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Incontro con i genitori dei cresimandi
Bologna, 25 marzo 2007


È questo uno dei momenti più importanti del mio ministero episcopale e da me atteso con grande gioia. Dobbiamo infatti riflettere assieme su uno dei temi che stanno più a cuore a voi e a me: l’educazione dei nostri ragazzi che fra poco riceveranno il sacramento della Confermazione.

Quest’anno vorrei condurre la mia riflessione come fosse un dialogo, una conversazione a due, fra me e ciascuno di voi. È come se facessimo un tratto di strada assieme e parlassimo dell’educazione dei nostri ragazzi, ciascuno di voi dicendomi le vostre difficoltà più grandi ed io cercando di aiutarvi a superarle.

Quindi procederò nel modo seguente. Dato il tempo ristretto a disposizione, dividerò la mia riflessione in due punti. In ogni punto del mio discorso enuncerò dapprima una difficoltà presente oggi nel cuore di ogni educatore, e poi cercherò di offrirvi un orientamento per affrontare questa difficoltà. Ovviamente non affronterò tutte le difficoltà, ma solo quelle che mi sembrano le due principali.

1. L’impossibilità di educare: "educare è impossibile".

In questi ultimi mesi siamo stati testimoni di fatti obiettivamente gravi, così gravi che alcuni di essi sono persino al vaglio delle Procure competenti, nel mondo della scuola e/o fuori di esso. Non li racconto. Sono sicuro che li conoscete.

Non c’è dubbio che ci costringono a riflettere ed ad interrogarci; noi adulti, intendo dire. Questi episodi hanno infatti il segno di essere la "spia" e il "segnale d’allarme" di una condizione spirituale più profonda e di preoccupante gravità.

Quale è la prima, forse la più grave delle difficoltà che proviamo oggi noi educatori? La perdita di autorevolezza. E poiché non si può educare se non si istituisce col ragazzo un rapporto autorevole, e non solo amichevole né autoritario, ne è derivata una situazione in cui non raramente per molti adulti educare è diventato impossibile.

L’esperienza fondamentale, la colonna portante di ogni rapporto educativo è l’autorevolezza dell’educatore. Essa consiste nel fatto che l’educatore – voi genitori, noi pastori – ha una propria interpretazione della realtà e della vita nei confronti della quale egli può testimoniare, ed assicurare in base alla propria esperienza, che i "conti tornano". L’autorevolezza quindi si basa e si sostiene su due pilastri: a) possesso da parte dell’educatore di un’interpretazione della realtà e della vita, che ritiene vera; b) testimonianza circa il fatto che vivendo secondo quell’interpretazione, i conti alla fine tornano. L’educatore è autorevole quando può dire al ragazzo: "vedi, la vita è … ha questo senso … [= interpretazione della realtà e della vita]. Io ti posso assicurare che vivo secondo questa interpretazione perché verifico ogni giorno che i conti tornano". Che cosa significa "i conti tornano"? vivendo secondo quell’interpretazione, testimonio che esiste e che possiamo raggiungere ciò che il cuore dell’uomo desidera più ardentemente: la vera beatitudine.

Ora, spero, vi è più facile capire che cosa intendevo dire quando vi dissi che l’autorevolezza è più che l’amicizia, ed è completamene diversa dall’autoritarismo.

Stando così le cose, la perdita di autorevolezza nell’educatore può avvenire per due ragioni: a) l’educatore non ha, o non ha più nessuna interpretazione della realtà e della vita della cui verità sia intimamente convinto; b) non ha la possibilità di testimoniare la verità in base alla sua personale esperienza. Non è sufficiente trasmettere una "dottrina di vita" della cui verità si è certi, per educare. L’autorevolezza è più che la competenza.

Quale è la situazione in cui noi ci troviamo oggi dal punto di vista dell’autorevolezza? È venuto a mancare il suo primo pilastro nella coscienza dell’educatore. Egli, non raramente, non ha più una coerente e convinta interpretazione della realtà; oppure quella che possiede la ritiene dello stesso valore veritativo della sua contraria. In altre parole: se il dogma del relativismo insidia la coscienza dell’educatore, questi perde nei confronti del ragazzo ogni autorevolezza.

Il segno che ci troviamo in questa condizione è se viviamo il rapporto educativo con grande insicurezza interiore. Un’insicurezza che ti fa dire o pensare: "non so più come fare, non so più che cosa dire; ma sarà giusto quello che sto insegnando?"; e così via.

Il poco tempo che abbiamo a disposizione mi costringe a fare un quadro che esigerebbe ben più cura nei particolari: penso però di aver colto nella realtà una situazione oggi non infrequente negli educatori.

