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FAMIGLIA CRISTIANA: buona notizia per il terzo millennio
Giornata diocesana della Famiglia
18 maggio 2003

Penso sia utile fare una premessa a tutta la riflessione che seguirà. Di che cosa parliamo quando parliamo di "famiglia cristiana"? Non parliamo di un ideale, proposto agli sposi cristiani; non enunciamo un comandamento o una serie di prescrizioni rispettando le quali realizzano l’ideale della famiglia cristiana. Parliamo di una realtà: la famiglia cristiana non è un "ideale"; è un "reale". Ma in che senso precisamente? La riflessione seguente cercherà di rispondere a questa domanda. Prima però devo fare un’altra premessa non meno importante.

Ovviamente la realtà della famiglia cristiana dimora in un contesto più grande e complesso. Esso è connotato molto genericamente quando parliamo di "società", di "cultura" o "civiltà occidentale" in cui viviamo. Ed infatti nel titolo dato alla nostra riflessione non si parla solo di "famiglia cristiana", ma anche di "terzo millennio", per connotare il contesto storico in cui viviamo. In che rapporto sono viste le due realtà, famiglia cristiana e terzo millennio? come è pensata la presenza della famiglia dentro al terzo millennio? Come buona notizia. L’avere al suo interno la famiglia cristiana è per il terzo millennio una buona notizia.

Penso che ora sia ben chiaro il percorso della nostra riflessione, che si snoderà in due tappe fondamentali. Nella prima cercherò di descrivere la realtà della famiglia cristiana; nella seconda cercherò di mostrarvi come la presenza della famiglia cristiana sia per il terzo millennio una buona notizia.

1. LA REALTA’ DELLA FAMIGLIA CRISTIANA

Ci sono due attitudini spirituali dalle quali dobbiamo cercare di liberarci fin dall’inizio, altrimenti la nostra intelligenza sarebbe continuamente disturbata nel suo sforzo di capire la realtà della famiglia cristiana.

La prima è quella di pensare che stiamo parlando di qualcosa di ideale, non reale. Non mi fermo di più: rimando alla premessa da cui siamo partiti. La seconda è di far coincidere completamente la realtà della famiglia cristiana coi buoni risultati ottenuti dallo sforzo morale dei coniugi cristiani. La realtà della famiglia cristiana esisterebbe solamente là dove gli sposi cristiani vivono integralmente l’ideale della medesima; al contrario, dove non esistesse questa fedeltà, la famiglia cristiana sarebbe qualcosa di completamente irreale.

È questo un errore assai subdolo e che ha conseguenze spirituali assai gravi: chi si lascia occupare fa esso o cade nello scoraggiamento o rischia la presunzione orgogliosa. Ma allora in che cosa finalmente consiste la realtà della famiglia cristiana?

Dobbiamo partire da una affermazione ben nota a tutti voi: la famiglia cristiana è posta in essere dal sacramento del matrimonio. Non esiste famiglia cristiana senza il sacramento del matrimonio. Riflettiamo pacatamente su questa fondazione sacramentale della famiglia cristiana.

Quando parliamo di "sacramento" il nostro pensiero corre istintivamente ad una celebrazione rituale che avviene di norma in un edificio sacro. Non sbagliamo a pensare in questo modo: il sacramento, ogni sacramento è anche la celebrazione rituale. Tuttavia questa è l’aspetto visibile del sacramento. La celebrazione rituale è però il segno efficace di qualcosa e di qualcun altro: è il segno della presenza di Cristo che sta compiendo la sua opera di glorificazione del Padre e di salvezza dell’uomo. L’avvenimento che accade ogni volta che celebriamo un sacramento non è l’atto di una persona umana solamente: è l’atto di Cristo, da Lui compiuto mediante una persona umana [= ministro del sacramento]. Come insegna S. Agostino, non è Paolo, non è Pietro che battezza: è Cristo.

Voi potete allora capire subito che il sacramento per eminenza è l’Eucarestia. In essa infatti è la persona stessa di Cristo realmente presente che compie la sua opera: il dono di se stesso sulla Croce, in sacrificio per i nostri peccati. Ovviamente mediante il ministero del sacerdote e nella modalità di "memoria" del sacrificio della Croce.

