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Incontro con i genitori dei cresimandi
Basilica di San Petronio, 3 aprile 2011


Desidero intrattenermi con voi per un po’ di tempo a riflettere su alcuni aspetti del grande problema educativo, prendendo occasione dalla celebrazione del sacramento della Cresima.

Svolgerò la mia riflessione facendomi alcune domande, che sono sicuro vi portate dentro, e cercando di rispondere.

1. Perché oggi è diventato più difficile educare? potrei rispondere adducendo molte ragioni. Mi limiterò solo ad un paio che mi sembrano di particolare rilevanza.

È diventato più difficile perché noi adulti non ci "sentiamo più sicuri". In che senso? Nel senso che non sempre abbiamo chiaro quale proposta di vita, quale modello di vita trasmettere. Respiriamo tutti, anche senza accorgercene, quell’atmosfera di relativismo in forza del quale possiamo essere tentati di pensare che non esiste una proposta vera di vita buona, nei confronti di altre da ritenersi false e fuorvianti.

In una condizione di questo genere il rischio di ridurre l’educazione ad un insegnamento di "regole per l’uso" nella vita, per non farsi male, è costante. In verità, le regole sono necessarie, ma … funzionano quando emergono da una profonda esperienza di vita.

C’è anche un’altra ragione per cui è diventato più difficile educare, sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione, che è anche una conseguenza di ciò che vi ho appena detto. È la difficoltà ad esercitare l’autorità. È un punto importante sul quale vi prego di non passare oltre troppo facilmente. Il rapporto educativo non è un rapporto fra uguali, come l’amicizia. Esiste una vera e propria autorità educativa.

Quando diciamo la parola "autorità" pensiamo subito ad una più o meno forte coazione, che comporta costrizione. Nella nostra mente, a quel punto, autorità diventa il contrario di libertà. Ma, si pensa, (e con verità!) l’atto educativo non deve generare degli schiavi ma degli uomini liberi; è bene quindi che l’autorità (intesa come sopra) rimanga estranea al rapporto educativo. Vediamo dunque come stanno realmente le cose.

Iniziamo da una chiarificazione terminologica. Succede spesso nel nostro linguaggio che siamo costretti ad usare la stessa parola per denotare realtà che sono molto diverse fra loro. Noi parliamo per esempio di "autorità dello Stato sui cittadini", che si esprime attraverso le leggi, la sanzione penale a chi non le osserva, e così via. Chi è credente parla di "autorità del Papa nei confronti dei fedeli", che si esprime in modi ben diversi. Tutto questo per dirvi che quando dico "autorità educativa", dovete pensare a qualcosa che è molto diverso da altre autorità; a qualcosa che ha una fisionomia inconfondibile. Quale? E siamo al nodo della questione. Mi aiuto con un testo biblico desunto dalla prima lettera di S. Pietro apostolo [cfr. 1Pt 5,3].

L’Apostolo si rivolge a chi ha responsabilità – diciamo: autorità – di comunità cristiane [oggi diremmo: Vescovo e parroci]. Fra le varie esortazioni che Pietro rivolge loro, una dice: "non spadroneggiando sulla persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge".

Non c’è dubbio che si parla dell’esercizio dell’autorità. Esso può assumere due forme: "Spadroneggiare" – "farsi modello". Che cosa significa la prima è facile da capire. La seconda è più profonda e merita molta attenzione. Viene usata una parola greca assai importante: túpos. Che significa?

Esercitare l’autorità significa e consiste nel fatto che la "parola [= la proposta di vita. Nota mia] non può essere trasmessa per semplice recitazione; essa può essere testimoniata solo come parola fatta propria e perciò come parola che informa la condotta personale … è l’esempio originario che determina poi il cammino degli altri" [GLNT XIII, 1476].

Abbiamo tutti gli elementi che definiscono l’autorità educativa, in particolare l’autorità dei genitori. Essa consiste nel fare una chiara proposta di vita, nell’introdurre cioè dentro alla vita; ma questa proposta di vita è mostrata, testimoniata dall’educatore nella propria persona, come forma della propria esistenza. È la potenza insita nella testimonianza la forza propria dell’autorità educativa. L’argomento principale che l’educatore usa per convincere l’educando, è il fatto che egli [l’educatore] mostra che vive secondo quella proposta di vita che sta proponendo all’edeucando.

