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FIGLI PER VOCAZIONE
Incontro giovanile
Fidenza 22 novembre 2003

La riflessione che volete fare oggi riguarda un aspetto centrale della vostra vita, non una dimensione marginale: ne dipende in larga misura la vostra felicità.

Io cercherò di condurvi dentro di esso, per così dire, come a piccoli passi, volendo aiutarvi a prendere coscienza di un bisogno e di una esperienza che avete e che fate in un certo senso continuamente.

1. Iniziamo dal liberarci di una convinzione oggi molto diffusa nella cultura in cui viviamo, e che quindi se non facciamo attenzione finiamo anche noi per condividere. Quale convinzione? La convinzione che per essere veramente liberi non dobbiamo dipendere da nessuno; non dobbiamo aver bisogno di ricorrere a nessuno; siamo noi in possesso di tutto ciò che ci serve per realizzare i nostri desideri.

Questa condizione "ideale" [fra poco dirò perché la qualifico come "ideale"] viene oggi normalmente indicata dalla parola "autonomia", che è il contrario di "appartenenza" e/o "dipendenza". Ho parlato di "condizione ideale". Perché? Perché di fatto una tale condizione come l’ho descritta sopra non esiste mai o quasi mai. Ma comunque essa ci viene proposta come una meta [un "ideale" appunto] a cui quanto meno aspirare e … sospirare.

Questa convinzione - vera libertà = autonomia = non appartenenza – è macroscopicamente contraddetta in una delle più grandi esperienze che una persona umana possa vivere, una delle poche esperienze vivendo la quale, la persona prova una gioia, un gaudio indescrivibile: l’esperienza dell’amore.

Provate a pensare per un momento: che cosa accade quando una persona, un ragazzo comincia ad amare una ragazza? Desidera, vuole appartenerle ed esclusivamente, così come desidera, vuole che l’altro/a gli/le appartenga. "Infatti amare vuol dire coscienza di appartenere. Tant’è vero che originalmente ogni affezione è tentativo di appartenere o, meglio, pretesa di appartenere, anzi, pretesa di far appartenere a sé, cioè di impossessi svelando così l’equivoco delle cose" [L. Giussani, Affezione e dimora, BUR, Milano 2003, pag. 135-136].

Vedete che la più grande esperienza di libertà, quella di amare una persona, coincide colla più grande esperienza di appartenenza. La formula dell’Alleanza, se vi ricordate, fra Dio e il suo popolo è una formula di appartenenza: "Io sono il tuo Dio – tu sei il mio popolo".

2. Ed ora facciamo un altro passo avanti nello scavo di questa singolare esperienza e condizione umana: libertà = appartenenza. È questo, che ci accingiamo a fare, un affondo non facile: vi prego di prestare molta attenzione.

Ho letto recentemente in una pubblicazione scientifica la seguente riflessione.

Vi ricordate i versi con cui comincia la Divina Commedia: "nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/chè la diritta via era smarrita". Immaginate ora di entrare in una grotta dove lungo i millenni l’acqua ha formato, come produce stalattiti e stalagmiti, per caso una serie di lettere disposte in modo tale che sono i primi versi della Divina Commedia. Ebbene una sola cellula di un organismo monocellulare vivente ha in sé più informazioni che l’intera Divina Commedia. Così quella pubblicazione.

Abbiamo ancora la possibilità ragionevole di pronunciare quella strana parola "caso" per spiegare l’origine della vita?

Lasciamo per ora senza considerazione quella parola che ho chiamato "caso" perché quasi senza volere ne ho pronunciata un’altra: origine. Questa è una parola dal significato immenso. Quando soprattutto la pronunciamo su noi stessi e per noi stessi, un turbinio di domande si accavalla dentro la nostra coscienza: donde ho avuto origine? sono stato originato dal casuale [ritorna la …strana parola] incrociarsi di fortuite probabilità? alla mia origine c’è "qualcosa" o "qualcuno"?

Sono sicuro che formulando queste domande voi avete pensato ai vostri genitori. È giusto ovviamente che sia così. Ma non è la risposta. I vostri genitori volevano un bambino/a; non volevano proprio te. Fate molta attenzione, perché siamo arrivati al nodo di tutte le questioni. Non potevano volere proprio te: non ti conoscevano; non esistevi ancora. Quando sei nato allora ti hanno visto: hanno visto che eri proprio TU e ti hanno accolto. Riflettete bene su questo punto: non c’era nessuna ragione perché quel bambino o bambina concepito e generato dai tuoi genitori fossi proprio TU. Era solo necessario che tu fossi una persona umana: nulla di meno e nulla di più.

Ritorna la domanda: chi/che cosa mi ha voluto? Perché esisto io? Riprendiamo ora la … strana parola: è stato un caso. Il che equivale a dire: è per caso che io esisto; la mia esistenza è puramente casuale. Casuale significa senza ragioni, cioè priva di senso. Sono venuto all’esistenza per caso; non c’è alcuna ragione che spieghi il mio esserci; di conseguenza morirò alla fine per caso.