Che cosa allora avviene quando due battezzati celebrano il sacramento del matrimonio? A "prima vista" non è difficile rispondere: pensiamo alla celebrazione di qualsiasi matrimonio in una qualsiasi Chiesa. Ma a noi deve interessare la … "seconda vista". Mediante il loro consenso umano, Cristo stesso unisce i due battezzati vincolandoli definitivamente l’uno all’altro. Il matrimonio cristiano nel suo costituirsi è un atto di Cristo; atto che consiste nel costituire fra quell’uomo e quella donna una relazione inscindibile e reale. Vi prego di riflettere lungamente su questo punto, perché da esso dipende tutta la riflessione odierna.

Questa "relazione reciproca", questo "vincolo" non significa e non denota in primis il dovere morale della fedeltà e della indissolubilità matrimoniale: queste sono conseguenze. L’azione di Cristo non consiste per sé nell’obbligare quell’uomo e quella donna ad agire l’uno nei confronti dell’altro come coniugi: Cristo non è venuto in primo luogo come maestro di morale. L’azione di Cristo non consiste neppure immediatamente [si noti bene!] nell’amore coniugale diffuso mediante il dono dello Spirito nei cuori degli sposi. In che cosa allora consiste precisamente?

La correlazione o vincolo coniugale è una configurazione reale dei due, è una assimilazione reale dei due alla correlazione o vincolo o alleanza che correla o vincola o allea Cristo con la Chiesa. I due diventano sposi nel momento in cui sono vincolati l’uno all’altro; e sono vincolati l’uno all’altro nel momento in cui sono realmente trasformati, perché configurati al vincolo Cristo-Chiesa.

Poiché si tratta di una configurazione posta in essere da Cristo stesso, essa non dipende nella sua permanenza dalla fedeltà gli sposi. Anzi. Possono persino attentare pubblicamente la dissoluzione di quel vincolo col divorzio civile; possono persino attentare un nuovo matrimonio. Quel vincolo, quella configurazione ontologica permane poiché Dio in Cristo non si pente mai del dono fatto.

Ma è ugualmente vero che neppure fa i doni a metà. La configurazione ontologica chiede un esercizio della libertà dei due sposi conforme ed adeguato: l’essere sposi in Cristo si compie nel dono fatto agli sposi della grazia sacramentale dell’amore coniugale. Il vincolo "esige" la grazia della carità sponsale.

Ora potete capire meglio cosa intendevo quando dicevo che stiamo parlando non di un "ideale", ma di un "reale". Cristo vive, è presente, agisce nella storia umana, operando e come producendo una "comunione coniugale" fra l’uomo e la donna, che non è principalmente frutto di sforzi umani, che non è un orizzonte ideale cui l’uomo e la donna cercano di avvicinarsi. È qualcosa che semplicemente accade ogni volta che due battezzati si sposano. Il cristianesimo è veramente prima di tutto un avvenimento.

Il matrimonio-sacramento è però il fondamento della famiglia cristiana; essa non coincide completamente col matrimonio cristiano. "L’essere genitori è l’evento mediante il quale la famiglia, già costituita col patto del matrimonio, si attua in senso più pieno e specifico" [Giovanni Paolo II, Lett. Gratissimum sane (2-2-1994) 7,3; EV 14/…….]. La correlazione coniugale si compie nella correlazione paternità-maternità. Dobbiamo ora riflettere seriamente e pacatamente su questo "compimento" della correlazione o vincolo coniugale.

Partiamo da un testo paolino: "piego le ginocchia al Padre dal quale trae nome ogni paternità in cielo e sulla terra" [Ef 3,14-15]. La paternità [-maternità] umana trae la sua "origine" dalla paternità divina. È qui suggerito un grande mistero, al quale dobbiamo accostarci "piegando le ginocchia".

Ogni persona umana è creata immediatamente da Dio: nessuno viene a mondo per caso o per necessità. Non solo, ma come insegna S. Tommaso – insegnamento fatto proprio dal Concilio Vaticano II – ogni persona umana è voluta "per se stessa": non in funzione d’altro, come invece accade per gli individui nelle altre speci viventi. Ma è ugualmente certo alla luce della fede che nel disegno di Dio la vocazione di ogni persona umana va oltre i confini del tempo: ciascuno di noi esiste in vista della partecipazione alla stessa vita divina (cfr. Gv 10.10).

