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IL MATRIMONIO COME VOCAZIONE
Giornata Diocesana della Famiglia
Ferrara 26 maggio 2002

0. PREMESSE FONDAMENTALI

01. La parola "vocazione" è carica di significato nel vocabolario cristiano. Essa denota il rapporto Dio – creatura umana nella sua dimensione più profonda, in quanto denota la modalità con cui Dio pone nell’essere, crea una persona e quindi un soggetto libero.

Per capire queste affermazioni possiamo partire dall’esperienza che tutti abbiamo della produzione da parte dell’uomo di un oggetto qualsiasi: costruzione di una casa, di un ponte, di una chiesa, e così via. Prima della costruzione, si disegna un progetto: il progetto è l’idea che uno ha nella sua mente, della casa da costruire o del ponte o della chiesa. La costruzione non è che la realizzazione di un progetto: se l’edificio costruito è "questo" e non altro, una casa e non un ponte, è perché realizza un determinato progetto. E il valore della costruzione dipenderà sia dalla bontà del progetto sia dalla fedeltà ad esso nell’esecuzione.

Tutto questo è una buona analogia per introdurci nel mistero del rapporto fra Dio e l’uomo. L’uomo è stato pensato da Dio: è stato progettato da Lui, e la creazione dell’uomo non è che la realizzazione di questo progetto di Dio. Ma – ora l’analogia non funziona più – questa realizzazione, ponendo in essere un soggetto libero, implica la risposta della creatura. La realizzazione di Dio implica l’autorealizzazione dell’uomo. Quando le due coincidono, la persona è perfetta: quando le due non coincidono la realizzazione è sbagliata.

Il termine "vocazione", anche usato, come abbiamo fatto noi finora, in senso puramente formale, connota precisamente questo rapporto con Dio. La persona umana è chiamata all’essere non a caso, ma perché realizzi un progetto. E’ la vocazione in senso attivo-principale: la vocazione in quanto atto di Dio. La persona deve realizzare questo progetto. E’ la vocazione in senso attivo-secondario: la vocazione in quanto missione o compito che la persona deve compiere.

02. Quale è il progetto che Dio ha sull’uomo: quale è la vocazione-missione della persona umana? Leggiamo un testo di S. Paolo: "noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che Egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" [Rom 8,28-30]. Come potete capire da questo testo, all’origine del nostro esserci, all’origine di ogni persona creata sta un atto di conoscenza piena di affezione ed un atto di progettazione /predeterminazione / predestinazione. A che cosa? A riprodurre in se stessi l’immagine di Cristo, a realizzare se stessi in e ad immagine di Cristo [cfr. anche 2Cor 2,18].

L’obiettivo del Padre nel predestinare ogni persona ad essere in Cristo come Cristo, a vivere la vita di Cristo in Cristo è "perché Egli sia il primogenito di molti fratelli"; è la costituzione dell’unità di tutti; è la ricapitolazione in Cristo. E’ la Chiesa in quanto essa è Cristo e le sue membra.

Facciamo il punto di quanto abbiamo detto finora. Il termine "vocazione" denota sia l’atto con cui Dio il Padre progetta ciascuno di noi perché sia conforme all’immagine del Figlio Suo [= vocazione in senso attivo-principale, come atto/grazia di Dio] sia l’atto con cui alla persona umana viene notificato questo progetto di Dio mediante la predicazione ecclesiastica del Vangelo [=vocazione in senso attivo-strumentale, come atto della Chiesa] sia la presa di coscienza da parte della persona della propria chiamata ad essere in Cristo e quindi la decisione di realizzarsi secondo essa [=vocazione in senso passivo, come atto della persona che acconsente].

03. Dentro a questo contesto poniamo finalmente la nostra domanda: il matrimonio è "vocazione"? più concretamente: dentro all’universale vocazione cristiana esiste una vocazione allo stato coniugale di vita? la nostra riflessione cercherà ora di rispondere a questa domanda.