3. Sono sicuro che dentro di voi questa risposta non vi convince: voi sentite che possedete una ragione per esserci. Ed allora? All’origine del vostro esserci deve esserci stato la decisione di Qualcuno che vi ha voluto, vi ha scelti, anzi pre-scelti: che ha detto ""Tu" devi esistere".

Ascoltate quanto scrive il profeta Geremia di se stesso: "Mi fu rivolta la parola del Signore: prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni" [Ger 1,5]. Carissimi ragazzi, questo significa dire: Dio mi ha creato.

Ho usato la parola "scelti – pre-scelti": l’atto creativo coincide con un atto di preferenza, perché ciascuno di noi è stato voluto a preferenza di infiniti altri possibili. Nei vostri lavori di gruppo riflettete lungamente su questo: è la verità più profonda circa noi stessi.

Ed ora possiamo approfondire questo punto, ritornando a quel tema dell’appartenenza che avevamo abbandonato poc’anzi.

4. Non è difficile capire che la mia esistenza, la mia vita, il mio esserci è totalmente dipendente da chi mi ha creato; gli appartengo completamente. Ora potete capire bene, spero, che cosa veramente significa appartenenza.

Quello che siamo lo dobbiamo al Signore Iddio nostro creatore: appartenere a Lui coincide col nostro esserci. Siamo stati scelti e voluti da Lui e perciò il nostro esserci è appartenere a Lui: "io sono tuo e Tu sei il mio Dio e creatore". Voglio aiutarvi con un esempio. La luminosità dell’aria dipende dal sole, dalla luce del sole; quando il sole tramonta diventa buia, perché da sé non può essere luminosa. Così ciascuno di noi esiste, vive perché è fatto esistere, vivere dal suo Signore e Creatore. Il s. Padre Giovanni Paolo II ha espresso stupendamente questa verità nella sua poesia: ""In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo"/– dice Paolo all’Areopago d’Atene – Chi è Costui?/ Come se fosse l’ineffabile spazio che avvolge tutto - /Lui il Creatore:/ Domina ogni cosa, traendo l’esistenza dal nulla, / e non soltanto in Principio, ma di continuo./"[Trittico romano, LEV, 2003 pag. 19].

Ma per che cosa ci ha voluto? come ha voluto che noi fossimo? Ovviamente solo Lui poteva rispondere a questa domanda. E lo ha fatto: ci ha voluti perché fossimo come Cristo, figli nel Figlio; ha voluto che noi fossimo come Cristo. È Cristo il senso ultimo della nostra vita. Ognuno di noi è stato voluto perché incontrasse Cristo: nell’incontro con Cristo ciascuno di noi realizza a pieno il senso della sua vita.

"Dio si rivolge alla creatura che è niente e le dice: Io ho pietà che tu sia niente, ti amo, cioè ti scelgo e perciò ti do l’essere, ti do la vita …. Essere scelti vuol dire essere fatti: questa è la preferenza suprema, questo link con Mistero" [L. Giussani, "Tu" (o dell’amicizia), BUR, Milano 1997, pag. 102-103]. Ed essere fatti per incontrare Cristo e vivere in Lui come Lui.

5. Siamo giunti all’ultima riflessione, quella più drammatica. Quando Dio ci crea con quell’intenzione, quell’idea su di noi che vi ho appena detto, non sta creando delle cose che necessariamente eseguano il suo piano. Crea delle persone che liberamente mettano in atto il suo progetto.

Ma, fate bene attenzione, che cosa significa "liberamente"? non significa che Egli è indifferente a che tu scelga un modo di vivere, piuttosto che un altro; non significa che per te è indifferente che tu viva in un modo piuttosto che in un altro. All’incontro con Cristo, all’avvenimento della sua presenza nella tua vita esiste una sola alternativa: il niente, il vuoto di senso. Non esiste un modo di essere alternativo a quello pensato dal Padre per ciascuno di noi: se noi cerchiamo di realizzarne un altro, siamo perduti. Ed allora cosa vuol dire "liberamente"? vuol dire aderire per amore a questo progetto; abbandonarsi ad esso. Un grande poeta francese ha scritto: "perché affannarsi tanto, quando è così semplice obbedire?" [P. Claudel]. Ecco, abbiamo terminato: appartenenza, vocazione-scelta, incontro con Cristo, obbedienza, libertà connotano la nostra vera condizione umana sottolineandone una dimensione piuttosto che un’altra. Ma ciascuna è legata all’altra.

Carissimi ragazzi, abbiamo riflettuto su cose grandissime: sulla verità più profonda del nostro essere. Ciascuno di noi nasce veramente con un io, un soggetto libero, quando si vede fatto da un Altro e destinato ad un Altro: a Cristo.