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Incontro con i genitori dei cresimandi
San Petronio, 11-18 marzo 2012


Molte sono oggi le difficoltà che incontra l’educatore. Vorrei riflettere con voi su alcune di esse, per darvi, se posso, un aiuto a superarle.

1. La prima e più grave difficoltà in cui l’educatore oggi può trovarsi, è l’incertezza circa il progetto di vita che egli intende trasmettere nel processo educativo. È come se l’educatore mettesse cucito sulla sua schiena un cartello con scritto sopra: "non seguirmi, perché ho perso la strada".

Per comprendere il peso specifico, se così posso dire, di questa difficoltà, dobbiamo tenere presenti alcuni presupposti.

Ciò che la persona arrivata in questo mondo chiede, anche se non esplicitamente, è di essere introdotta nella realtà. Che cosa significa per una persona umana essere introdotta nella realtà? Fondamentalmente due cose immediatamente: (a) [essere introdotti a] rapportarsi mediante il progressivo uso della propria libertà alle altre persone; (b) [essere introdotti a] vedere, comprendere ogni realtà, in primo luogo, le altre persone nella loro verità. Se la persona arrivata in questo mondo, diventa capace di avere e di costruire rapporti veri e giusti, è introdotta nella realtà.

Ma c’è qualcosa di più profondo. La nuova persona ha rapporti con sua madre e suo padre, con altre persone umane, entra in un processo quindi di sempre maggiore umanizzazione della sua persona [cresce in umanità] mediante quei "beni per l’uomo" che realizzano il "bene della persona". Pensate quale bene per l’uomo è l’istruzione, per fare solo un esempio. Orbene, gradualmente ma sempre più chiaramente, in questo processo di umanizzazione di se stessa la persona mira verso una meta, è guidata dal desiderio di giungere ad uno scopo che essa ritiene così importante da costituire il senso, cioè la direzione fondamentale della sua vita. Può essere il successo o il riconoscimento sociale, come può essere il desiderio di spendere la sua vita per gli altri. È questa "direzione fondamentale" che disegna il volto spirituale di ogni persona: la beata Teresa di Calcutta non è Hitler perché la direzione fondamentale della vita dell’una e dell’altro vanno in senso contrario.

Se, come spero, sono riuscito ad essere stato chiaro, possiamo esprimere il tutto dicendo: la persona umana entra nella realtà non mossa semplicemente dalle sue inclinazioni spontanee, ma secondo un progetto di vita. Progetto di vita significa: capacità di costruire rapporti con gli altri (a); secondo una direzione [= un modo di pensare e di valutare] fondamentale (b).

La persona fino ad una certa età ha bisogno di essere aiutata a progettare la sua vita dentro alla realtà in cui è stata messa al momento della sua nascita. L’educazione è precisamente questo: essere guidati a progettare la propria vita.

Voi comprendete subito che l’educatore non può essere guida se vive nell’incertezza circa le risposte alle domande fondamentali della vita. Oppure se ritiene che in fondo alla domanda "quale sia il progetto vero della vita" si possono dare risposte contrarie fra loro, senza che la ragione sia capace di dirimere la questione della verità. In una parola: l’educatore non può essere incerto. Egli si proporrebbe come guida senza conoscere la strada.

Orbene, personalmente ritengo che oggi, per ragioni molto varie e complesse, l’educatore possa essere insidiato dalla incertezza circa quale progetto di vita trasmettere. Come muoverci in una tale condizione? Sono possibili almeno due risposte.

La prima: nell’incertezza non propongo nulla, se non – ovviamente – le imprescindibili regole del comportamento sociale; quando avrà raggiunto la sua maturità, farà le sue scelte. È di fatto l’abdicazione alla propria responsabilità educativa.

Questa via di uscita è assai pericolosa per la persona che chiede e deve essere educata. Quanto più essa entra nel mondo, tanto più essa si trova confrontata con molteplici visioni – interpretazioni – della realtà. E quindi sarà costretta a giudicare, valutare, fare scelte.

Non avendo un criterio, non essendo entrata nel mondo con una sua propria identità, con un suo volto, sarà inevitabilmente incapace di scegliere liberamente, e sarà sottomessa al potere di turno.

La seconda: nell’incertezza mi radico e mi fondo sulla tradizione che di generazione in generazione è giunta fino a noi. Ciascuno di noi nasce in un mondo che ci è stato trasmesso, dentro una dimora che altri ci hanno edificato. La nostra casa, pure in questo senso, è stata edificata dalla fede cristiana. Per rimanervi dentro non è necessaria la fede, poiché stiamo parlando di una cultura.

Uscire da essa, senza sapere dove andare, non può che esporci ad ogni bufera, ad ogni tempesta. Chi esce di casa, deve averne già un’altra. Nell’incertezza resto dove dimoro ora.

2. Esiste poi una seconda difficoltà, sulla quale vorrei attrarre la vostra attenzione, e che nasce da una situazione, anzi da un processo storico di cui siamo al contempo spettatori e attori insieme.

