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L’educazione: difficile, ma possibile
Incontro con i genitori dei Cresimandi
13 marzo 2005


Di tutti gli incontri di cui è costellato il mio servizio episcopale questo di oggi è uno dei più desiderati ed attesi. Per l’importanza e l’urgenza del tema che affronteremo: il tema della educazione. Che vorrei affrontare da due punti di vista: educare oggi è difficile, ma è possibile.

Desidero che ciascuno di voi esca da questo incontro con un grande coraggio nel cuore, il coraggio di educare, grande per le ragioni che lo fondano e gli danno diritto di esistere.

1. Educare: un lavoro difficile.

L’atto educativo è il più grande atto che una persona possa compiere poiché esso ha per "oggetto" una persona umana: fa essere una persona umana. Ora non esiste nulla di più prezioso nell’universo di una persona umana. Ma l’educazione è difficile, poiché normalmente le cose più grandi sono le più ardue.

"Far essere una persona", ho detto. Che cosa significa? Si racconta che quando Michelangelo si trovava a dover scegliere fra i veri pezzi di marmo per scolpire una statua, egli li palpasse colle sue mani come se li accarezzasse, per rendersi conto quale pezzo fosse più adeguato ad esprimere ciò che l’artista sentiva. Era come se giudicasse il blocco marmoreo da ciò che esso era capace di divenire. È questa una pallida immagine di ciò che accade nel rapporto educativo.

La domanda fondamentale che ogni genitore si pone nei confronti del figlio è la domanda sul suo destino: chi diventerà, chi è capace di diventare questo bambino, questo ragazzo che è mio figlio? Che cosa sarà di lui? Quale sarà il suo avvenire? Ed ogni altra persona che intervenga nel lavoro educativo in fondo deve porsi questa stessa domanda.

È ovvio penso per tutti voi che la domanda non ha prima di tutto un significato …professionale: "chi è capace di diventare…" non significa semplicemente "quale professione, quale lavoro è in grado di apprendere a fare". Non è una domanda circa la capacità di fare, ma circa la capacità di essere. Ed allora la domanda che voi vi ponete nei confronti del vostro figlio, si colloca dentro alla grande domanda che ognuno si pone sull’uomo: di che cosa è capace l’uomo?

Sentite che cosa risponde a questa domanda un grande poeta greco: "L’esistere del mondo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell’uomo stupendo … Fornito oltre misura di sapere, di ingegno e di arte, ora si volge al male, ora la bene; e se accorda la giustizia divina con le leggi della terra, farà grande la patria. Ma se il male abita in lui superbo, senza patria e misero vivrà" [Sofocle, Antigone, Primo episodio – primo stasimo].

Di che cosa è capace l’uomo? Di imparare un lavoro, certo; di acquisire "sapere, ingegno e arte", certo. Ma egli è capace di "volgersi ora la bene ora al male": è capace di compiere scelte libere per prendere posizione di fronte alla suprema discriminazione, quella fra bene e male. E quindi è capace di costruire una comunità giusta o ingiusta con le altre persone. In poche parole: quella persona umana che è vostro figlio, è dotato di intelligenza, di libertà, di socialità. Tutto questo e nient’altro?

Alla domanda "di che cosa è capace l’uomo", la fede cristiana oltre a dare la risposta data finora, aggiunge qualcosa di straordinariamente nuovo: l’uomo è capace di Dio [homo capax Dei]. Capace di conoscere, capace di scegliere, capace di lavorare, capace di comunicare certamente; ma soprattutto capace di Dio.

L’uomo è certo un essere razionale e libero; è certamente un essere sociale. Ma la sua vera grandezza consiste nel fatto che egli è chiamato ad entrare in un rapporto diretto ed immediato con Dio stesso, in cui l’uomo viene divinizzato.

Vi dicevo che l’atto educativo è il più grande atto che una persona possa compiere: far essere una persona umana. Che significa: renderla capace di pensare; renderla capace di scegliere liberamente; renderla capace di lavorare; renderla capace di convivere con le altre persone; renderla capace di un rapporto con Dio in cui è divinizzata. Possiamo esprimere tutto questo con una formulazione sintetica. Educare una persona umana significa renderla capace di vivere una buona vita temporale orientata alla sua condizione di eterna beatitudine. Un Padre della Chiesa esprime stupendamente il fine a cui mira l’educazione quando dice che l’uomo è "un vivente che viene governato sulla terra e condotto altrove, e (il colmo del mistero cristiano) divenuto divino per il suo tendere a Dio" [S. Gregorio Nazianzeno, Orazione 45, 5.6; PG 36,632 B: trad. mia].

