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L'alleanza educativa tra Chiesa e famiglia: difficoltà e possibilità
Incontro con i genitori dei cresimandi
30 marzo e 6 aprile 2003

Questo incontro è carico di grande significato. Per molte ragioni. Esso esprime un atto di fiducia da parte vostra nei confronti della Chiesa, avendole affidato i vostri figli durante un segmento assai importante della loro vita. Anche quando, per ragioni che dimorano nella sfera più inviolabile di ogni persona, la vostra coscienza morale cioè, da parte vostra una totale fiducia nella Chiesa non è più condivisa. Ma da parte della Chiesa vi è una profonda preoccupazione che semplicemente posso esprimere nel modo seguente: quanti di questi ragazzi che dalle prossime domeniche cominceranno a ricevere la S. Cresima, continueranno il loro rapporto colla Chiesa? E quindi la Chiesa oggi di fronte a voi pone a se stessa domande drammatiche: la Chiesa è diventata incapace di fare una proposta significativa per l’uomo che entra nella giovinezza? Oppure la famiglia dà credito alla Chiesa solo per un tratto di vita umana? Questo incontro personalmente lo sento carico di tutte questa domande.

Nello sforzo che andiamo facendo di ricostruire con voi una "alleanza educativa" che accompagni l’uomo fino alla maturità; convinti come siamo che ben poco noi Chiesa possiamo senza e ancor meno contro di voi, penso sia necessario che vi dica onestamente e chiaramente quali sono i punti essenziali del progetto educativo cristiano; che cerchi di capire quali sono le difficoltà che si oppongono oggi a questo progetto da parte dei genitori; che vi esponga le ragioni per cui queste ragioni non sono tali da indurvi a rompere la vostra alleanza educativa colla Chiesa.

1. Il progetto educativo cristiano.

Comincio col dirvi in maniera molto sintetica che cosa intende la Chiesa per "educazione della persona", così che voi sappiate quale proposta di vita essa fa ai vostri figli da voi ad essa affidati.

Educare una persona significa introdurla nella realtà; introdurla nella realtà significa offrirle una chiave interpretativa della stessa, così che l’intelligenza sappia capire la realtà in cui la persona vive, la volontà sia capace di risposte libere buone cioè adeguate al valore obiettivo della realtà conosciute, e la persona nella sua interezza si realizzi nell’armonioso possesso dei beni umani. Mi fermo un momento perché la necessità di essere brevi non oscuri il pensiero.

Ho parlato di "realtà". Date a questa parola il significato più ampio possibile: è quell’universo dell’essere dentro al quale noi entriamo col nostro concepimento, ci restiamo fino alla nostra morte e dentro al quale ci muoviamo. Sono le cose; sono le persone; è il Mistero fondante ed originante. Sono i rapporti con gli altri che costituiscono la vita associata; sono i rapporti con se stessi; sono i rapporti con Dio. La realtà sono tutte le esperienze quotidiane che tessono la trama della nostra vita.

Dentro alla realtà, nei confronti della realtà, la persona umana ha tre bisogni fondamentali, non soddisfacendo i quali la sua umanità ne è irrimediabilmente compromessa: il bisogno di vivere; il bisogno di capire; il bisogno di amare ed essere amato. Non prendiamo il primo bisogno in senso solo biologico. Vivere per la persona umana denota un’esperienza molto diversa che il vivere della pianta e dell’animale: non il vivere, ma l’essere in possesso di ragioni per cui vale la pena vivere. Per cui alla fine i tre bisogni sono uno solo: bisogno di vivere una vita buona, cioè sensata e non priva di senso.

Educare significa introdurre nella realtà, introdurre nella realtà significa proporre alla persona un "progetto di vita" che è l’unica risposta vera al bisogno che la persona ha di vivere una vita buona, cioè sensata e non priva di senso.

La Chiesa quando riceve, per così dire in consegna, la persona dei vostri figli, lo fa per educarli. Come? cristianamente. Cosa significa? Proporre a loro quel "progetto di vita" che si concretizza nella sequela di Cristo. Usando una formula sintetica potrei dire: "il progetto di vita" che è Gesù Cristo. Più analiticamente. La persona viene condotta a comprendere la realtà in Cristo, alla luce della fede in Lui; ad amare la realtà in Cristo, come Lui ha amato. In una parola: le viene proposto di vivere in Cristo, come Cristo, per Cristo.

