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Riflessioni brevi in margine all’opera di don L. Paliotto
Giovanni Fontana, Vescovo di Ferrara (1590-1611)
Ferrara, San Girolamo dei Gesuati, 27 settembre 2002

La vita di ogni persona è sempre un mistero perché noi di essa vediamo solo la superficie: ciò che di essa decide, ci sfugge completamente.

E’ però anche ugualmente vero che la persona si esprime nei suoi atti. E se ci è impedito di giudicare, non ci è però precluso di conoscere mediante essi quell’intima sorgente da cui gli atti provengono. E’, io credo, l’intima tensione che percorre l’opera dello storico: non fermarsi alla elencazione dei fatti, ma darne un’interpretazione.

Quanto detto acquista una particolare intensità quando si traccia il profilo storico di un episcopato. Particolare intensità per due ragioni connesse fra loro. Il mistero episcopale è il "punto" centrale in cui si incrociano e il mistero dell’opera del Padre a salvezza di un popolo e il mistero della risposta umana all’opera di Dio. Inoltre, l’interpretazione di un ministero episcopale è interpretazione di un "segmento" della storia della salvezza, che è categoria teologica e non propriamente scientifica.

Ho pensato a tutto questo mentre leggevo l’opera di L. Paliotto: chi è stato veramente il Fontana? Quale è il significato del suo servizio episcopale in questa Chiesa incamminata verso il giudizio di Cristo? Vorrei tentare una sintetica risposta a queste due domande, iniziando dalla seconda.

Chi mi ha preceduto ha già dato una risposta, partendo da una prospettiva impreteribile. Vorrei aggiungere qualcosa.

Forse il significato di questo episcopato è stato generato dalla consapevolezza appresa dal Fontana alla Scuola di S. Carlo, che l’unica vera riforma della Chiesa è la santità, poiché è solo la santità che lascia trasparire la vita di Cristo nel suo Corpo mistico. Questa consapevolezza si traduce – ed è questo, mi sembra, il limite di questo episcopato - in un rigore legislativo e governativo, che denota forse un distacco, certamente non voluto ma effettivo, dalla grande esperienza carolingia. Bisognerebbe studiare il rapporto spirituale, di spirito a spirito, fra S. Carlo ed il Fontana, quando questi era già a Ferrara. L’affetto commovente verso il maestro e padre non ha forse generato un episcopato libero da una imitazione troppo letterale.

Ma c’è qualcosa di grande ed oserei dire di drammatico in questo episcopato: esso significa finalmente l’ingresso in questa Chiesa della grande riforma tridentina. Fu un episcopato di grandi sofferenze, perché si trovò di fronte all’opposizione di tutti. Ma il Fontana fu sempre guidato dalla consapevolezza di un compito da compiere, di un dovere da eseguire: mi richiama alla fine il suo amico Federico Borromeo. Se non temessi di essere frainteso, direi che in questo si rivela una coscienza più amorosamente costretta dal senso del dovere che liberamente legata ad un amore che non ti dà pace: Teresa d’Avila era morta nel 1582.

Ho già cominciato a rispondere omai alla prima domanda: chi è stato veramente il Fontana? Alla vera grandezza dell’uomo di governo mancò la sapienza che sa muoversi "per altissimas causas". Egli fu un servitore fedele, retto e minuzioso del suo Signore. La sua vera grandezza è stata nella fedeltà ad un dovere che egli sentiva essere il suo dovere fondamentale: la riforma di questa Chiesa. Egli derivava la sua rigorosa auto-coscienza dal suo passare ogni giorno molte ore davanti all’immagine del Crocefisso "in effundendis precibus vel sola mente conceptis, vel verbo expressis summa animi demissione" [cfr. pag. 448].

Alla fine sottoscrivo il giudizio finale dello storico: "un Vescovo non comune per quella stagione della Chiesa."