Esistere "per se stesso" non contraddice l’esistere "per la vita divina"? destinando l’uomo alla vita divina non lo sottrae definitivamente al suo esistere per se stesso? La risposta della fede a questa domanda – chiave sul senso della nostra vita è semplice e grandiosa. "Per la sua stessa genealogia, la persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, proprio partecipando alla Vita di Lui, esiste "per se stessa" e si realizza. Il contenuto di tale realizzazione è la pienezza della vita in Dio, quella di cui parla Cristo (cfr. Gv 6,37-40), che proprio per introdurci in essa ci ha redenti (cfr. Mt 10,45)" [Giovanni Paolo II, Lett. … cit. 9,6].

Quando parliamo di paternità-maternità, non dimentichiamo mai queste verità: quando viene nel mondo una nuova persona umana, nell’universo dell’essere è accaduto un atto d’amore di Dio che ha voluto che una nuova persona partecipasse della sua beatitudine. Ogni paternità-maternità trae origine da questa Paternità.

La venuta al mondo di una nuova persona umana esige la cooperazione dell’uomo e della donna. Quale cooperazione? Di che natura deve essere questa cooperazione? La risposta a questa domanda ci darà la visione completa della realtà della famiglia cristiana.

Se ogni paternità deriva dal Padre, solo la cooperazione umana che desidera, che vuole il figlio "per se stesso" è adeguata al suo Archetipo. Ed ancora, a ben riflettere, solo quando il desiderio del figlio si configura come l’attesa di un dono, egli è voluto "per se stesso". Al dono infatti non abbiamo nessun diritto; il dono implica un donatore che compie la donazione per gratuito amore; il dono implica che il donatario permanga sempre nella pura attesa del non-dovuto.

Il dono di cui stiamo parlando non è "qualcosa", ma "qualcuno": una persona umana considerata nel momento in cui viene all’esistenza. Quanto abbiamo detto prima si concretizza nel modo seguente. Al figlio non esiste nessun diritto; il Donatore è solo Dio Creatore che fa essere la persona "per se stessa"; i genitori possono solo cooperare a che la persona sia voluta anche da loro "per se stessa", mediante un atto di reciproco amore. L’unica risposta giusta alla domanda che il figlio rivolge ai genitori: "perché ci sono?", è la seguente: "perché ho amato tuo Padre/tua madre". "Occorre … che al volere di Dio si armonizzi quello dei genitori: in tal senso, essi devono volere la nuova creatura umana come la vuole il Creatore: per se stessa" [Giovanni Paolo II, Lett. … cit. 9,7]. La genealogia della persona può radicarsi solo in questo evento di amore-dono. È questa la ragione profonda per cui niente e nessuno può sostituire l’atto dell’amore coniugale in ordine a porre le condizioni del concepimento di una nuova persona.

Ne consegue che la cooperazione umana alla paternità divina può subire due squalificazioni; ambedue nascono dalla non consapevolezza che ogni persona umana "esiste per se stessa".

La prima squalifica può venire dalla riduzione della genealogia della persona alla biologia della generazione. Uno dei segni di questa riduzione è l’inflessibilità con cui si è proceduti nell’estensione dei procedimenti di procreazione artificiale a qualsiasi domanda di figlio, e nella ritornante mentalità eugenetica.

La seconda squalifica è più sottile e quindi più insidiosa. Essa consiste nella subordinazione della paternità-matenità alla logica del desiderio di auto-realizzazione dell’uomo e/o della donna. Il figlio è visto come ciò di cui l’uomo e la donna hanno bisogno per la loro felicità. È una sottile, spesso inconscia subordinazione della persona alle esigenze dell’altra. La cosa è tanto vera che ormai avanza l’affermazione del diritto del singolo, a prescindere dal fatto che sia sposato o non, ad avere il figlio.

La realtà della famiglia cristiana è ora disegnata davanti ai nostri cocchi in modo completo.