Ho usato due volte la stessa parola "proporre". Devo spiegarla perché è una parola-chiave. "Proporre" non significa semplicemente "insegnare", perché l’educazione non significa solo istruzione. Non significa "imporre", perché l’educazione ha come suo destinatario la persona che è un soggetto libero. Non significa "neutralità" nei confronti di qualsiasi progetto di vita, perché l’educatore propone un progetto di vita in quanto ha la certezza, sulla base della propria esperienza, che è l’unica risposta vera ai bisogni dell’uomo. Chi è "neutrale" educa alla schiavitù; chi propone un progetto educativo senza intima convinzione della verità di ciò che propone, è un imbroglione della peggior lega.

Pure con tutte le difficoltà e le povertà che abbiamo, quando ci affidate vostro figlio, sappiate che noi cercheremo di educarlo in questo modo: cristianamente. Nel senso preciso sopra spiegato.

2. Sed contra: le difficoltà al progetto cristiano.

Pur avendo una sostanziale fiducia nella Chiesa, altrimenti non sareste a questo incontro, probabilmente avete perplessità o difficoltà o perfino dubbi nei confronti dell’opera educativa della Chiesa, il cui paradigma fondamentale è quello sopra esposto.

Per il grande rispetto che la Chiesa ha del vostro fondamentale diritto all’educazione, ho ritenuto e ritengo mio dovere fondamentale prendere in seria considerazione le vostre perplessità, difficoltà e dubbi. E questo significa in primo luogo averle ben presenti, esserne consapevole. Forse è anche un aiuto dato a voi per affrontarle serenamente.

Penso che ogni persona oggi chiamata a responsabilità educative sia pregiudizialmente come "bloccata" sul nastro di partenza del suo impegno, da una radicale incertezza. Sto parlando di noi adulti, ovviamente: non siamo più certi di niente. Si stanno perfino oscurando le evidenze originarie. Un sociologo contemporaneo, Z. Bauman, descrive assai bene la nostra condizione usando la metafora del turista: "il turista va per il mondo perché si annoia, perché a casa sua non succede mai niente e quello che succede è risaputo e prevedibile…. Il turista sta fuori casa perché lo vuole. E lo vuole perché, considerata la natura del mondo dove gli tocca vivere, ha visto il viaggio come la migliore strategia vitale" [Il disagio della postmodernità, ed. Bruno Mondadori, Milano 2002, pag. 102]. È una condizione di spaesamento, di sradicamento, di infondatezza che tutti viviamo. Ne deriva un certo malessere nei confronti di chi, come la Chiesa, afferma di possedere le certezze supreme circa i bisogni umani fondamentali; di chi ha una proposta educativa precisa; di chi rifiuta la coincidenza fra neutralità nei confronti di qualsiasi visione del mondo e possibilità di educare alla libertà. Forse si sta scavando un fossato sempre più profondo fra famiglie e Chiesa a causa di questa temperie spirituale in cui tutti ci muoviamo.

A questa prima e spesso non facilmente decifrabile difficoltà si aggiunge una seconda difficoltà e dubbio nei confronti della Chiesa. Viene posta la domanda: la Chiesa è ancora capace di educare a vivere dentro un mondo sempre più caratterizzato dal pluralismo? Oppure l’appartenenza ad una "fede forte" non rende intolleranti? Ci troviamo dentro ad un nodo centrale del nostro vivere associato, sul quale non possiamo più simulare. Mi spiego. Le nostre società europee si fondano sempre più sulla separazione che ogni cittadino è chiamato a tracciare dentro di sé, fra la sua visione personale della vita e l’appartenenza alla società: fra il suo "privato" e il "pubblico". Detto in maniera un po’ grezza, l’imperativo è il seguente: ciascuno si tenga per sé le proprie "credenze" e tutti rispettino le regole comuni. Non posso per ora approfondire come meriterebbe questo tema. Che esso crei difficoltà quanto meno all’alleanza educativa fra Chiesa e famiglie è dimostrato da un fatto molto chiaro: tutti applaudono il Papa quando insegna ciò che tutti già condividono; molti lo rifiutano come magistero insignificante quando va contro la corrente del "comune sentire sociale". La Chiesa non accetta nella sua proposta educativa che l’uomo "privato" si divida dall’uomo "pubblico", perché la sua proposta educativa parte esattamente dal presupposto che la persona è un tutto unitario.

A questa seconda difficoltà si aggiunge una terza difficoltà che può insidiare l’alleanza educativa fra la Chiesa e le famiglie: dal punto di vista pratico potrebbe esser quella praticamente più deleteria. È la costruzione di una sorta di "compromesso educativo" più o meno cosciente, più o meno intenzionale. Non prendendo seriamente di petto le due difficoltà precedenti o ritenendole di fatto insuperabili, si cerca un punto di incontro quasi a metà strada, da parte della Chiesa e delle famiglie.

