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GIUBILEO DELLE CARCERI
Ferrara 9 luglio 2000

1. "Fratelli … mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi". Carissimi fratelli, attraverso queste parole l’apostolo Paolo descrive un’esperienza di grave sofferenza ed umiliazione che accompagna la sua vita. Forse si tratta di una malattia particolarmente umiliante. Così umiliante che Paolo pregò per diverse volte il Signore perché lo liberasse. La preghiera di liberazione da un certo punto di vista non è esaudita: l’apostolo non è liberato. Ma poiché la nostra preghiera non cade mai nel vuoto, anche questa riceve risposta, la seguente: "ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Cioè, tu puoi esercitare il tuo ministero apostolico anche in queste condizioni di umiliazione e di sofferenza, dal momento che hai la forza della mia potenza o grazia. Perché l'apostolo possa esercitare efficacemente la sua missione, non ha affatto bisogno di essere sano, forte ed onorato, per se stesso. Gli basta la grazia di Cristo, che si fa particolarmente presente nella debolezza. La debolezza, l’umiliazione del credente non è qualcosa che impedisce al Signore di essere presente nella vita dell’uomo, e di agire in essa: non è necessario che l’uomo esca dalla sua condizione di umiliazione perché Dio possa dire la sua. Al contrario: è soprattutto in questa condizione che il Signore opera e manifesta la sua grazia.

Alla luce delle parole che il Signore dice all’apostolo, questi comincia a vivere in modo nuovo la sua condizione di sofferta umiliazione: "mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo". Cioè: ha un senso che io sia infermo, oltraggiato … poiché così opera veramente in me la forza divina di Cristo.

2. Carissimi fratelli, leggendo questa pagina di S. Paolo vi ho sentito una singolare analogia o similitudine fra la condizione dell’apostolo e la vostra condizione. Anche voi, come l’apostolo, vi sentite in una condizione di particolare sofferenza, dovuta alla privazione del bene della libertà: bene supremo dell’uomo. E’ possibile anche a voi, come lo è stato per l’apostolo Paolo, vivere questo momento della vostra vita in modo significativo? Riscattare questa vostra condizione, così che il tempo trascorso qui nelle carceri non debba essere da voi considerato come irrimediabilmente perduto?

La parola di Dio vi assicura che questo è possibile: è possibile dare un senso alla vostra detenzione. Ed il Giubileo è "occasione singolarmente propizia" per questo. A due condizioni: una riguarda voi e dipende da voi; l’altra riguarda altri e dipende da altri.

Per quanto riguarda voi. Davanti agli uomini possiamo sempre indossare la maschera che ci fa più comodo nelle varie situazioni: ma davanti a Dio nessuno può nascondere il suo volto. Chi fra voi si è reso veramente colpevole di ciò di cui è stato accusato, viva veramente questa situazione come espiazione e redenzione della propria persona. L’uomo non perde mai la sua dignità ed è grande di particolare grandezza nel pentimento: nella faticosa ricostruzione della propria persona. Pochi atti dimostrano la grandezza dell’uomo come la conversione.

Ma fra voi ci può essere anche chi davanti a Dio non si sente colpevole di ciò di cui è stato accusato, oppure punito in misura superiore alla sua imputazione. Carissimo fratello che vivi questa terribile esperienza, consentimi di dirti almeno due parole. La prima: l’ingiustizia di cui puoi essere vittima non "tocca" la dignità della tua persona; non la danneggia. Gesù dice che possono uccidere il corpo, ma non l’anima. La seconda: questa condizione ti rende particolarmente simile a Cristo, come l’apostolo Paolo nelle sue sofferenze e ti assicura una presenza singolare della sua grazia nella sua persona.

Per quanto riguarda altri. Non possiamo dimenticare però che i detenuti possono vivere la loro detenzione come esperienza degna di una persona umana, solo se si danno alcuni condizioni che non dipendono da loro.

Queste condizioni riguardano in primo luogo l’amministrazione della giustizia. E’ questo un punto fondamentale sul quale il Giubileo che stiamo celebrando deve far riflettere. L’amministrazione della giustizia deve essere caratterizzata da una ragionevole celerità dei processi, dalla reale parità di condizioni fra accusa e difesa, dalla effettiva possibilità offerta anche ai poveri di tutelarsi.

Queste condizioni riguardano la vita dentro le carceri. Sono sicuro che in questo carcere si sta facendo tutto il possibile da parte della direzione e del corpo delle guardie per creare le condizioni degne della persona. A tutti e a ciascuno chiedo di continuare in questo impegno a favore dell’uomo.

Queste condizioni riguardano il necessario ripensamento sulla pena della detenzione, intesa sia come prevenzione sia come punizione del crimine. E’ da chiedersi se non sia il caso di pensare per alcuni reati a forme alternative di pena, evitando anche in questo modo sovraffollamenti di carceri.

Ma c’è una domanda di fondo che la celebrazione del Giubileo pone ed impone ad ogni persona pensosa del bene comune: abbiamo veramente fatto tutto il possibile per prevenire il crimine? Non ci siamo mai chiesti se uno dei fondamentali "terreni di crescita" del medesimo non sia proprio ciò che consideriamo essere conquiste di civiltà: l’aver affermato che non esiste una distinzione assoluta fra bene e male; l’aver confuso la libertà colla spontaneità; l’aver svuotato le due principali agenzie educative, la scuola e la famiglia, di ogni precisa proposta educativa?

Nel disegno di Dio, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità nell’edificazione di una società più giusta. Il luogo in cui ci troviamo è particolarmente indicato perché il Giubileo rinnovi il cuore di tutti, perché ogni persona sia riconosciuta nella sua dignità!