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Giorno nazionale del Timone
Intervento in occasione del ricevimento del premio "Defensor Fidei" 2010
Oreno di Vimercate (Mi), 22 maggio 2010


Sono profondamente grato alla Commissione che ha giudicato di conferirmi il premio Defensor fidei, e al direttore de IL TIMONE il dott. G.P. Barra che sta svolgendo il più prezioso fra tutti i servizi alla comunità cristiana: il servizio alla verità della fede.

È consuetudine che in occasioni come questa il premiato offra all’attenzione dei presenti alcune riflessioni che abbiano una qualche attinenza alla ragione e al senso del premio. Cercherò di farlo svolgendo alcune considerazioni sulla liturgia come custode della dignità dell’uomo. Ma prima mi si consenta di dirvi le ragioni di questa scelta.

01. Penso – ed ogni giorno ne sono più convinto – che raramente nel corso della storia l’uomo, e la sua dignità congenita siano stati così a rischio come oggi, così insidiati come oggi. Perché? Perché sono negati i costitutivi ontologici della persona umana, e quindi i fondamenti della sua dignità. L’apprezzamento dell’uomo è misurato infatti dalla sua costituzione ontologica.

Se noi leggiamo attentamente il primo ed il secondo capitolo della Genesi, ci rendiamo conto che la persona umana è essenzialmente altro [aliud] e altra [alia] da ciò che la circonda; e che questa alterità la pone in una condizione ontologica infinitamente superiore. La pagina biblica parla di una solitudine originaria: "ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile" [Gen 2,20a] .

Ma le stesse pagine ci dicono che questa soggettività non è irrelata, ma è originariamente capace di autotrascendersi istituendo una vera e propria relazione con ogni altro soggetto. Il simbolo originario di questa alterità correlata è il fatto che la persona umana è uomo e donna.

Esiste poi e soprattutto una relazione insita nella persona umana, che pone la persona in rapporto collo stesso Assoluto, in forza della quale la persona umana è "ad immagine e somiglianza di Dio". [Gen 1,26].

Tutte e tre le ragioni che fondano la dignità propria dell’uomo – la solitudine originaria, la capacità di autotrascendersi e relazionarsi all’altro, il rapporto all’Assoluto come di immagine all’Originale - sono state via via demolite nella coscienza che l’uomo ha oggi di se stesso.

La prima è stata demolita dall’elevazione della teoria evoluzionistica a filosofia prima, cioè a spiegazione ultima e totale della realtà; la seconda dalla negazione dell’uomo di conoscere la realtà come è in se stessa e quindi di autotrascendersi; la terza dalla progettazione, che diventa sempre più invasiva di ogni regione dell’humanum, della vita "come se Dio non ci fosse". La prima erosione tende a convincere l’uomo ad essere un casuale frammento della materia; la seconda che "non avanzeremo d’un passo di là di noi stessi" [D. Hume]; la terza che Dio è un’ipotesi superflua.

Come pastore cui è affidata una comunità cristiana vedo che ho due responsabilità: l’una da svolgere "nel Santuario"; l’altra nel "cortile dei gentili". La prima riguarda, è la difesa dei fedeli dall’oscuramento della loro coscienza circa la propria dignità di persone; la seconda mi pone il problema di come aiutare chi vaga nel deserto del senso in conseguenza della perdita di se stessi, a ritrovare se stesso.

La mie successive riflessioni riguardano solo il primo compito. Alla domanda: come custodire nella verità del se stesso chi oggi è esposto alla triplice forza demolitrice? La mia risposta è: mediante la liturgia. Ora spero sia chiaro in che senso parlerò della liturgia come la custode della dignità dell’uomo; come il luogo dove la persona umana ha una luminosa percezione della sua dignità.

1. La [celebrazione della] Liturgia è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo in Cristo per mezzo del dono dello Spirito Santo. Essa, la celebrazione liturgica, non è prima di tutto un’azione umana, ma di Dio: la causa principale dell’evento liturgico non è l’uomo ma Dio. La liturgia è l’evento sacramentale della deificazione dell’uomo.