Vi avevo detto che mi premeva soprattutto condividere con voi oggi il nostro impegno educativo, ponendomi accanto a ciascuno di voi, per aiutarvi – se ci riesco – a superare questa gravissima difficoltà della perdita di autorevolezza.

Procedo con ordine, in corrispondenza a quelli che ho chiamato i due pilastri dell’autorevolezza.

a) Nessuno ignora che la sfida del relativismo ha condotto anche noi educatori in quella condizione ben descritta dall’apostolo Paolo: "sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore" [Ef 4,14].

In queste situazioni l’appoggio sulla tradizione è la prima scialuppa di salvezza dal naufragio educativo. Mi spiego. Ciascuno di noi è generato dentro l’utero di una donna e dentro l’utero di una cultura, di una civiltà. E dell’uno e dell’altro ogni persona umana ha bisogno assoluto se vuole entrare nella vita e nella realtà.

In concreto noi siamo stati generati dentro il grembo della civiltà occidentale. Non è questo il momento di dire e spiegare tutto ciò che sta dietro questo termine.

È sommamente imprudente dal punto di vista educativo abbandonare la nostra patria spirituale, senza sapere ancora dove andare ad abitare. Mi spiego con un esempio.

Fra poche settimane sarà Pasqua. La Pasqua per noi occidentali [notate bene: non ho detto per noi credenti] ha un significato ed un contenuto molto preciso: è la memoria di un fatto storico. Se al contrario la trasformo per esempio nella festa della primavera, del risveglio della natura e della vita, costruisco una celebrazione che non è più memoria di un fatto ma metafora di un ciclo naturale. Normalmente si giustifica questa trasformazione adducendo la presenza di persone non credenti. Mi pongo in questo contesto dal punto di vista esclusivamente educativo. Lasciare la patria spirituale in cui di generazione in generazione la persona è stata introdotta nella vita, per una costruzione astratta e sradicata dall’esperienza, significa o imporre da parte dell’educatore una visione della vita [corruzione dell’autorevolezza in autoritarismo] o lasciare il ragazzo in una grande incertezza dovuta al suo spaesamento.

Elaborare e proporre progetti di vita staccati da ciò che ci precede può avere due esiti ugualmente devastanti per l’umanità del ragazzo e del giovane. O ridurre la libertà a mero meccanismo reattivo ai propri gusti soggettivi o divenire del tutto dipendenti dai potenti di turno.

In conclusione. In momenti in cui rischiamo – noi educatori – l’incapacità di elaborare una convincente interpretazione della vita, è necessario non abbandonare la tradizione che ci ha spiritualmente nutriti.

b) Il secondo pilastro dell’autorevolezza è la testimonianza della vita, nel senso che ho già spiegato sopra.

Il rapporto educativo sfocia alla fine in un grande atto di fiducia del ragazzo nell’educatore. Una fiducia concessa sulla base di una testimonianza: "ti assicuro che se vivi così, alla fine i conti tornano in termini di felicità, di qualità della vita".

Se il primo pilastro dell’autorevolezza dell’educatore è insidiato dalla sfida del relativismo, il secondo è insidiato dalla sfida del cinismo. Il cinismo è ritenere che non abbia senso parlare di vita buona/vita cattiva; di vita beata/ vita infelice. Ciascuno cerchi di realizzare ciò che gli piace: questo è tutto. Che senso ha testimoniare una beatitudine esistenziale, in questo contesto, perché un altro possa conseguirla seguendo la stessa via? Nessuno, se non sentirsi rispondere: "ciascuno deve essere lasciato libero di seguire il proprio gusto". Che è come dire: "in fondo, il mio destino – il tuo destino è consegnato al niente".

Se un educatore si lascia insidiare da questo cinismo, le sue … gambe sono tagliate. Al massimo potrà chiedere – non si sa bene in base a che cosa – il rispetto delle regole. Credetemi: questo è la situazione in cui versa oggi non raramente il rapporto educativo.

Che fare? Come muovesi? Non c’è che una via di uscita: offrire ai ragazzi la possibilità di sperimentare … che "i conti tornano". Di confrontarsi cioè con una forma di vita nella quale i desideri più profondi del loro cuore trovano corrispondenza. Ci sono due luoghi in cui questo può accadere [tralascio intenzionalmente il discorso sulla scuola]: la casa e la Chiesa.

La casa. Non ho usato semplicemente il termine "famiglia". Voglio sottolineare la necessità di una dimora spirituale; di una comunione interpersonale vera; di una condivisione di destini. È questa la casa costruita da ogni famiglia vera.