Qual è la vera difficoltà dell’opera educativa? Quella – se così posso dire – di mantenere sempre la misura intera della dignità e della grandezza di vostro figlio. La fedeltà a questa misura può venir meno in due modi. O perché si nega qualcuna di quelle capacità di cui parlavamo; oppure perché non si opera secondo una proposta educativa unitaria. Mi spiego brevemente.

Un genitore non mantiene intera la misura della grandezza e della dignità del proprio figlio se trascura di educarlo secondo l’una o l’altra delle sue capacità: se trascura per esempio di educarlo nella sua capacità di pensare. Ha ristretto la misura della sua grandezza.

Ugualmente – questa seconda ipotesi è più difficile da spiegare – compie questa restrizione quel genitore che non conoscendo ciò che è più importante nella persona e ciò che lo è meno, finisce coll’educare la persona in modo non armonico, non unitario. È certamente importante – faccio un esempio – educare il proprio figlio nelle sue capacità fisiche perché possegga il bene della salute, ma quando questa cura diventa prevalente genera una persona disarmonica; una persona non riuscita.

Come potete capire, la difficoltà dell’opera educativa è intrinseca alla sua grandezza. L’opera educativa è un’opera grande perché grande è la persona umana che viene generata.

Educare: un lavoro possibile.

Parto da un testo molto bello di S. Paolo: "è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci educa [paideuousa] a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza" [Tit 2,11-14]. Questo è il pensiero più importante che oggi vorrei comunicarvi.

Avrete subito notato che Paolo attribuisce l’opera educativa alla grazia di Dio. Al riguardo, nella lingua greca in cui scrive, egli usa proprio la parola tecnica di "educazione-paideia".

Non solo. Non parla di una "grazia di Dio" invisibile, non incontrabile perché non se ne sa nulla. Essa è una grazia di Dio apparsa: che si è fatta vedere, toccare, udire. Non a caso la Chiesa ci fa leggere questo testo biblico nella solennità del Natale. La grazia di Dio apparsa è Gesù Cristo.

Possiamo allora concludere: è Gesù Cristo che educa la persona umana; che la genera e la fa essere in tutta la sua pienezza. Tutta l’opera educativa dell’uomo trova in Lui la sua sorgente. Egli è la potenza educatrice che conduce l’uomo fino a quella divinizzazione di cui parlavo. Alla domanda quindi se è possibile oggi educare i nostri figli secondo la misura intera della loro dignità, e conducendoli alla pienezza della loro umanità, rispondo: è possibile perché esiste Cristo, il quale rende i vostri figli capaci di pensare nella pienezza della verità; capaci di agire nella pienezza della libertà. In una parola: perché fa essere l’uomo nella pienezza del suo destino.

Mi rendo conto che la prospettiva vi possa sembrare totalmente lontana dalle vostre preoccupazioni quotidiane. Non è così. Spero di mostrarvi la vicinanza di questa visione, facendomi delle domande a cui via via cercherò di rispondere.

Prima domanda: ma allora quel è la nostra vera "funzione" di educatori? È ancora l’apostolo Paolo a risponderci nel seguente passo: "io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere … Siamo infatti collaboratori di Dio" [1Cor 3,6-7.9a].

L’immagine della coltivazione è usata assai frequentemente per indicare l’opera educativa: anche Paolo – come avete sentito – vi ricorre. Paragoniamo dunque la vita dei vostri figli a quella di una pianta che cresce. Esiste tutta una serie di attività che rendono possibile la crescita: ma la forza della crescita è nella piante stessa. Così è della persona dei vostri figli. Chi li fa crescere? È la grazia di Dio apparsa in Cristo. Ma questa potenza, energia intima e divina che fa crescere, ha bisogno di co-operazione da parte vostra. Voi siete i cooperatori di Dio stesso: lo siete stati perché vostro figlio potesse venire al mondo; lo siete ora perché vostro figlio possa crescere nella sua umanità fino alla pienezza della sua misura.

Seconda domanda: ma concretamente, in che modo Cristo è l’educatore di cui noi siamo i cooperatori? E questa è la domanda più importante di tutte.

Inizio ancora la risposta con un’immagine. Se in una stanza fa molto freddo ed è acceso un fuoco, perché io possa scaldarmi è necessario che mi avvicini al fuoco, almeno quel tanto che mi consenta di sentirne i benefici effetti. È necessario che mi collochi in quello spazio in cui il fuoco arriva col suo calore.

Esiste uno spazio in cui Cristo esercita la sua funzione di educatore? Esiste una "scuola" in cui Egli è maestro e i vostri figli possono farsi suoi "scolari"? Questo luogo esiste; la scuola di Cristo in cui i vostri figli diventano suoi scolari è la Chiesa.

