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DOMANDA SULL’UOMO: invito alla riflessione
Convegno SAV
Ferrara 6 febbraio 2000

E’ stata una decisione veramente intelligente quella di chi ha organizzato questo seminario di studio, introducendovi una riflessione antropologica di carattere generale. Il tema specifico, è vero, del nostro incontro è molto preciso; direi, senza connotazione negativa, assai regionale. Tuttavia diventa ogni giorno più chiaro che alla fine ogni problema di bioetica ha a che fare con una domanda di fondo: il termine "persona umana" è un mero flatus vocis cui le convenzioni sociali solamente danno un contenuto sempre rivedibile oppure denota una realtà che possiede una sua propria consistenza ontologica e quindi assiologica? chi ha ragione Tommaso d’Aquino a dire: "la persona è ciò che di più perfetto esiste nell’essere" oppure M. Foucault a dire: "l’uomo è una invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima" [in Le parole e le cose, ed. Rizzoli, Milano 1967, pag. 414]? In fondo, questa è la più profonda materia del contendere nella bioetica contemporanea.

Nel breve spazio che mi è concesso, non mi sarà possibile che fare qualche accenno teoretico a quell’immane alternativa, proponendomi nella più che un invito alla riflessione personale.

1. LE EVIDENZE ORIGINARIE

Vorrei iniziare la mia riflessione richiamando il capitolo secondo della Genesi, prendendo la pagina biblica non come libro ispirato qual è per noi credenti, ma come pagina che suggerisce in modo unico la via da percorrere per prendere più chiara consapevolezza delle originarie evidente antropologiche. Per originarie evidenze antropologiche intendo le verità fondamentali circa la persona umana, che risplendono alla mente di ogni uomo che voglia fare semplicemente attenzione a se stesso.

La pagina biblica mostra l’uomo confrontato con le cose e gli animali. Il confronto ha il seguente risultato: "l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile" (2,20b). L’affermazione ha due significati fondamentali: l’uomo non ha l’eguale nel mondo delle cose e degli animali; l’uomo ha bisogno di un uguale. Lasciando per ora in sospeso la seconda affermazione, concentriamo la nostra attenzione sulla prima.

Essa porta alla luce la consapevolezza che ci accompagna in ogni momento della nostra vita vigile: quella di essere più che cosa/più che animale. Essere "qualcuno" è essenzialmente diverso che essere "qualcosa"; è infinitamente più che essere "qualcosa". Ma in che cosa consiste questa essenziale diversità, questa sporgenza infinità? Il clima culturale contemporaneo cerca di evitare questa domanda, surrogando l’inevitabile ed incensurabile risposta con qualche surrogato funzionale, quale quello dei "diritti dell’uomo". Escamotage molto fragile, poiché quei diritti vagano senza alcun fondamento.

La risposta alla domanda non può che essere trovata attraverso il cammino della vera interiorità: dall’esperienza che ciascuno vive della sua libertà e del suo pensare fino alla comprensione dell’essere-persona. Alla fine di questo cammino, che ovviamente qui può essere solo enunciato, si giunge all’individuazione rigorosa della persona. La persona è un soggetto sussistente di natura spirituale, che vive della vita dello spirito. Kirkegaard dice profondamente che essere un io è la più grande concessione fatta all’uomo, ed egli deve diventare consapevole di essere un io in una scelta che ha per oggetto l’eterno, poiché esistere come un io costituisce proprietà indistruttibile, che neppure la morte cancella [cfr. La malattia mortale, Donzelli ed., Roma 1999. pag. ]. Qui noi troviamo il vero fondamento dell’autonomia, dell’indipendenza e della libertà della persona: sussistente perfettamente in se stessa a causa della sua natura spirituale, ogni persona deve essere considerata un tutto e non "parte di…". Essa desume il so valore non dall’essere parte di un tutto, ma dall’essere in se stessa. E’ difficile per noi oggi recuperare questa realtà della persona, dal momento che dobbiamo dare un salto per raggiungere questo recupero. Sul piano empirico la persona appare come particella del cosmo, mentre alla luce della riflessione metafisica è essa stessa un micro-cosmo. "Che cosa è un io nella natura? Granello di sabbia nell’infinità dell’oceano, piccola iridescenza sulla cresta dell’onda, che un momento è e subito dopo non è più. Eppure quell’io che dal lato del cosmo vale come un granello minuscolo o bolla evanescente, è lanciato in un avventura eterna, è un microcosmo fatto per ospitare il finito e l’infinito" [V. Possenti, Persona, umanesimo, ontoteologia, in Euntes docete LII/3, pag. 347].