In questo contesto vitale il ragazzo verifica inconsapevolmente che la gratuità "paga" in termini di beatitudine più che lo "scambio di equivalenti"; che la comunione è più bella che la contrattazione fra opposti egoismi; che la persona, la propria e quella degli altri, è riconosciuta in sé e per sé e non per la sua funzione, che cioè l’amore è una possibilità reale.

Viene testimoniato che l’interpretazione della vita, comunicata dall’educatore, è vera ed è preferibile alla contraria.

La Chiesa. La Chiesa è il luogo in cui è data al ragazzo la possibilità di sperimentare che la proposta cristiana di vita è quella che ci fa vivere nel modo più umano. È una riflessione molto seria che la nostra comunità cristiana intende fare, volendo dal prossimo anno fare una scelta precisa nei confronti delle giovani generazioni.

Voi avete avuto fiducia nella Chiesa, altrimenti non avreste chiesto ad essa i sacramenti per i vostri figli. Si istituisce così in forza di questo patto educativo, una corresponsabilità fra noi e voi.

Concludo questo primo punto. È necessario ricostruire rapporti autorevoli da parte nostra, nella nostra corresponsabilità educativa.

In questa ricostruzione siamo insidiati dalla sfida del relativismo e del cinismo che, devastando il rapporto educativo, devastano l’umanità dei nostri ragazzi.

Ho cercato di indicarvi alcune strade per promuovere la nostra autorevolezza nel rapporto educativo, e per proteggerlo e difenderlo da quelle due insidie.

2. L’inutilità dell’educazione: "educare è inutile".

Sarò più breve in questo secondo momento della mia riflessione, poiché quanto ho già detto ci orienta già anche in questa seconda parte. Di che cosa si tratta?

Non è raro oggi trovare persone che ritengono l’educazione una fatica inutile. È utile, è necessario "formare", anche ovviamente "istruire"; ma non educare. Per quale ragione? Se ogni concezione di vita ed il suo contrario ha lo stesso valore, non si vede perché uno abbia il diritto di proporre autorevolmente ad un altro una precisa concezione di vita. Circola uno slogan: "ciascuno faccia ciò che crede bene", che preso alla lettera, significa giudizio di completa inutilità dell’opera educativa.

In realtà la vita è un po’ più complessa e quello slogan normalmente si completa così: "… purché si rispettino le regole". E così si è finiti, noi educatori, in un vicolo cielo: da una parte vogliamo richiamare, educare al rispetto delle regole, ma dall’altra di fatto non proponiamo più una concezione precisa di vita buona elevando l’autonomia dell’individuo a valore supremo.

Quale è la via di uscita? La proposta autorevole, nel senso che ho già spiegato. Mi spiego.

Esistono rapporti di amicizia fra due o più persone. E come già dicevano gli antichi, "amicitia aut invenit aut facit pares". Il rapporto educativo non è di questa natura. Non è un rapporto di amicizia.

Esistono rapporti di soggezione nei quali l’autorità può costringere anche con la coazione perfino fisica. Il rapporto educativo non è di questa natura.

Nel rapporto educativo non si è uguali; nel rapporto educativo non si costringe. La proposta è affidata al rischio della libertà, la quale se non vuole esercitarsi nel nulla, cioè suicidarsi, deve confrontarsi e verificarsi nei confronti di una precisa proposta educativa.

Questa è la ragione più profonda perché educare non è inutile. Perché solo l’educazione genera persone libere, cioè semplicemente persone vere.

Non commettete l’errore di pensare nei seguenti termini: "non gli propongo nulla [sul piano religioso, morale, …], così quando sarà cresciuto farà le sue scelte libere". Siatene sicuri; chi pensa così, chi ritiene quindi inutile la proposta educativa autorevole, non genera persone libere, ma persone mosse solo da reazioni a stimoli e quindi schiave di chi ha il potere di produrre con più forza il consenso.

Conclusione

Ho desiderato, ho voluto prendere coscienza con voi delle difficoltà che incontriamo nel nostro appassionante impegno educativo. Ho cercato di offrirvi alcuni orientamenti.

Vorrei terminare richiamandovi ad una certezza. Il desiderio di felicità, di amore, di verità e di bene che la S. Scrittura chiama il "cuore" dell’uomo, nessuno lo può estinguere nei nostri ragazzi, nonostante che la barbarie culturale in cui viviamo cerchi di farlo. Educare significa fare una proposta di vita che il ragazzo possa paragonare al suo desiderio. Questo è il rischio che corre ogni educatore, ma questa è la sua vera forza.