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Incontro Diocesano dell'Azione Cattolica Italiana
7 marzo 2004

La possibilità di incontrarvi in occasione della vostra Assemblea Diocesana è un dono che il Signore mi fa, a meno di un mese dall’inizio del mio ministero pastorale nella Chiesa di Bologna.

La vostra Associazione infatti, nel pluriforme patrimonio ecclesiale dell’associazionismo laicale, possiede una particolare preziosità per la lunga storia che ha già vissuto, per la particolare attenzione che i Sommi Pontefici le hanno mostrato, per i molti servizi che essa ha reso alla Chiesa.

Prendendo in larga misura spunto di riflessione dallo Statuto recentemente approvato, vorrei fermare la mia attenzione su due punti: l’identità ecclesiale della vostra associazione; le priorità nella "realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa", alla quale voi vi impegnate [cfr. Art. 1 dello Statuto].

1. L’identità associativa.

Leggendo attentamente lo Statuto e la Premessa [che ne è – mi sembra – la chiave interpretativa], mi sembra che alla definizione della vostra identità convergono una dimensione generica ed una dimensione specifica.

La dimensione generica è costituita dalla vostra condizione ecclesiale di "christifideles laici/fedeli laici". Esiste al riguardo ormai una consistente tradizione di Magistero e una dottrina teologica ampiamente condivisa. È la vostra indole secolare la modalità "propria e peculiare" con cui voi partecipate alla dimensione secolare della Chiesa [cfr. Es. ap. Christidifeles laici 15,6; EV 11/1656]. La "secolarità" denota una condizione teologicamente significativa. Il vostro essere nel mondo in un modo a voi peculiare indica che la vostra vocazione è quella di "ricapitolare in Cristo" [cfr. Ef 1,10] le realtà temporali.

Non voglio aggiungere altro, presumendo che siano questi dei temi sui quali durante questi anni avete già lungamente riflettuto.

La dimensione che costituisce in modo specifico la vostra identità associativa merita più attenta considerazione, alla luce del nuovo Statuto.

La novità più significativa è stata mi sembra l’introduzione di un atto normativo diocesano [cfr. Art. 21], un insieme di norme – se ho ben capito – che certamente nell’ambito dello Statuto nazionale ne specifica le scelte. Non voglio tanto fermarmi a considerazioni giuridiche; desidero fare alcune considerazione di carattere teologico-pastorale.

La dedicazione diretta ed organica alla Chiesa locale costituisce la dimensione specifica della vostra associazione. Questo legame con la propria Chiesa è visto, nella Premessa allo Statuto, come l’interpretazione più profonda della vostra vita associativa, "che vuole realizzarsi non facendo questa o quella cosa, assumendo questo o quel progetto ma piuttosto attraverso una disponibilità aperta e totale, creativa e responsabile alla propria Chiesa e al suo cammino".

Penso che questo punto meriti una particolare attenzione. Come recita l’Art. 1, l’ACI si impegna liberamente "per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa". Non questo o quel campo di apostolato, ma il fine stesso apostolico nella sua globalità.

Questa partecipazione trova la sua prima e necessaria espressione nella via e nella missione della Chiesa particolare, nella diocesi, nella quale "è veramente presente ed agisce la Chiesa di Cristo, una santa, cattolica e apostolica" [Decr. Christus Dominum 11; Ev 1/593].

Da questa "diocesaneità" del’ACI derivano molte conseguenze importanti. Mi limito ad accennarne tre.

a/ Essa caratterizza l’ACI come associazione di fedeli non avente una spiritualità propria. Mentre altre associazioni, come i Movimenti, fanno riferimento ad un fondatore come portatore di un carisma preciso, l’ACI non si trova in questa condizione. Essa si inserisce nella missione della Chiesa locale, che ha nel Vescovo il suo principio visibile di unità. Se pertanto uno chiede, per esempio, di divenire membro del terzo Ordine francescano secolare, deve condividere la spiritualità francescana; se uno chiede di divenire membro dell’ACI non gli è chiesto di condividere una specifica spiritualità. L’unica condizione è di essere battezzato, di essere domiciliato nella Chiesa locale, e di impegnarsi alla realizzazione "del fine generale apostolico" della Chiesa.