Partiamo dalla situazione o processo storico. Esso è normalmente denotato con la parola "multiculturalismo". Possiamo dire che, in prima battuta, multiculturalismo significa coesistenza di diverse culture sullo stesso territorio. Ma questa definizione descrittiva è andata via via trasformandosi fino a diventare una vera e propria ideologia.

L’ideologia del multiculturalismo ritiene che non esistono criteri in base ai quali poter misurare la verità e la bontà dei diversi discorsi e delle diverse culture: la monogamia ha lo stesso valore della poligamia poiché ciascuna delle due fa parte di culture diverse; l’uguaglianza nella dignità fra uomo e donna e la disuguaglianza non sono valutabili secondo un criterio universalmente valido. E così via: gli esempi potrebbero proseguire.

Questa ideologia può avere effetti spirituali molto negativi. Può gradualmente portare a ritenere che non esista una verità universalmente condivisibile circa ciò che è bene/male della persona; è l’insignificanza della domanda etica.

Può, di conseguenza, portare gradualmente ad un distacco dalla propria identità culturale, giudicando che essa alla fine comporti sempre e comunque intolleranza. E si può arrivare fino a ciò che Benedetto XVI ha chiamato odio per se stessi e per la propria identità culturale.

Non vado oltre nella presentazione del processo storico del multiculturalismo. Non è questo il tema della nostra riflessione. Ci interessa ora vedere come esso sia rilevante oggi nell’atto educativo.

L’educatore, in sostanza, può pensare che dentro come siamo ad un processo storico, non resta che prenderne atto. E questo è vero; è un atto di saggezza educativa.

Come prenderne atto? E’ questa la sfida educativa. Sono possibili due risposte.

La prima: accettando nei suoi dogmi fondamentali l’ideologia multiculturalista. Ciò comporta, sul piano educativo, un rifiuto a costruire identità forti nel processo educativo, ma accontentarci di costruire identità deboli. Ciò comporta una progressiva emarginazione dal rapporto educativo della passione di conoscere la verità circa il bene della persona, e quindi della passione per la libertà intesa come sottomissione solo al giudizio della ragione retta. Ciò comporta infine che si educa solo alla tolleranza, intesa – vi prego di prestare a questo attenzione – non come rispetto incondizionato dell’altro qualunque sia la sua visione del mondo, ma come indifferente neutralità di fronte a contrarie visioni del mondo. Oserei dire: se un educatore fa propria questa ideologia non può generare delle persone vere e libere.

La seconda: prendendo atto del processo storico, l’educatore parte da alcuni presupposti.

Ogni cultura è espressione della persona umana e quindi al di sotto di ogni diversità c’è sempre un fatto comune: la persona umana.

Ne deriva che la persona umana, il riconoscimento dei suoi beni fondamentali, sono il vero criterio di valutazione.

Partendo da questo punto di vista, l’educatore aiuta chi gli è affidato a crescere nella sua umanità, nella sua identità di persona vera e libera secondo quella cultura in cui siamo stati collocati nel momento della nostra nascita. Quanto più educheremo persone al "senso dell’umano", tanto più esse saranno capaci di un vero dialogo con ogni altro.

Che cosa significa "senso dell’umano"? Esiste un senso del colore che mi fa distinguere i colori e vedere: il senso della vista, il cui organo è l’occhio. Esiste un senso del suono che mi fa distinguere i suoni ed ascoltare: il senso dell’udito, il cui organo è l’orecchio.

Esiste un "senso dell’umano" che mi fa distinguere ciò che è umano e disumano, conforme o contrario a ciò che è propriamente umano. E l’organo è ciò che la grande tradizione greco-cristiana ha chiamato la ragione pratica che nel suo esercizio giunge fino al giudizio della coscienza morale.

Educare al senso dell’umano significa educare a questo alto esercizio della nostra ragione, impastato anche di affettività. Non abbiate mai paura di dire: questo è bene, questo è male; questo è vero, questo è falso. Non mi riferisco a questioni secondarie della vita, ma a quelle fondamentali.

E’ una grande sfida, oggi, l’educazione, come vedete. Essa deve sfidare processi storici grandiosi ed imponenti.

3. Concludo. Abbiamo preso coscienza di due fra le più gravi difficoltà che oggi l’educatore deve affrontare: l’incertezza circa il progetto educativo; il processo storico del multiculturalismo. Ho cercato di indicarvi alcune vie per affrontarle.

Può essere che il tutto vi sia sembrato molto lontano dalla vostra quotidiana pratica educativa. Non è così. Quando si vivono grandi processi storici, molto spesso non ce ne rendiamo pienamente conto. E’ una sorta di atmosfera spirituale che respiriamo.

I nostri ragazzi vivono un tornante della storia; la loro vita di adulti sarà profondamente diversa dalla nostra. Ho cercato di aiutarvi in questo senso. Spero di esserci riuscito.