1. LA VOCAZIONE ALLO STATO CONIUGALE

Possiamo subito dire che se esiste una vocazione allo stato coniugale, questa non potrà che assumere la figura di una chiamata ad una modalità specifica, con cui uno è chiamato ad essere e a vivere in Cristo. Mi spiego. La vocazione di ogni persona umana è una sola. Ma, ovviamente, la realizzazione di essa varia da persona a persona. Questa variabilità è legata a molti fattori; è dipendente da molte circostanze: diversità di professioni, diversità di condizioni sociali, diversità di età, ed altro ancora.

I molti fattori che diversificano la realizzazione della nostra vocazione non si pongono tuttavia tutto sullo stesso piano. Esistono fattori che non hanno stabilità, non perdurano tutta la vita [si pensi al fattore "età"] e fattori che hanno una stabilità. Esistono fattori che non entrano, per così dire, dentro alla costituzione della persona: appartengono piuttosto all’agire che all’essere. Il fattore della sessualità per esempio è ben più profondo della professione: l’essere uomo o donna è ben più determinante la configurazione del proprio essere che l’essere avvocato o medico.

Quando la diversificazione dipende da una fattore che sia stabile ed intrinseco alla persona, allora di dice che esso costituisce lo stato di vita di una persona. In questo senso noi parliamo di "stato coniugale" o di "stato sacerdotale" o di "stato religioso". Che cosa quindi è lo stato di vita? è la configurazione stabile ed intrinseca di una persona umana quanto al suo essere, e quindi al suo agire. La "coniugalità", così come il "sacerdozio" e la "consacrazione verginale" configura in maniera stabile ed intima la persona coniugata, sacerdotale o consacrata.

Prima ancora di addentrarci nella questione, che dentro all’unica ed identica vocazione cristiana di ogni persona umana si debba parlare di una vocazione specifica allo stato di vita, sembra già essere un’ipotesi ragionevole. A causa di ciò che significa "stato di vita".

La domanda che ci siamo fatti ora è più chiara: esiste una vocazione allo stato coniugale di vita? Essa può essere formulata nel modo seguente: la coniugalità costituisce una configurazione stabile ed intima della persona chiamata ad essere e vivere in Cristo? La risposta è affermativa. E la ragione è la seguente: esiste perché il matrimonio è un sacramento "consacrante"; la coniugalità è una configurazione stabile ed intima della persona perché il matrimonio è un sacramento "consacrante".

Per capire il matrimonio come "sacramento consacrante" dobbiamo fare una considerazione riguardo ai sacramenti in genere. I sacramenti hanno come tre strati. Il primo è costituito dall’insieme della celebrazione: rito, materia di cui è fatto, le parole. E’ la dimensione visibile del sacramento.

La celebrazione "produce" nella persona che lo riceve un primo effetto sacro: per es. il "carattere" nel sacramento del battesimo. Ma questo effetto sacro a sua volta è esigitivo della grazia corrispondente: ed è questa grazia lo scopo ultimo a cui mira la celebrazione del sacramento. Ed ora ritorniamo al sacramento del matrimonio.

Quale è l’effetto sacro "prodotto" dalla celebrazione del sacramento, corrispondente a quello che nel Battesimo è il carattere? E’ il vincolo coniugale. Dobbiamo ora fermarci a meditare attentamente sulla vera natura del vincolo coniugale.

Quando parliamo di esso forse siamo tentati di identificarlo, di farlo coincidere colla indissolubilità matrimoniale o colla fedeltà coniugale. Ma fedeltà ed indissolubilità sono piuttosto conseguenze immediate e necessarie del vincolo coniugale. Esso, nella sua intima natura, non è un obbligo morale, ma una configurazione dell’essere della persona dei coniugi: la persona coniugalmente vincolata non è [e non solo: ha dei doveri …] più come era prima del vincolo. In che cosa consiste questa configurazione coniugale dell’essere? In una "similitudine-partecipazione" al vincolo che unisce Cristo alla sua Chiesa.

L’essere "vincolati" come moglie e marito, l’essere "coniugati" configura in modo specifico a Cristo la persona coinvolta nel vincolo. Non a Cristo, se così posso dire, considerato a Se stante, ma in quanto Sposo unito alla Chiesa.