Le insidie all’esercizio dell’autorità sono dunque principalmente le seguenti: (a) non fare nessuna proposta seria di vita, ritenendo che solo in questo modo l’educando farà al momento opportuno la sua scelta libera; (b) non ritenere vera e buona nessuna proposta di vita a preferenza di altre, mantenendosi in una sorta di neutralità educativa; (c) ritenere, in base ad una falsa concezione di libertà, che l’uomo possa svilupparsi da solo, senza proposte fatte da altri, che avrebbero solo il compito di assistere allo sviluppo della persona, senza entrarvi. E siamo cosi ritornati al punto di partenza. Il relativismo, lo scetticismo – che oggi implicano un falso concetto di libertà – non rende difficile l’educazione: la rende semplicemente impossibile.

2. Come superare le difficoltà? Mi rifaccio ancora ad un testo biblico: la Bibbia è il più grande trattato di pedagogia. Si trova nel libro di Ester.

La regina Ester, che è ebrea, sa che il re aveva già deciso la distruzione del suo popolo. Ella, prima di presentarsi al re suo sposo per fare l’ultimo tentativo di salvare la sua gente, eleva al Signore una grande preghiera. In essa dice: "Io ho sentito, fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni, e i nostri padri da tutti i loro antenati come tua eterna eredità" [4, 17 m].

Due semplici osservazioni. La prima. Ester si sente radicata dentro una storia, una tradizione che ha inizio in un evento fondatore: Dio ha scelto Israele come sua eterna eredità. Radicata e fondata in questa tradizione, Ester prende coraggio per affrontare una situazione che sembra non avere vie di uscita.

Seconda osservazione. Ester ha acquisito la consapevolezza di appartenere ad un popolo e quindi di essere piantata dentro una tradizione, all’interno della sua famiglia: "io ho sentito, fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, …". La trasmissione della tradizione, che genera la coscienza di una appartenenza, guida e fonte di coraggio nella vita, accade nel rapporto fra la generazione dei padri e la generazione dei figli.

Passiamo ora alle nostre difficoltà attuali. In un tempo, come vi dicevo, di grande incertezza; quando l’educatore è preso come da un senso di smarrimento, dica dentro di sé [come Ester]: "io ho sentito, fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che …". Cioè: si rifaccia alla tradizione dentro cui l’educatore stesso è nato e cresciuto; faccia affidamento alla tradizione in cui l’educatore medesimo è stato educato.

Devo ora fermarmi un momento per chiarire meglio. La tradizione non è qualcosa solamente di passato, antiquato. Essa è la vita spirituale stessa di un popolo che viene trasmessa di generazione in generazione. Quando succede che questa trasmissione si interrompe – e può succedere – la vita delle persone è come una pianta sradicata: non ha futuro. È ciò che sta accadendo alla seconda generazione di immigrati in alcuni paesi europei.

Fate molta attenzione a questo: ne va del futuro dei vostri figli. Non cadete nell’errore di pensare che si possa educare una persona solo a "valori formali", privandola di quella identità che le viene dall’appartenenza ad una tradizione. Ho chiarito dunque che cosa significa tradizione.

Un’altra precisazione. Che cosa significa "rifarsi, fare affidamento alla tradizione"? Ho detto che in fondo la tradizione è una forma di vita. Rifarsi, fare affidamento alla tradizione significa proporre questa forma di vita.

Fino ad ora mi sono rivolto a quei genitori che si trovano nell’incertezza di fronte al loro impegno educativo.

Ma ci sono anche genitori che hanno un’intima certezza circa la proposta di vita da trasmettere nel rapporto educativo. Genitori che sono immuni da quell’insidia del relativismo secondo il quale nessuna proposta di vita può essere qualificata come vera o falsa.

Questi genitori sono indubbiamente più sereni nel loro lavoro educativo. Il che non significa che anche per loro educare non sia arduo. Essi trasmettono la tradizione con maggiore consapevolezza.