La pagina biblica ci mostra anche un secondo risultato cui perviene l’uomo quando ci confronta con cose ed animali: l’uomo ha bisogno di un uguale. E’ la seconda evidenza originaria sulla persona umana.

La riflessione precedente sembrava condurci alla visione della persona umana come soggetto in sé sussistente e quindi incapace di comunicare. Del resto una delle definizioni classiche di persona sottolinea proprio questo aspetto: "la persona è l’essere incomunicabile di una natura spirituale" [Riccardo di S. Vittore, La Trinità 4,22; CN ed. Roma 19 , pag. ……]. Il richiamo alla nostra quotidiana esperienza però ci conferma che l’uomo non è chiamato a chiudersi nella solitudine. Ed ancora una volta, un ingresso attento dentro alla nostra interiorità ci fa pervenire fino alla scoperta dell’essenziale relazione della persona dell’altro. Attraverso la sua capacità di conoscere, la persona umana è capace di far essere – sia pure nella modalità intenzionale – l’altro come altro; attraverso la sua capacità di amare, la persona umana è capace di uscire da sé per realizzarsi nella relazione del dono. Ma proprio quando l’uomo vive questa esperienza, quando prende consapevolezza di questa sua capacità di comunicare, egli sente la necessità che esista un altro da sé, ma che nello stesso tempo abbia la sua stessa dignità di persona. E’ questo il significato più profondo, la verità intima del fatto che l’umanità sia realizzata nella persona-uomo e nella persona-donna: mascolinità-femminilità denotano non due umanità, ma le due modalità diverse della stessa natura umana. E’ la forma archetipa della socialità e della reciprocità umana: la diversità nell’unità. "Prima societas in coniugio", dicevano i latini.

La prima riflessione c condusse a vedere nella persona il grado più alto dell’essere: non si può essere più che persona! Questa seconda riflessione ci porta a concludere che la più perfetta realizzazione della persona è l’amore, che si istituisce in forma perfetta solo fra le persone. In fondo, solo l’amore è la risposta adeguata all’essere della persona.

2. LA DECOSTRUZIONE DELLE EVIDENZE

Non è sbagliato raffigurare la progressiva decostruzione più che demolizione delle originarie evidenze circa la persona, come un cammino che ha seguito una duplice strada teoretica e pratica.

La prima strada ha perseguito la progressiva decostruzione della soggettività spirituale della persona. Essa ha portato all’attuale condizione spirituale giustamente caratterizzata come la prevalenza del "neutrale" sul "personale". E mentre prima sembrava trovarsi una salvezza dell’io perduto nell’affermazione della superiorità del genere: lo Stato, la Classe …, oggi, scoperta la falsità di questo sotterfugio, la persona nella sua propria e sostanziale identità, sembra essersi perduta, abbandonata ormai alle definizioni convenzionali che oggi si danno di essa.

L’altra strada che vedo percorsa dall’attuale anti-umanesimo è costruita dalla vittoria sempre più invadente della sostituzione della definizione di uomo come persona colla definizione di uomo come individuo. Questa sostituzione nega la reciprocità originaria della persona e genera sempre l’utilitarismo come etica del rapporto sociale. Per utilitarismo intendo ogni visione dell’uomo secondo la quale questi è mosso ad agire unicamente dai propri interessi individuali, e la ragione serve solo a programmare il soddisfacimento dei propri interessi. E’ la negazione della stessa possibilità della comunione interpersonale.

Prendersi cura dell’uomo oggi significa in primo luogo guidarlo alla riscoperta delle originarie evidenze riguardanti la verità ed il bene della sua persona. Essere un io, dicevo citando Kierkegaard, è la suprema ricchezza dell’uomo: essere un io in trasparenza davanti a se stesso, è il vertice del paganesimo (Socrate); essere un io davanti a Dio, è l’avvenimento cristiano. Cristo è venuto perché l’uomo non perdesse se stesso, ma ritrovasse se stesso nella relazione che lo ha posto e lo pone in essere: nella relazione col Padre.