Detta la cosa in questi termini negativi, sembra che ne deriva una visione dequalificante dell’ACI. In realtà trattasi di qualcosa di molto grande ed affascinante, se approfondiamo in termini positivi questa visione.

La missione o il fine generale apostolico della Chiesa di cui parla lo Statuto non è qualcosa di generico, e quindi astratto ed evasivo dalla vita quotidiana di ogni uomo e di ogni donna. Fine della Chiesa è che la vita di ogni uomo e di ogni donna trovi in Cristo la pienezza del suo significato. E la vita sono gli affetti ed il lavoro: sono le gioie e le sofferenze; sono le speranze e le delusioni. Sono gli avvenimenti che costituiscono il contenuto della propria biografia quotidiana. È dentro a questo contesto che si pone la consapevolezza e la volontà di chi decide di associarsi in "Azione cattolica": il contesto in cui la vita prende il volto di un luogo, di una cultura, di una storia, di una città, senza esclusioni. È lì che si pongono questi uomini e queste donne, perché questa vita abbia in Cristo pienezza di significato.

b/ Da ciò deriva una seconda conseguenza. Il primo impegno dei laici che aderiscono all’ACI è la formazione. Non posso in questa occasione fermarmi a lungo. Prendiamo il termine "formazione" nel suo significato letterale. È la generazione dell’uomo in Cristo; è la progressiva con-formazione dell’uomo a Cristo. È Cristo che in-forma la propria persona così che la vita è vissuta in riferimento a Cristo.

c/ Una terza ed ultima ma non meno importante conseguenza derivante dall’identità dell’ACI. "La comunione ecclesiale, pur avendo una dimensione universale, trova la sua espressione più immediata e visibile nella parrocchia; essa è l’ultima localizzazione della Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e figlie" [Es. ap. Christifideles laici 26,1; EV 11/1709]. Pertanto la presenza dell’ACI nella parrocchia è una esigenza prioritaria dell’Associazione come tale.

2. Alcune priorità.

Avrei voluto anche richiamare la vostra attenzione su ciò che oggi mi sembra insidiare la vostra identità sia generica sia specifica. Ma avremo altre occasioni per farlo. Ora mi preme maggiormente dirvi quali sono le priorità all’interno di quel fine generale apostolico di cui ho parlato varie volte.

a/ La prima in un certo senso riassume tutte le altre. Esiste una consistente tradizione patristica che denota l’annuncio evangelico con il termine "paideia", educazione cioè. La fede genera un progetto educativo: una dottrina ed un metodo educativo. Se così non fosse, non dimoreremo nella missione della Chiesa. Non posso ora approfondire ulteriormente.

Da ciò deriva che la "passione educativa" è essenziale alla esperienza cristiana, e pertanto l’attenzione a chi ha più bisogno di essere educato nella sua umanità è un’attenzione privilegiata. Sono i bambini, gli adolescenti, i giovani.

L’impegno vostro nei loro confronti deve essere costante, in una collaborazione responsabile e fattiva colla Diocesi nel suo servizio all’educazione, cioè col Servizio diocesano per la pastorale giovanile.

Da questa priorità deriva che l’Associazione deve prendersi una cura speciale per i luoghi dove soprattutto avviene l’educazione della persona. Essi sono la famiglia e la scuola. Mi limito per oggi alla prima.

Poiché la famiglia si fonda sul e trae la sua origine dal matrimonio, prendersi cura di essa significa in primo luogo prendersi cura del matrimonio. Non a caso, ad essi il nuovo Statuto dedica un’attenzione speciale ed esplicita [cfr. Art. 9]. Né per motivi puramente congiunturali.