Trattandosi di una "relazione" [quella coniugale], essa è configurata e plasmata secondo la relazione archetipa che correla Cristo e l’umanità redenta [= la Chiesa]. L’unità, il vincolo che lega ed unisce la persona di Cristo e l’umanità rigenerata produce l’unità, il vincolo che lega ed unisce le persone degli sposi. L’analogia è posta non fra le persone singolarmente prese come se lo sposo fosse il segno di Cristo e la sposa della Chiesa, ma fra le persone in quanto poste dentro ad una relazione. [Se dico: 12:3=8:2, non intendo dire che 12=8 e 3=2, ma istituisco un’uguaglianza fra un rapporto e non fra i termini che entrano nel rapporto. Ugualmente se dico (cfr. Ef 5): Cristo:Chiesa=Sposo:sposa, non si deve intendere Cristo=sposo / Chiesa=sposa, ma si deve intendere che il rapporto che vige fra Cristo e la Chiesa si esprime sacramentalmente nel rapporto fra lo sposo e la sposa].

L’unità fra i due sposi non è esattamente l’unità che esiste fra tutti i credenti in Cristo. L’unità fra i due sposi ha la proprietà di essere l’espressione precisa del costituirsi e del permanere dell’unità Cristo-Chiesa: la loro persona viene trasformata intimamente in ordine ad essere [prima che ad operare] relazionata all’altra in modo tale che essi nel loro essere vincolati come sposi sono il segno vivente e reale dell’alleanza fra Cristo e la Chiesa.

Non a caso quindi S. Paolo istituisce un rapporto fra il vincolo coniugale e il dono che Cristo fa di Sé stesso sulla Croce (cfr. Ef 5,25). Scrive infatti S. Tommaso: "quantunque il matrimonio non venga configurato alla passione di Cristo riguardo al suo valore di espiazione, viene tuttavia configurato ad essa riguardo all’amore con cui Egli ha sofferto per la Chiesa, per unirla a Sé come sposa" [Suppl. q.2, a.1, ad 3]. E’ dentro a questa trasformazione a livello di essere che si radica la carità coniugale, esigita dal vincolo. Di conseguenza essa ha tutte le proprietà dell’amore con cui Cristo è rapportato alla Chiesa come tale: esclusività, totalità, fedeltà, fecondità.

Che cosa quindi significa che il matrimonio è un "sacramento consacrante"? che in forza della realtà del vincolo coniugale, gli sposi occupano una posizione permanente e speciale nella Chiesa; sono cioè collocati in uno stato di vita cristiano e quindi con una loro specifica missione. "Sebbene non imprima un carattere come gli altri tre sacramenti di consacrazione, [il matrimonio] crea però in coloro che lo ricevono una realtà sacra soprannaturale, antecedente alla grazia e che dura anche se questa poi vada perduta: crea in loro un vincolo soprannaturale che riproduce a suo modo l’unione soprannaturale del Verbo con l’umanità di Cristo, e di Cristo con la Chiesa" [C. Colombo, Scritti teologici, La scuola cattolica ed., Venegono Inf. (Varese) 1966, pag. 533].

Se leggiamo attentamente il testo della Cost. dogm. Lumen Gentium 11,2; [cfr. EV 1/314], noi possiamo costatare che il Magistero solenne della Chiesa insegna quanto sopra abbiamo esposto, nella sua sostanza.

Ripercorriamo brevemente il camino che abbiamo percorso fino ad ora. Ci siamo chiesti: esiste una vocazione al matrimonio? Abbiamo risposto affermativamente: esiste una vocazione al matrimonio, oppure, il che è equivalente, il matrimonio è una vocazione perché costituisce i due sposi in una preciso e stabile stato di vita dentro alla Chiesa, con una loro specifica missione. [ Mi piacerebbe far notare che questa risposta è attestata ed insegnata da molti Padri della Chiesa: S. Agostino, Commento al Salmo 36,1,2; PL36,356. S. Gregorio M., Commento a Giobbe 1,14,20; PL 75,535].

