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PAURA DELLA REALTÀ? LA CRISI DELL’EDUCAZIONE

Intervento all’incontro "Ragazzi del ‘99"
Ferrara, Istituto "Marco Polo"
19-11-99

Ho letto con un interesse che andava via via crescendo il libro "RAGAZZI DEL ‘99" per una duplice serie di ragioni, le une attinenti all’interpretazione dell’esistenza che queste pagine propongono e le altre attinenti all’esperienza scolastica. Vorrei dire qualcosa, brevemente, su ambedue questi ordini di ragioni.

1. "Si racconta che Michelangelo, quando gli arrivava un pezzo di marmo, lo toccava, lo accarezzava da tutte le parti. Voleva sentire quasi fisicamente le possibilità di forma che da esso sarebbero emerse. Il valore del sasso era stimato valutando ciò che esso sarebbe potuto diventare. E’ interessante notare che in questo modo il grande filosofo ebreo Filone di Alessandria giudicava anche la vera conoscenza di un uomo: secondo ciò che egli sarebbe potuto diventare" (J. Polakova, le possibilità della trescendenza, LIPA ed., Roma 1999, pag. 5). La conoscenza ultima dell’uomo, la misura della stima che hai dipende in fondo dalla domanda sul suo destino, su "a che cosa egli è destinato". Ma, come Kierkegaard non si stanca mai di ricordarci, interrogarci sul destino umano equivale a chiederci sul "davanti, di fronte a chi" l’uomo si pone: la misura della grandezza è data dalla misura della Presenza di fronte alla quale egli si trova o si pone. Tutte queste parole – destino, presenza, grandezza – costituiscono la trama del libro: una trama che narra quindi una storia drammatica, perché vera.

Ho detto "drammatica", non "tragica", non "comica". Perché? ma perché l’inevitabile scansione delle domande finora poste: a che cosa è destinato l’uomo – di fronte a quale Presenza egli si trova o si pone – quale è la misura della sua grandezza, può ben ricevere risposte contrastanti.

Scrive Aristotele: "Sarebbe assurdo pensare che la politica o la saggezza siano le forme più alte di conoscenza, a meno di non pensare che l’uomo sia la realtà di maggior valore nel cosmo … Di fatto ci sono realtà di natura ben più divina dell’uomo, come ad esempio, i corpi celesti di cui è costituito il cosmo" [Etica a Nicomaco, VI 7,1141 a-b]. E’ la posizione pagana: l’uomo è di fronte all’universo, e da questo confronto ne esce soccombente, poiché egli, nella sua mortale corruttibilità, è destinato a perire. E’ questo il destino dell’uomo? è questa la Presenza di fronte alla quale egli è posto e quindi deve porsi? è questa la misura della sua grandezza, cioè quella di un frammento del tutto? ["quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto con il cosmo … non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica": Platone, Leggi, X, 903c]. C’è stato un uomo che ha affermato con totale convinzione che questo è il destino dell’uomo, Leopardi, ed a questo destino ha detto "no": il più chiaro, lucido "no" che sia stato detto nella nostra cultura occidentale. Un no che non poteva che arrivare alla disperazione di fronte all’infinita vanità del tutto. Ma è questo l’esito finale della scansione delle domande suddette? Il libro mostra che non è questo, necessariamente. E qui noi ci incontriamo con l’altra trama, per così dire, che percorre il libro. Una trama che si incentra attorno a due termini-chiave [e tali sono nel vocabolario cristiano]: "io" ed "incontro" (cui è connesso amicizia), uniti da un’affermazione fondamentale: l’io nasce dentro ad un incontro. E’ profondamente vero! E’ solo di fronte a una persona che si genera la coscienza di essere persona: è solo di fronte ad una Persona infinita che si genera la coscienza di essere un io dal valore infinito. Ho descritto l’avvenimento cristiano nel suo nucleo essenziale: l’incontro dell’uomo, dell’uomo nella carnalità della sua storia quotidiana, con Dio che, per poter essere incontrato, si è fatto uno di noi. Questo avvenimento si continua: chi è stato incontrato testimonia ad altri la sua esperienza e la rende possibile. Si costruisce una storia generata dallo stupore di fronte alla dignità dell’uomo.

L’uomo è un "io" se sceglie e difende il bene in accordo con questa Presenza, in accordo con l’essere. L’uomo cessa gradualmente di essere un "io" se sceglie e difende il bene secondo la misura della sua realizzabilità, in accordo colle situazioni: nel primo caso agisce, nel secondo caso semplicemente re-agisce.

2. L’esperienza scolastica: è un libro-denuncia, che deve costringere noi adulti a riflettere profondamente. In che termini si pone questa denuncia?

C’è una risposta data da un ragazzo ad un’amica: "guarda che io mi faccio le canne per dimenticarmi della realtà, perché la realtà mi fa male". E conclude la testimonianza dell’amica: "quella mattina avevo vissuto un dramma. Avevo di fronte a me delle persone che, per essere felici, fuggivano dalla realtà" (pag. 17). Ecco: è una diagnosi implacabile. E’ la paura della realtà dovuta all’oscurarsi nel cuore della luce della sua intelligibilità e bontà, che pone la libertà del giovane di fronte ad un dilemma tragico: o per essere felici fuggi la realtà o per rimanere nella realtà rinunci alla felicità. E quel giovane, come ogni giovane che si trovi prigioniero di questo aut-aut, non ha dubbi: si deve fuggire la realtà. "Ma perché mi si vuole impedire di dimenticarmi di vivere almeno per una notte alla settimana?", mi diceva un giovane parlando dello "sballo" del sabato notte. E’ la migliore descrizione che ho sentito di quel nichilismo vissuto che costituisce la vera malattia mortale dell’uomo di oggi e che consiste nell’aver spezzato il matrimonio originario fra la ragione e l’essere. Ed è un divorzio, una fuga che si sta pagando a caro prezzo, al prezzo più alto di tutti: del proprio "io". Cioè al prezzo più alto che si possa immaginare (vedi l’affermazione di Tarkovskij, a pag. 37). E’ questo il vero dramma del giovane di oggi: dover scegliere fra realtà e felicità, pur sentendo nel cuore che non si deve essere costretti a questa scelta.

Ora nel libro risuona continuamente una domanda: la scuola ci aiuta ad uscire da quel tragico dilemma facendoci essere nella realtà? Ci introduce dentro alla realtà? Ed una richiesta: che la scuola sia luogo in cui "impariamo" dicono " a giudicare le cose, a chiederci il perché e quindi a porci in un modo diverso davanti alle spiegazioni" (pag. 110). Qui tocchiamo veramente il "nodo" del problema scolastico oggi, perché abbiamo individuato i termini essenziali in cui si pone oggi il problema educativo. Educare significa introdurre una persona dentro alla realtà, aiutandola a rispondere alle due domande fondamentali che nascono nella persona dal semplice "contatto" colla realtà (apprehensio entis, S. Tommaso): che cosa è ciò che è [domande sulla verità della realtà]? che valore ha ciò che è [domanda sulla bontà della realtà]? E’ ciò che chiedono i "ragazzi del ‘99". Oppure educare significa introdurre dentro al reticolato delle interpretazioni della realtà, senza nessuna via di uscita verso il reale medesimo, dal momento che esso non ha alcuna positività perché privo di ogni intelligibilità: è ciò che "i ragazzi del ‘99" denunciano essere spesso la condizione attuale della scuola. E’ una denuncia che non possiamo ignorare: ci chiedono semplicemente di interrogarci perché li stiamo conducendo verso un’esistenza che non corrisponde ai desideri più profondi del loro cuore.