La "formazione dell’umano" in Cristo prende inizio dal rapporto uomo-donna. La persona umana infatti è uomo e donna. Il riconoscimento della verità e della bontà proprio di questa costituzione duale della persona è la fonte del riconoscimento della verità e della bontà proprie di ogni rapporto sociale. La redenzione e l’elevazione della nuzialità operata da Cristo è al centro dell’atto redentivo di Cristo.

Il matrimonio è il luogo in cui Dio compie il suo atto creativo della persona umana: il luogo in cui la persona è generata-educata nella sua umanità.

È per questo che vi chiedo di avere una cura speciale del matrimonio e della famiglia in stretta collaborazione con l’Ufficio e la Commissione diocesana della famiglia.

b/ La seconda priorità si riferisce a quell’impegno fondamentale che il vostro Statuto formula con molta precisione nel modo seguente: "si impegnano … ad informare allo spirito cristiano le scelte da loro compiute con propria persona le responsabilità, nell’ambito delle realtà temporali" [Art. 3, c].

La formulazione è concettualmente rigorosa e merita di essere attentamente meditata.

Sono sempre più convinto che la costruzione illuministica del sociale umana abbia ormai terminato il suo corso, mostrando ormai tutti i frutti della sua errata concezione dell’uomo nella impossibilità di costruire un rapporto sociale vero e buono, e non solo utile e/o piacevole. Prendersi cura del "sociale umano, dei problemi più gravi della società è oggi una priorità per il laico formato in Cristo. La dizione dello Statuto è precisa e non lascia, mi sembra, adito ad equivoci.

Il "prendersi cura" di cui sto parlando si realizza in scelte concrete: sono scelte compiute con propria personale responsabilità. Su questo punto deve esserci una grande correttezza nel non coinvolgere in nessuna maniera l’Associazione come tale. Ma questo non è tutto. Queste scelte devono essere informate allo spirito cristiano. Che cosa significa? Significa che esistono valori tali che nessuna circostanza giustificherà scelte contrarie ad essi. Se questi valori, pur essendo riconoscibili dalla retta ragione, sono però di fatto affermati solo dai cristiani, questa circostanza non ne cambia l’intima natura etica. E pertanto la scelta coerente di affermarli nella società non è una scelta confessionale. Quali poi siano questi valori è stato recentemente indicato dal documento della Congregazione per la Dottrina della Fede dedicato a questo argomento.

Conclusione

La vostra Associazione, nella fedeltà alla sua identità propria è un grande dono fatto alla Chiesa.

Ricevendo la vostra Assemblea straordinaria il 14 settembre scorso, il S. Padre vi disse: "voi siete laici esperti nella splendida avventura di far incontrare il Vangelo con la vita e di mostrare quanto la "bella notizia" corrisponda alle domande profonde del cuore di ogni persona e sia la luce più alta e più vera che possa orientare la società nella costruzione della civiltà dell’amore".

Il Papa parla di "splendida avventura", dicendo che essa consiste nel "far incontrare il Vangelo con la vita". Non sembra il chiamare questo incontro una "avventura" qualcosa di retorico e di poco rispettoso? In realtà, "avventura" richiama "avvento-adventus". Di chi? di Cristo figlio di Dio fattosi uomo: l’adventus del Dio-uomo in mezzo agli uomini. Di colui che facendosi uomo ha rivelato all’uomo la sua dignità intera, la misura intera della sua dignità, pronto a pagare, perché l’uomo sia reintegrato in questa dignità, il prezzo del suo Sangue. Ecco, "il mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione" [Es ap. Novo millennio adveniente 25]: il mistero del Dio-uomo; anzi il mistero del Dio-pane per nutrire l’uomo. Per salvare l’uomo nella sua dignità: la dignità del suo amore; la dignità del suo lavoro; la dignità della sua sofferenza.

Siete chiamati a percorrere tutte le strade del mondo: perché l’uomo incontri Cristo, e fiorisca nel suo cuore l’adorazione del Dio ricco di misericordia e lo stupore di fronte alla dignità della propria persona.