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"L’enciclica Evangelium Vitae dieci anni dopo: perenne attualità"
Casa di Cura "Madre Fortunata Toniolo", 15 dicembre 2005


In data 26 marzo 1995 il S. Padre Giovanni Paolo II di v. m. firmava la lettera enciclica Evangelium vitae, indubbiamente uno dei documenti più importanti di tutto il suo lungo pontificato. Siamo dunque nel decimo anniversario e durante questi mesi le iniziative culturali si sono moltiplicate nella Chiesa. Ho ritenuto importante quindi intrattenermi con voi tutti per qualche momento in alcune semplici riflessioni.

1. Possiamo partire da un interrogativo: quale è la domanda centrale alla quale il papa ha voluto rispondere con questo documento? Non c’è dubbio, è la seguente: che conto dobbiamo fare della vita di ogni persona umana? quale è la misura del suo valore? quale stima merita? Prima di conoscere la risposta a questa domanda, non è inutile chiederci perché il papa ha ritenuto di porre davanti alla coscienza di ogni uomo [la lettera è indirizzata "a tutte le persone di buona volontà"] una simile questione.

Per una serie di ragioni strettamente connesse fra loro. Non c’è dubbio che nella sua storia l’uomo non ebbe mai un potere di intervenire sulla propria umanità come quello che ha a sua disposizione ora. Questa condizione di potenza è accompagnata da una grande debolezza nell’elaborare risposte alle domande ultime che nel cuore umano non possono essere estinte. Consentitemi di esprimere questa condizione drammatica che congiunge potere e debolezza con l’immagine di chi possiede grandi mezzi senza sapere più con chiarezza i fini. Non abbiamo tempo di proseguire ulteriormente in questa direzione. Ma a voi devo almeno fare una precisazione o esemplificazione. "l’idea che nella natura possa essere reperibile una qualche "normatività" viene rifiutata a priori come "mito" o come "bioteologia"; per usare un’espressione di J. Habermas, la nostra ragione "riconosce ormai soltanto quei limiti che sono assegnati dalla volontà degli interlocutori" [S. Belardinelli]. In conclusione: l’uomo è seriamente in pericolo.

Si comprende quanto il S. Padre dice all’inizio del documento: "La presente Enciclica…, vuole essere dunque una riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua inviolabilità, ed insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana" [5,5].

2. Possiamo ora prendere in considerazione la risposta che il S. Padre dà alla domanda da cui siamo partiti.

È necessario premettere che si parla di vita umana; per essere più precisi di vita della persona umana. La precisazione non è pleonastica. Siamo ad un punto centrale delle nostre riflessioni. In un passaggio assai importante il s. Padre dice: "la vita che Dio dona all’uomo è diversa e originale di fronte a quella di ogni altra creatura vivente" [34,2].

Nel vivente-uomo appare nell’universo un modo di essere "diverso ed originale": il modo di essere personale. Tutto l’edificio dell’Enciclica implica e presuppone la certezza che l’uomo non è semplicemente un vivente che sta dentro una specie: è una persona vivente. È la qualità personale del suo essere-vivere che misura il "prezzo", il valore della vita umana. È il fatto che l’uomo, ogni uomo non è qualcosa, ma qualcuno. Mi fermo un poco su questo punto.

Due sono le comprensioni da tenere inscindibilmente annodate assieme. La comprensione della realtà "persona" e quindi della distinzione basilare fra "qualcuno" e "qualcosa"; la comprensione dell’unità di ciò che è biologico con ciò che è personale nell’uomo.

La risposta alla domanda da cui siamo partiti è che la vita di ogni persona umana ha un valore incondizionato ed assoluto. Incondizionato significa che esso non è presente nella vita della persona "a condizione che…": è presente incondizionatamente. Assoluto significa che esso non deriva dalla relazione che la vita umana ha con qualcosa d’altro. Fra tutti i viventi di cui abbiamo esperienza, solo il vivente uomo ha in sé un tale valore. L’Enciclica è la più potente affermazione della dignità della persona, di ogni persona umana.