La persona umana coinvolta nella celebrazione riceve il dono e nel "sentirsi amata", adora, loda e ringrazia, ed implora di non essere mai rigettata da un tale convito di nozze. In quanto umana, o meglio dal punto di vista umano, la celebrazione liturgica ha quindi il carattere di pura risposta. Quando diciamo "noi ti rendiamo grazie per la tua Gloria immensa", la persona umana prende parte per così dire al ritmo dell’Assoluto. Come ha scritto S. Kierkegaard, "l’adorazione è il maximum per esprimere il rapporto dell’uomo a Dio e insieme la sua somiglianza con Dio, poiché le qualità sono assolutamente differenti. Ma l’adorazione significa precisamente che Dio è assolutamente tutto per l’uomo e che l’adorante è a sua volta colui che distingue assolutamente" [Postilla conclusiva non scientifica, sezione II, A) §1; Opere, Sansoni ed., Firenze 1972, pag. 487].

La partecipazione alla celebrazione liturgica fa vivere quindi alla persona l’esperienza di un rapporto col Mistero, che la rende consapevole di essere "superiore" a tutta la creazione materiale ed animale. La rende consapevole infatti che (a) il suo orientamento fondamentale è la partecipazione alla vita eterna trinitaria; (b) e quindi di non essere semplicemente una parte dell’universo chiuso in se stesso; (c) che è collocata sul confine fra il finito e l’infinito e che nel suo agire liturgico anche la creazione materiale viene come elevata al di sopra di sé. La liturgia genera in questo modo la più luminosa coscienza anche della dignità del lavoro.

S. Tommaso scrive che la santificazione dell’uomo, avendo come scopo e termine il bene eterno della deificazione dell’uomo, "è un’opera più grande della creazione del cielo e della terra, la quale ha come termine un bene mutevole" [1,2 q. 113, a.9]. La Liturgia è l’Opus Dei per eminenza che dà il vero senso dell’eternità della persona.

2. Ma c’è un aspetto particolare di questa custodia della dignità umana esercitata dalla Liturgia, che vorrei brevemente richiamare. Parto ancora da un testo mirabile di S. Tommaso: "L’uomo non è ordinato alla comunità politica secondo tutto il suo essere e tutti i suoi beni, e quindi non è necessario che ogni suo atto sia meritevole o demeritevole in rapporto alla comunità politica. Ma tutto ciò che è, tutto ciò che ha e tutto ciò che può l’uomo deve riferirlo a Dio" [1,2,q.21, a.4, ad 3um].

La consapevolezza della sua dignità, nutrita e custodita dalla celebrazione liturgica, impedisce all’uomo di inginocchiarsi davanti agli pseudo-assoluti. Tommaso parla di Stato, la comunità politica: fra gli idoli è il più pericoloso, ma non è l’unico. La liturgia ci educa a ciò che Kierkegaard esprimeva mirabilmente: "rapportarsi contemporaneamente assolutamente all’assoluto e relativamente al relativo" [cfr op. cit. pag. 472]. Quando Pietro rispose al Sommo Sacerdote che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini [cfr. At 5,29 ], si rapportava assolutamente all’Assoluto e relativamente al relativo. E poneva le basi di ogni vero umanesimo. È il senso profondo di ciò che Benedetto scrive nella regola: operi Dei nihil praeponatur.

Quando questo si perde si genera quella mentalità che D. von Hildebrandt descrive nel modo seguente: "Questa mentalità vuole relativizzare ogni assolutezza, non nel senso di un relativismo teoretico, bensì nel senso si uno svilimento dell’assoluto, di un atteggiamento relativistico verso di esso" [Estetica, Bompiani, Milano 2006, pag. 246]. L’uomo diventa un casuale incidente o un imprevisto dell’evoluzione della materia. La solenne maestà dell’imperativo morale è degradata a convenzioni sociali; la splendente santità dell’amore coniugale equiparata a convivenze omosessuali; la fedeltà, respiro dell’eternità nel tempo, giudicata contraria alla libertà. È la mediocrità che celebra i suoi trionfi. Concludo con due pensieri. Il primo. E se anche le nostre celebrazioni liturgiche fossero orientate antropocentricamente e non teocentricamente? Dio non lo permetta alla Chiesa del suo Figlio. L’uomo avrebbe perduto l’ultimo custode della sua dignità. Il secondo è un pensiero di Benedetto XVI. Mosè "calzerà nuovamente i sandali per andare a liberare il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto e guidarlo alla terra promessa. Non si tratta qui soltanto del possesso di un appezzamento di terreno o di quel territorio nazionale a cui ogni popolo ha diritto; infatti, nella lotta per la liberazione d’Israele e durante il suo esodo dall’Egitto ciò che appare evidenziato è soprattutto il diritto alla libertà di adorazione" [Benedizione delle Fiaccole – Fatima 12-05-2010].

La "libertà di adorazione" è il sigillo della sublime dignità dell’uomo.