Vi sono poi altri mezzi per superare le attuali difficoltà, altre vie oltre a quella indicata. Si pensi, per fare solo qualche esempio, all’aiuto che può venirvi dal condividere con altri i vostri problemi educativi: le varie associazioni dei genitori sono molto utili. Si pensi al necessario dialogo colla scuola: di fondamentale importanza. Non c’è tempo per entrare anche in queste tematiche. Mi devo limitare ad un punto essenziale.

3. Che senso ha la Cresima? La tradizione del nostro popolo, l’eredità spirituale che ci è stata trasmessa è quella cristiana. Il fatto che voi abbiate chiesto per i vostri figli il sacramento della Cresima, dimostra che voi siete convinti di questo. Che senso dunque ha la celebrazione della Cresima nel percorso educativo dei vostri ragazzi?

Poiché la preparazione esplicita ad essa avviene nella Chiesa attraverso la catechesi, è necessario prima di tutto che voi abbiate chiaro che senso ha per la Chiesa questa celebrazione. Almeno per evitare che l’uno ignori l’altro.

La Cresima è il perfezionamento del Battesimo. Quanto il Battesimo ha operato nei vostri figli viene portato a compimento dalla Cresima. Possiamo dunque dire: la Cresima introduce i vostri figli nella maturità cristiana; diventano adulti.

C’è una corrispondenza quindi fra quanto sta accadendo in loro a livello fisico, psichico, e spirituale e la grazia propria del Sacramento. È precisamente questa corrispondenza che ci fa capire che senso ha la Cresima nel percorso educativo dei vostri ragazzi, del quale comunque voi rimanete i principali responsabili e noi i vostri cooperatori.

Lo sforzo educativo che voi andate facendo negli anni dell’adolescenza, è di introdurre i vostri figli nella vita in modo sempre più consapevole e responsabile. Non sono più bambini; non sono ancora adulti. È il percorso della loro maturazione umana, che voi intendete far loro percorrere in vostra compagnia.

Lo sforzo educativo della Chiesa è analogo. Dato ai vostri ragazzi il sacramento della Cresima, essa vuole gradualmente educarli ad una fede più matura, più adulta. È un percorso educativo più difficile, perché esige che la fede sia progressivamente non solo esclamata e professata, ma interrogata e pensata.

Data dunque questa corrispondenza, e di condivisione esistenziale e di intenti, derivano alcune conseguenze su cui vorrei attirare la vostra attenzione.

La prima è che la Cresima non è un termine, ma un inizio. Vi prego molto insistentemente di non perderlo mai di vista. E pertanto se vostro figlio interrompesse il suo cammino con la Cresima, si troverebbe a dover affrontare i grandi problemi della vita con una fede da bambino. Il risultato sarebbe di ritenere che la fede non ha nessuna rilevanza per la vita.

La seconda conseguenza è che la collaborazione fra voi e la Chiesa dopo la Cresima deve farsi più intensa. La Chiesa offre oggi vari percorsi educativi per adolescenti, dopo la Cresima: nelle parrocchie, nelle associazioni, nei movimenti.

La terza. È grave che il c.d. dopo-cresima sia affidato ad educatori [si fa per dire] di età poco superiore. Non si può essere educatori a 15, 16 anni o poco più. Vi chiedo di non permettere che questo accada.

Ci eravamo chiesti: che senso ha la Cresima nel grande percorso educativo? La risposta è: essa è la porta attraverso la quale il ragazzo entra in un percorso di maturazione cristiana, la quale non è qualcosa che si aggiunge estrinsecamente alla maturazione umana. È la forma che assume la stessa maturazione umana in chi crede nel Signore Gesù.

Ma forse fra voi vi sono anche genitori che, in fondo, hanno chiesto la Cresima per i propri figli in forza di una consuetudine. Non saranno mai respinti dalla Chiesa. A loro dico: fidatevi della Chiesa, e dopo questo gesto di fiducia, continuate a cooperare con essa nell’educazione dei vostri figli.

Il Signore infonda a tutti il coraggio di educare, nonostante le difficoltà che possiamo incontrare. Questo tempo in cui ci troviamo, colla sua incomparabile bellezza, ma anche non comune difficoltà, ci dice quanto grande sia la tradizione in cui siamo radicati e fondati.