Termino questo punto della mia riflessione con alcuni corollari importanti.

Primo: la decisione di sposarsi deve essere preceduta da un vero e proprio discernimento vocazionale. E’ il significato profondo del fidanzamento.

Secondo: la virtù propria del discernimento è la prudenza. Essa perde la sua limpida lucidità quando non si vive castamente il fidanzamento. La castità prematrimoniale ha anche questo significato.

2. LA MISSIONE CONIUGALE

Ogni stato cristiano di vita nella Chiesa ha una sua specifica missione o compito. Ed infatti la parola ed il concetto di "vocazione" nel vocabolario cristiano è sempre connesso colla parola e col concetto di "missione".

Se riflettiamo attentamente su quanto abbiamo detto e rileggiamo i testi del Magistero noi comprendiamo che la missione degli sposi cristiani è costituita da due dimensioni o compiti.

2,1 [Prima dimensione]. Dobbiamo riprendere la riflessione che abbiamo fatto sul vincolo coniugale come primo, necessario, immediato effetto della celebrazione sacramentale.

Se la luce filtra attraverso un cristallo colorato, essa assume il colore del cristallo. La grazia propria del sacramento è come "filtrata" dal vincolo coniugale: è donata in quanto è richiesta dalla particolare configurazione che ha plasmato la persona dei coniugi. "Siccome la grazia divina, che originalmente è unica, è legata a Cristo e alla sua Chiesa, così ci viene comunicata in differenti maniere secondo che, nell’organismo del Corpo di Cristo, siamo chiamati a partecipare in un modo o nell’altro alla dignità ossia agli uffici del Capo … Da un lato le consacrazioni sono differenti titoli alla grazia che esse esigono, dall’altro, la grazia per causa delle consacrazioni riceve una destinazione diversa, in quanto per mezzo di essa noi possiamo e dobbiamo corrispondere ai differenti scopo delle medesime" [M. J. Scheeben, I misteri del cristianesimo, ed. Morcelliana, Brescia 1960, pag. 565]. E’ la grazia, o il dono della coniugalità, cioè il dono della carità coniugale. Essa è l’espressione umana in cui si dice l’amore sponsale che unisce Cristo e la Chiesa. E’ l’amore unitivo che partecipa dell’amore unitivo di Cristo e della Chiesa.

La reciproca appartenenza degli sposi, costituita dal vincolo coniugale dà il segno, imprime la figura propria all’amore che ricevono come frutto del sacramento. La carità con cui si amano fra loro i discepoli di Cristo non è esattamente la stessa. Essi, gli sposi cristiani, sono il segno visibile dell’unione di amore che lega in unità Cristo e la Chiesa. Gli sposi sono e devono essere nella Chiesa e per la Chiesa una ripresentazione sacramentale ed esistenziale del rapporto che la lega indissolubilmente a Cristo: è questa la prima fondamentale dimensione della loro missione.

Che cosa significa? Significa che la chiamata ad essere e vivere in Cristo fondata dal Battesimo assume una particolare specificità, che si fonda sul sacramento del matrimonio, il quale li chiama ad amarsi nel modo proprio con cui si amano Cristo e la Chiesa. Vorrei ora balbettare qualcosa su questo "grande mistero".

Se noi leggiamo attentamente Ef 5,21 ss, vediamo che il rapporto fra Cristo-Chiesa e Sposo-Sposa è istituito dall’autore sacro in rapporto all’avvenimento accaduto sulla Croce. Potremmo dire: Cristo celebra il suo matrimonio sulla Croce. Dobbiamo però fare subito una precisazione. La fede cristiana non pensa mai la Croce staccata dalla Risurrezione e dalla Pentecoste o dono dello Spirito. La Croce è sempre pensata come parte di un intero che è il mistero pasquale di Cristo. La Croce di cui si parla è la croce gloriosa e feconda nella quale Cristo redime la persona umana e dona ad essa la partecipazione alla sua stessa vita divina nello stesso Spirito Santo.