Essa è costituita dalla comunione interpersonale fra l’uomo e la donna poste in essere dall’atto di Cristo mediante il sacramento del matrimonio; ed è questa comunione l’unico luogo degno in cui la persona umana che viene dall’esistenza, è in verità voluta per se stessa.

Possiamo dire in sintesi che la realtà della famiglia cristiana è l’affermazione-riconoscimento della persona umana per se stessa: la persona degli sposi e la persona del figlio.

Si potrebbe a questo punto aggiungere una considerazione molto profonda. Poiché la persona è ciò che di più perfetto esista nell’intero universo; poiché la persona si realizza in verità nell’unità coll’altra persona causata dall’amore che si dona: si deve dire che la comunità coniugale-familiare è uno dei luoghi in cui la realtà raggiunge il suo vertice. Ma non voglio addentrarmi ulteriormente su questa linea di riflessione metafisica.

 

2. BUONA NOTIZIA PER IL TERZO MILLENNIO

La realtà della famiglia cristiana mi sembra che sia una "buona notizia" per il terzo millennio per due ragioni fondamentali. È tale, perché è buona notizia per ogni uomo e per ogni donna, e dunque anche per quelli del terzo millennio, che intendano sposarsi: è la prima ragione. È tale, cioè buona notizia, poi per la particolare condizione storica che stiamo vivendo all’inizio di questo terzo millennio: è la seconda ragione. Vorrei ora riflettere brevemente su ciascuna di esse.

2,1. Dal primo punto di vista il contenuto essenziale della "buona notizia" è esprimibile nel modo seguente: è donata all’uomo e alla donna la possibilità reale di amare, nella forma propria alla coniugalità. È importante capire bene che cosa significa "possibilità reale". La possibilità reale esprime che qualcosa è realizzabile. Per brevità riferiamoci alla possibilità che esista qualcosa in quanto "producibile" dalla nostra libertà. Possibilità reale equivale a capacità, potere della nostra libertà di far esistere qualcosa.

L’uomo e la donna hanno la capacità, il potere di costruire una vera comunione coniugale? Hanno la capacità di amarsi di vero amore coniugale?

Prima di rispondere faccio un’altra precisazione assai importante. Ho detto "vera": che cosa significa? che sto parlando non di una qualsiasi comunione/ amore coniugale, ma della comunione-amore coniugale che corrisponde perfettamente al desiderio del cuore di ogni uomo e donna che si sposano. Non posso ora sviluppare ulteriormente questa tematica. Presuppongo che sia quella comunione coniugale posta in essere dal dono di sé totale e definitivo. La domanda quindi è la seguente: l’uomo e la donna hanno la capacità, il potere di amarsi reciprocamente con un’auto-donazione totale e definitiva?

La "buona notizia" della famiglia cristiana consiste in questo: l’uomo e la donna hanno questa capacità poiché è loro donata dalla grazia redentiva di Cristo. La "buona notizia" notifica quindi due cose: il possesso da parte dell’uomo e della donna della capacità di amarsi coniugalmente; questa capacità non è posseduta in proprio dall’uomo e dalla donna, ma è un dono, una grazia dice il vocabolario cristiano.

In realtà sto parlando dell’avvenimento cristiano in quanto avvenimento che consiste nella redenzione dell’uomo; sto parlando del suo nucleo centrale. Ed infatti che cosa significa concretamente, realmente "redimere l’uomo"?

Deve significare qualcosa che riguarda la libertà dell’uomo in ultima analisi: non solo la sua sensibilità, la sua intelligenza. L’uomo se è redento, lo deve essere nella sua libertà. È stato S. Agostino a farci capire questo. È mediante la sua libertà infatti che l’uomo genera se stesso; che ciascuno diventa in un certo senso padre e madre di se stesso "Nasciamo anche attraverso una scelta; /nasciamo allora dal di dentro,/ e non nasciamo di colpo, ma come pezzetto per pezzetto…/ allora non tanto nasciamo, quanto piuttosto diveniamo" [K. Woitila, Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, pag. 929].

