa testimonianza producendo in noi l’amore di figli (per effectum amoris filialis quem in nobis facit)” (Ibid. 645). Orbene che cosa significa «attestare al nostro spirito che siamo figli di Dio» se non che «Dio ti ama allo stesso modo con cui ama il Verbo suo unigenito»? Ha lo stesso interesse per la tua persona dell’interesse che ha per la divina persona del Verbo incarnato in cui tu vivi e sei. E’ il dono dello Spirito Santo che costituisce questo rapporto del Padre con te in Cristo – Verbo incarnato e di te col Padre in Cristo-Verbo incarnato.
 Questo è l’essenza stessa del cristianesimo. Si tratta di un’azione interna del Padre nella nostra persona, nel nostro spirito. E’ una azione reale. Se per ipotesi, io ammettessi tutto nel e del cristianesimo ma negassi una operazione interiore (come fece Pelagio), questa trasformazione reale della persona umana, distruggerei semplicemente tutto il cristianesimo, poiché negherei ciò che lo definisce come tale: “hanc debet Pelagius gratiam confiteri, si vult non solum vocari, verum etiam esse Christianus” (Agostino, de gratia Christi et de peccato originali I, 10; NBA XVII/2, pag. 152).
 Ma sulla base di questo rapporto originario del Padre con ciascuno di noi in Cristo, posto in essere per mezzo dello Spirito Santo, una risposta dell’uomo è resa possibile. Quel rapporto originario si chiama GRAZIA: la risposta resa possibile dalla grazia si chiama LIBERTÀ. Vorrei ora dire qualcosa sulla risposta.
E’ lo Spirito Santo che mi rende capace e che suscita in me “uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo «Abbà, Padre!» “ (Rom 8,15). L’esistenza si costruisce come realizzazione del progetto del Padre: si costruisce un alleanza vera e propria, cioè reciproca anche se non paritetica.

“Si ha così una soprannaturale «adozione» degli uomini, di cui è origine lo Spirito Santo, amore e dono. Come tale egli viene elargito agli uomini. E nella sovrabbondanza del dono increato ha inizio, nel cuore di ogni uomo, quel particolare dono creato, mediante il quale gli uomini «diventano partecipi della natura divina». Così la vita umana viene penetrata per partecipare dalla vita divina ed acquista anch’essa una dimensione divina, soprannaturale. Si ha la nuova vita, nella quale come partecipi del mistero dell’incarnazione, «gli uomini dello Spirito Santo hanno accesso al Padre». Vi è, dunque, una stretta relazione tra lo Spirito, che dà la vita, e la grazia santificante e quella molteplice vitalità soprannaturale, che ne deriva nell’uomo: tra lo Spirito increato e lo spirito umano creato”. (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Dominum et vivificantem, 52)

 Dobbiamo ormai concludere. Proviamo a percorrere in fretta tutta la nostra riflessione finora fatta.
 Siamo partiti da una domanda: che cosa significa la professione di fede della Chiesa nello “Spirito che dà la vita”? Ci siamo allora chiesti che cosa significa vivere. Abbiamo visto che la risposta è la seguente: vivere significa dare origine in se stessi e da se stessi ad attività che sono unitariamente vegetative, animali e propriamente umane. Ma ci siamo subito resi conto che questa risposta non è esauriente.
 Vivere significa tutto questo, ma in modo tale che possiamo dire in piena verità: come è bello che io viva! A quali condizioni, ci siamo allora chiesti, è possibile vivere in questo modo? E la risposta è stata: è possibile vivere così solo se si ha la certezza vissuta, l’esperienza che Dio ha un interesse supremo per ciascuno di noi, che Dio ama ciascuno di noi con un amore eternamente fedele.
 Finalmente, la risposta alla domanda «che cosa significa vivere»? è allora la seguente: vivere è essere amati da Dio per sempre.
 Riflettendo sul senso di «essere amati da Dio per sempre» siamo giunti alle seguenti conclusioni:
 - essere amati da Dio significa essere rigenerati da Lui in Cristo come figli nel Figlio;
 - essere amati da Dio significa ricevere in noi il dono dello Spirito Santo che ci dà anche l’esperienza dell’amore del Padre (ci fa sentire amati da Dio);
 - poiché l’amore suscita amore e l’Amante chiede di essere amato, la libertà dell’uomo costruisce la sua esistenza guidata e sorretta dallo Spirito.
 Dunque: essere amati da Dio significa ricevere il dono dello Spirito; rispondere all’amore significa essere guidati dallo Spirito. La vita è questa: rispondere all’amore di Dio che ci ama infinitamente. Il “nodo” in cui si sigla questa alleanza è lo Spirito Santo. Egli è la vita nostra, perché è “colui nel quale l’imperscrutabile Dio uno e trino si comunica agli uomini, costituendo in essi la sorgente della Vita eterna”. La vita in senso pieno ha la sua origine nella presenza e nel dono dello Spirito Santo che agisce dal di dentro delle nostre persone e si manifesta nel tessuto quotidiano del nostro esistere.

Conclusione

Non c’è vita vera se non nello Spirito Santo: questo è in sostanza tutto il discorso cristiano sull’uomo.