Sulla Croce, così intesa, Cristo celebra il suo matrimonio colla Chiesa perché si unisce all’umanità redenta in una consegna di Sé totale [il suo sangue ed il suo Spirito]. Questa donazione che Cristo fa di Sé stesso, della sua vita istituisce un vincolo colla chiesa, di cui il vincolo nuziale è il segno. Cristo e la Chiesa vivono della stessa vita; si nutrono nello stesso Spirito: sono due in una sola carne [il Corpo mistico di Cristo!], in un solo amore [lo Spirito Santo], in una sola Vita [quella divina].

Ciò che è accaduto sulla Croce viene partecipato ai due sposi che lo ripresentano in senso pieno divenendo due in una sola carne, per un’autodonazione reciproca che è frutto di una amore vero, che li rende partecipi della stessa vita. E’ questa la prima dimensione essenziale della missione degli sposi.

2,2 [Seconda dimensione]. E’ intrinseca esigenza di questa intima unità dei due sposi il dono della vita: è la seconda dimensione essenziale della missione degli sposi.

Ho usato intenzionalmente l’espressione "dono della vita". Essa indica l’avvenimento di cui stiamo parlando nella giusta prospettiva. Non si tratta di "ri-produzione umana". Si tratta di procreazione-generazione di una persona. E quindi la seconda dimensione della missione coniugale può anche essere indicata dal termine "educazione della persona": conduzione della persona verso la pienezza del suo essere.

Benchè la generazione non costituisca la persona umana nella vita in Cristo, essendo per questo di assoluta necessità il battesimo, gli sposi cristiani donano la vita in ordine alla perfezione voluta dal Padre per ogni uomo: essi generano per la vita eterna. E sono essi che offrono i loro figli alla Chiesa perché siano battezzati, confermati e ricevano l’Eucarestia.

La seconda dimensione essenziale della missione degli sposi è l’educazione della persona umana. Non mi fermo oggi su questa dimensione, avendolo già fatto tante volte.

Riprendiamo ora il testo del Vaticano II LG 11,2. Esso è la sintesi di tutto quanto abbiamo detto. "I coniugi cristiani, col sacramento del loro matrimonio significano e partecipano il mistero di unità e di amore fecondo che unisce Cristo e la Chiesa (cfr. Ef5,32)": questa è la definizione, è l’intima natura del coniugio cristiano. Il testo continua: "si aiutano vicendevolmente a santificarsi mediante la vita coniugale, l’accettazione e l’educazione dei figli". Questa è la missione degli sposi: la loro perfezione, come quella di ogni cristiano, è la perfezione della carità. Questa perfezione la si raggiunge assieme, in due modi [= le due dimensioni]: mediante la vita coniugale; mediante il dono della vita. Il testo termina: "essi possiedono così nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono di grazia in mezzo al popolo di Dio". Poiché a quella missione sono stabilmente deputati in forza di una consacrazione sacramentale, gli sposi sono posti in uno stato di vita, in un "ordine" col loro specifico carisma.

Conclusione

Se voi mettete un cristallo davanti ad una sorgente luminosa, la luce bianca si riflette nei colori dell’iride. La luce luminosa che è Cristo crocefisso risorto ha bisogno di rifrangersi nel ed attraverso il cristallo che è la Chiesa, per esprimere tutta la sua intrinseca ricchezza.

S. Tommaso si domanda se nella Chiesa ci debbano essere vari stati di vita e conseguenti diverse missioni o vocazioni [2,2. q.183, a.2]. La sua risposta è stupenda; la varietà è necessaria per tre ragioni, egli dice.

E’ necessaria perché "la pienezza della grazia, che si trova adunata in Cristo come nel capo" possa rifluire completamente nella Chiesa: la varietà esprime la ricchezza della grazia di Cristo.

E’ necessaria perché le azioni che nella Chiesa sono necessarie siano compiute "più speditamente e senza confusione": la verità assicura l’efficacia all’azione unica della Chiesa.

E’ necessaria perché splenda in tutto il suo fulgore la bellezza della Chiesa, bellezza che esige sempre un ordine: la varietà manifesta la bellezza della Chiesa, della Sposa di Cristo.