Da che cosa noi comprendiamo che abbiamo bisogno di essere salvati nella nostra libertà? Dal fatto che conosciamo la verità del bene circa se stessi e poi facciamo il male ["vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male"]. Dal fatto che colla scelta libera neghiamo ciò che abbiamo affermato colla nostra ragione; dal fatto che ci troviamo prigionieri della peggiore contraddizione, quella della libertà che contraddice la verità di se stessi.

E quale è la verità fondamentale sul bene, su ciò che è il bene dell’uomo? Sono costretto in questo contesto a saltare tutti i passaggi che la riflessione deve fare e giungo subito alla conclusione. È di essere un "bene comune": solo l’affermazione pratica di ogni altra persona per se stessa rende possibile la realizzazione di se stessi. E questa è la definizione dell’amore. "La nascita ha inizio da un’unione e a un’unione tende. In questo sta l’amore" [ibid.]. Cioè: la persona nasce nella pienezza del suo essere quando afferma praticamente, persegue cioè il proprio bene mediante l’affermazione del bene di ogni altro ["la nascita ha inizio da un’unione": l’auto-compimento non è possibile senza l’affermazione di ogni altro per se stesso]. La persona tende alla propria realizzazione nella misura in cui tende a questa comunione. Una delle forme fondamentali di questa comunione è la coniugalità e quindi la famiglia.

La redenzione dell’uomo consiste allora concretamente nella liberazione della libertà dall’egoismo ["il mio bene è diverso, estraneo, contrario al bene dell’altro": questa è la definizione di egoismo], e nella sua capacità ad amare. In termini teologici: la redenzione dell’uomo consiste nel dono dello Spirito Santo, il quale eleva la nostra libertà mediante la virtù teologale della carità. "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa veramente. E perciò appunto – come è stato già detto – Cristo redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso… In questa dimensione l’uomo ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptor hominis 10,1; EE/8,28].

La "buona notizia" che la famiglia cristiana trasmette col suo stesso esserci è precisamente questa: nell’atto redentivo di Cristo la persona umana è stata "ri-creata", perché resa capace di amare. La famiglia cristiana ha come sorgente ultima e continuativamente zampillante l’atto redentivo di Cristo, cioè –come ho già detto – il sacramento permanente del matrimonio.

2,2. E’ una "buona notizia" per il terzo millennio. Qui la riflessione entra in un ambito più complesso, ed anche più opinabile.

Sembra che parlare di "buona notizia" per il terzo millennio non possa più corrispondere alla realtà, a causa della condizione in cui versa il destinatario.

La "buona notizia" di cui oggi stiamo parlando è per molti incomprensibile; o meglio: non è più "ricevibile" da molti, all’inizio del terzo millennio. Voglio spiegare colla maggiore precisione possibile questa gravissima affermazione, anche se cercherò di farlo nel modo più breve possibile.

La prima ragione è che la cultura in cui viviamo, la visione dell’uomo che ci è come imposta ha totalmente privato di ogni serietà l’esercizio della nostra libertà: l’esercizio della nostra libertà non costituisce più il "caso serio" della vita.

Se noi facciamo un po’ di attenzione a noi stessi, vediamo che la serietà della nostra libertà si rivela nella scelta: se tutto è in-differente; se non c’è più una ragione per cui valga la pena scegliere A piuttosto che B, le nostre scelte sono tutte insignificanti. Hanno il solo senso di essere mosse dai nostri gusti: la libertà si è ridotta a mera spontaneità [che anche gli animali hanno!].

Detto in termini più rigorosi. Se nego che esista una verità universalmente valida su ciò che è bene/male per l’uomo, tutto il dramma dell’agire libero, cioè della esistenza umana, è evacuato. Che senso ha allora parlare di "redenzione della libertà umana"? nessuno. La cultura odierna infatti ha fatto coincidere la propria liberazione [dal "mio" bene] colla propria schiavitù [ai propri gusti].

La "buona notizia" può essere ammessa certo nel mercato delle opinioni: ciascuno segua i propri gusti. Cristo è morto per una sua propria opinione sull’uomo!