Se ci si chiede poi quale è la ragione di questa sublime dignità di ogni vita umana, troviamo la risposta al n° 34 dell’Evangelium Vitae. Per comprenderla è necessario premettere una riflessione importante. La presento partendo da un esempio.

Di fronte alla Pietà di Michelangelo nello stesso momento in cui la guardo con attenzione ne vedo l’intrinseca bellezza. La percezione del valore artistico di quel pezzo di marmo non avviene dopo che ho visto quel pezzo di marmo: le due visioni sono coincidenti. Solo in seguito comincio a chiedermi le ragioni della bellezza particolare; comincio ad analizzare l’opera, a studiare l’autore.

Analogamente accade colla persona umana. Quando guardo in senso profondo l’uomo, io vedo che è presente in lui una preziosità, un valore che non vedo presente in nessun altro essere di cui ho esperienza. Incontrare la persona umana e vederne il valore sommo coincidono.

Ma ciò premesso, posso e devo – in un certo senso – chiedermi: ma perché la persona umana è tanto grande? Da che cosa le viene il possesso di un così sommo valore?

La risposta che l’Enciclica dà è la seguente: l’uomo, e solo l’uomo possiede una valore assoluto ed incondizionato in ragione e a causa del suo rapporto singolare con Dio stesso, l’Essere Assoluto. "Nell’uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio… La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura". La fede cristiana poi svilupperà questa prospettiva in un modo assolutamente singolare.

Termino con due conseguenze importanti. La prima è che essere persona e quindi dotati di un valore assoluto ed incondizionato non dipende da nessuno; è connaturato al fatto stesso di esserci. La seconda è che sulla base di questa dignità o valore ontologico [dignità = essere persona] fiorisce lo sviluppo ulteriore della medesima dovuto all’operare come persona [= esercitare la propria intelligenza e libertà] e all’operare bene della persona [= vivere onestamente e santamente].

3. La Evangelium Vitae è ampiamente dedicata ai pericoli, alle insidie cui la [dignità della] vita della persona oggi è esposta. Essi si annidano soprattutto, anche se non unicamente, all’origine della vita ed alla sua fine. Numerose pagine sono dedicate sia all’aborto che all’eutanasia. Ma non è di questo che voglio parlarvi. Vorrei attirare la vostra attenzione su un altro aspetto del problema. Lo formulo partendo dalle parole di un grande filosofo tedesco: "la presenza dell’idea di assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’indicondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica" [R. Spaemann]. Premesso dunque che la legge dello Stato è necessaria per la difesa della dignità di ogni persona, sembra innegabile che dentro questo ambito non manchino gravi insidie alla dignità medesima della persona [cfr. nn. 68-74].

Mi limito ad alcune semplici riflessioni, e concludo. L’Evangelium vitae sostiene che la radice di tutte le "insidie giuridiche" alla vita umana, meglio, la ragione che rende fragile la difesa giuridica della vita umana è il relativismo etico [cfr. n. 70].

Per "relativismo etico" in questo contesto intendo la posizione di coloro che sostengono che la condizione sufficiente per determinare tutte le regole dell'agire in una data società è esclusivamente il patto delle parti coinvolte, e la via unica per concluderlo, la votazione. È la posizione di chi ritiene che non esistono norme di comportamento sociale valide senza alcuna eccezione in forza del loro stesso contenuto. È la volontà degli associati l’unica fonte di ogni norma.

Per quale ragione una tale posizione rende molto fragile la difesa giuridica della vita umana? Perché viene a mancare ogni base per qualificare come prevaricazione dell’uno sull’altro, fino a quando ciò è consentito dalla volontà degli associati. Cioè: se la definizione di ciò che è giusto/ingiusto è ancorata esclusivamente nel consenso degli interlocutori, quella definizione non ha più in linea di principio alcune solidità e non si può più escludere la possibilità di vere e proprie prevaricazioni sull’uomo.

Concludo. Sono sempre più convinto che la difesa della vita umana, in un contesto come il nostro, vada sempre più assicurata attraverso una profonda rivoluzione educativa, e la costituzione di un ethos civile da parte dell’impegno quotidiano di chi – come voi medici – è istituzionalmente al servizio della vita umana.