Mi spiego. Da una parte la famiglia accetta di considerare ancora la società in cui viviamo una "società cristiana", dove resta socialmente significativo il compiere certi riti cristiani, quali per esempio la Cresima. Dall’altra parte la Chiesa accetta di fare una proposta educativa limitata alla trasmissione di alcuni valori comunemente condivisi: la pace, solidarietà, il rispetto della natura, la tolleranza, e così via. La Chiesa si auto-riduce ad essere agenzia di formazione del costume sociale. La conseguenza è che da una parte non si vede più la necessità per le famiglie di stringere colla Chiesa un patto educativo di lunga durata: dopo la Cresima, non si insiste più che il ragazzo "frequenti". Dall’altra , la comunità cristiana rischia di ridursi ad una supporto sempre sostituibile nella coscienza del ragazzo e del giovane: estinta la novità cristiana, non c’è ragione vera di preferire la Chiesa ad altre agenzie educative.

Ho voluto esporre tre delle principali cause che sembrano oggi mettere in questione o comunque rendere difficoltosa l’alleanza educativa tra Chiesa e famiglia.

3. Un patto da conservare e rifondare.

Dobbiamo rassegnarci? La rassegnazione tradirebbe un desiderio profondo sia vostro sia della Chiesa: quello del bene maggiore dei vostri figli. Ma è pure vero che qualcosa si è "rotto" nel rapporto Chiesa-famiglia e che è necessario ri-fondare un patto educativo nuovo. La giornata attuale ha precisamente questo significato.

Una premessa. La rifondazione di cui stiamo parlando non può avvenire che sulla base della libertà dei due contraenti, la famiglia e la Chiesa. La cosa non deve essere data per scontata. Libertà da parte della famiglia significa che la decisione di chiedere per il proprio figlio la Cresima non può essere motivata solamente dalla fedeltà ad un costume sociale. La libertà si esprime in decisioni consapevoli. Certamente non si richiede una conoscenza teologica completa del sacramento, ma il sapere che cosa la Chiesa intende e vuole quando celebra il sacramento della Cresima. In una parola: senza la consapevole partecipazione vostra all’impegno educativo della Chiesa, esso (impegno) è destinato in larga misura a fallire.

Ma c’è anche un’esigenza di libertà da parte della Chiesa. Significa che la proposta educativa cristiana non può essere misurata dal metro dei gusti, delle "esigenze" dei singoli. La proposta educativa cristiana è una dimensione, un aspetto della fede cristiana, la quale non può essere accettata "in parte sì e in parte no". È questa una grave responsabilità che grava in primo luogo su noi pastori.

La rifondazione del patto educativo tuttavia è qualcosa di più profondo. Vorrei aiutarvi a capire questa profondità con alcune domande. Ogni proposta educativa esige una ragionata risposta alla seguente domanda: quale è il (vero) bene della persona umana? quando essa raggiunge la sua realizzazione? Sono sicuro che nel vostro cuore e nella vostra mente questa domanda è sempre presente: non è forse essa la radice di tutto il vostro impegno per i vostri figli? Non è una banalità il dire: ciò che un genitore vuole per il proprio figlio è il suo (del figlio) bene. Ma quale è il bene della persona umana? È ovvio che il "bene della persona" è composto da tanti beni: del corpo (la salute), della psiche (l’equilibrio), dello spirito (istruzione…). Ma è ugualmente ovvio che tutti i beni devono com-porsi in una unità, integrandosi l’uno nell’altro secondo una gerarchia di valori. Ed allora ecco la seconda domanda: quale è il bene più importante che voi volete per i vostri figli? Che cosa "vi preme maggiormente" nei loro riguardi? Siamo arrivati al nodo centrale di tutto il discorso.

Rifondare un patto educativo famiglia-Chiesa significa dare la stessa risposta all’ultima domanda. Se ciò che "preme maggiormente" a voi genitori è lo stesso di ciò che "preme maggiormente" alla Chiesa, il patto educativo è rifondato. Fare chiarezza in voi e in noi è oggi assolutamente necessario.

Conclusione

Termino riprendendo una riflessione fatta all’inizio. Tutta la riflessione precedente non avrebbe nessuna efficacia senza un credito di fiducia fatto da voi alla Chiesa. Lo meritiamo? io penso che abbiamo i titoli per meritarlo. Quali? Duemila anni di "esperienza di umanità"; un grande amore verso l’uomo nutrito nella Chiesa dalla fede nel mistero centrale del cristianesimo: Dio è si fatto uomo per amore dell’uomo, per salvare l’uomo. Ogni uomo e tutto l’uomo.