Qualcuno potrebbe anche dire, a questo punto: "non vedo che cosa ci sia di tanto tragico in tutto questo; in fondo ciascuno è "libero" di fare ciò che vuole". A dire il vero, prima o poi tutti fanno però un’aggiunta che sembra innocua nella sua ovvietà: "purché si rispettino le regole della convivenza!". E qui entriamo nella seconda ragione dell’affermazione da cui ho preso inizio.

Nessuno è così cieco da non vedere l’inevitabilità della convivenza con altre persone umane. Ma di che natura è questa convivenza? Non esistendo un bene comune umano, non potrà che essere la coesistenza di tanti soggetti individuali alla ricerca del proprio benessere (materiale). Come è regolamentata? donde vengono legittimate le regole della coesistenza?

Ma perché il discorso non sembri troppo lontano dal nostro tema, qui noi troviamo la ragione della progressiva nobilitazione della convivenza more uxorio nella coscienza dei nostri giovani. L’incontro uomo-donna [come ogni forma di socialità] può essere realizzato nella forma di una contrattazione fra due opposti egoismi, sulla base del presupposto che alla fine ci deve essere parità fra il dare e l’avere…

La famiglia cristiana non può essere udita come una "buona notizia", perché semplicemente l’uomo non ha bisogno di nessuna buona notizia su se stesso. Anzi non esiste una "buona notizia" nel senso cristiano del termine.

Questo è tutto? Assolutamente no. Anzi, in un certo senso questa è la superficie della questione.

Questa visione dell’uomo fondata sul relativismo metafisico, sul cinismo morale, sull’individualismo asociale, che ci viene in un certo senso imposta dai grandi mezzi della produzione del consenso sociale, è una vera e propria violenza fatta all’uomo: la peggiore di tutte. Ora la verità non si lascia confutare: niente e nessuno può cambiare il cuore dell’uomo. L’immagine di Dio impressa dalle mani creatrici del Signore è incancellabile. "L’uomo assomiglia a Dio non soltanto grazia alla natura spirituale della sua anima immortale, ma anche grazia alla sua natura sociale, se intendiamo quest’ultima come caratteristica della persona che "non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" [K. Woitila, Alle fonti del rinnovamento, LEV 1981, pag. 57].

La "buona notizia" che è la famiglia cristiana è ascoltato dall’uomo vero: dall’uomo che ascolta le ragioni del suo cuore. Dall’uomo cioè che non permette alla cultura relativista, cinica ed individualista in cui viviamo, di evacuare la grandezza della sua dignità e di abbassare la misura della suo valore.

Nella prospettiva più profonda, vivendo in pienezza il proprio matrimonio si annuncia una buona notizia da almeno due punti di vista. Si aiuta l’uomo a riscoprire la verità più profonda su se stesso: l’unica creatura che non può ritrovarsi pienamente se non nel dono sincero di sé [cfr. Cost. past. Gaudium et spes 24, ; EV1/ ]. Si mostra nei fatti che è realmente possibile ritrovare se stessi nel dono di sé; e che la liberazione della libertà è accaduta, perché essere liberi solo per se è l’inferno.

La conferma semplice ma grande che in profondità le cose stanno proprio così l’abbiamo dal cambiamento che si comincia ad intravedere oggi nei giovani che attendono ai corsi di preparazione al matrimonio. Nella loro pressoché totale ignoranza persino dell’alfabeto cristiano, nella loro umanità desertificata dal vento del relativismo cinico e individualismo, sentono la "buona notizia" al contempo come una sorgente di cui non sospettavano più l’esistenza e nello stesso tempo di cui sentivano un bisogno struggente.

Certamente questo non è tutto: ma è la "buona notizia" che ridiventa percepibile e persuasiva.

 

Conclusione

Voglio brevemente concludere con due telegrafiche osservazioni.

La prima. È ovvio che per dirsi, la "buona notizia" ha bisogno anche di realizzarsi nella libertà degli sposi cristiani. La comunione con Cristo redentore attraverso i sacramenti e nella preghiera è la condizione fondamentale.

La seconda. La "buona notizia" ha bisogno di un riconoscimento pubblico, nel senso che non si può socialmente equiparare "relazione coniugale-genitoriale" con altre relazioni sociali [per es. libera convivenza]. Ma questo apre un’altra riflessione, quella sociale-politica sul matrimonio e la famiglia.