Ci eravamo chiesti in che modo Cristo diventa l’educatore dei vostri figli e voi i suoi cooperatori. Lo diventa attraverso l’azione educativa della Chiesa dentro la quale transita l’azione educativa di Cristo. E voi siete – come scriveva S. Paolo – i suoi collaboratori mediante e dentro ad una profonda cooperazione colla Chiesa. Se viene siglato un forte patto educativo, una vera e propria alleanza educativa fra voi e la Chiesa, voi diventate veramente cooperatori di Cristo, e la sua energia educativa trasformerà i vostri figli in persone umane pienamente realizzate.

Terza domanda: in che cosa consiste questo "patto" o "alleanza educativa" fra voi e la Chiesa? Essa può assumere due forme, la prima non è difficile da spiegare; la seconda non è facile.

La prima consiste nell’esplicito rapporto che voi istituite con la Chiesa per l’educazione dei vostri figli. Ciò che accade oggi ne è segno. Questa forma può giungere fino al punto che chiedete alla Chiesa di allearsi con voi nell’opera intera dell’educazione, mandando i vostri figli anche alla scuola gestita dalla Chiesa.

È questa la forma che la Chiesa desidera e pressantemente chiede che assuma il patto educativo che essa vuole siglare con voi. Non mi fermo oltre perché è ben conosciuta.

La seconda forma è più difficile da spiegare. Devo fare due premesse. Voi sapete che noi viviamo dentro una cultura che nelle sue basi è stato generata dalla fede cristiana. Di essa oggi vive anche chi non si riconosce nella fede cristiana o è magari ateo. Vi faccio solo un esempio. Una delle colonne portanti della nostra cultura è l’affermazione della dignità della persona umana, di ogni persona umana.

Quando parlo di "cultura" non pensate a … libri o ad università. La cultura è il modo con cui un uomo, una donna, un popolo si pone dentro alla realtà, e quindi il modo mediante cui introduce nella realtà i nuovi arrivati. È innegabile che il nostro modo di porci dentro alla realtà, appunto la nostra cultura, è stato configurato dalla fede cristiana.

Seconda premessa. Educare una persona nel senso spiegato nella prima parte della mia riflessione, non è qualcosa che avviene fuori dal mondo in cui viviamo. Educare una persona significa, lo abbiamo già detto, farla essere nella sua pienezza. E ciò non può non accadere dentro ad una cultura, dal momento che pienezza di vita umana non esiste senza cultura.

Tenendo conto di queste due premesse, ora riprendo il discorso. La seconda forma che può assumere il patto educativo fra genitori e Chiesa è proprio di chi, pur non riconoscendosi nella fede cristiana, ritiene che la cultura da essa generata sia il modo più adeguato per l’uomo di vivere dentro alla realtà. Pertanto, chi sigla il patto educativo in questa forma, da una parte non educa i propri figli secondo un astratto modello di umanità che concretamente non esiste da nessuna parte: secondo un progetto utopico. Dall’altra difende la possibilità pubblica della fede cristiana di educare e di generare cultura. Non posso fermarmi oltre su questo tema oggi di bruciante attualità: non ne abbiamo il tempo.

Chi sceglie per i propri figli l’insegnamento della Religione Cattolica (IRC) si pone dentro questa prospettiva; è consapevole che la conoscenza ragionata delle fede cristiana sia indispensabile perché il proprio figlio cresca nella pienezza della sua umanità, che egli ha ricevuto in un preciso contesto culturale.

La scelta dell’IRC è una delle forme che esplicita questo secondo modello di alleanza educativa genitori-Chiesa.

Si pone dentro a questo contrasto il grande tema dell’educazione alla convivenza con gli altri dentro al processo, in cui siamo ormai immersi, di incontro fra le culture, religioni, popoli diversi.

Conclusione

Conosco le vostre preoccupazioni educative. So che non raramente, pensando al futuro dei vostri figli, vi lasciate prendere da un senso di grave incertezza.

Vi parlavo di "coraggio" all’inizio; di ragioni che vi danno il diritto ad avere un ragionevole coraggio.

Esiste una destinazione al bene e alla pienezza della vita, che Dio stesso ha inscritto nella persona dei vostri figli e che mediante la Chiesa Cristo energicamente porta al compimento. Chi ci potrà sradicare da questo terreno? Niente e nessuno, se non siamo noi a volerlo. È questo fatto che vi dà il diritto di avere coraggio: il coraggio di guardare con serena fiducia al futuro dei vostri figli. E in esso, al futuro della nostra città e del nostro popolo.