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QUALE FAMIGLIA? Identità e pluralità della famiglia
Ravenna: 8 aprile 2003

Interrogarsi sull’identità della famiglia è divenuto oggi necessario, posti come siamo di fronte al fenomeno della "pluralizzazione della famiglia o delle forme familiari". "Con tale espressione si allude al fatto che la società attuale e prossima ventura anziché avere un solo modello di famiglia (o un modello prevalente), ne farebbe emergere molti: ma quanti e quali? La risposta che sembra prevalere tra i pubblici occidentali dice: tanti modelli familiari quanti gli individui ne possono scegliere in base a gusti e preferenze personali" [P. Donati, Famiglia e pluralizzazione degli stili di vita: distinguere tra relazioni familiari e altri relazioni primarie, in Identità e varietà dell’essere famiglia, San Paolo ed., Milano 2001, pag. 37].

È dunque necessario che ci interroghiamo seriamente su ciò che definisce la famiglia, distinguendola da qualsiasi altra forma di convivenza; è necessario fare una seria riflessione sulla "qualità del familiare". Questo è ciò che cercheremo di fare, sia pure assai schematicamente, questa sera.

Ancora un’altra premessa non meno importante. Andando alla ricerca della qualità dell’istituto famigliare, dobbiamo chiederci: chi è competente a darci la risposta? a chi ci debbiamo rivolgere per sapere che cosa è / che cosa non è famiglia? esiste una fonte privilegiata di conoscenza della qualità della relazione familiare? Qualcuno potrebbe rispondere: ciascuno è competente a rispondere alla domanda "quale famiglia?", in quanto deve essere lasciata al singolo individuo la possibilità di scegliere il modello familiare in base ai propri gusti e preferenze. Altri, consapevoli che questa posizione è potenzialmente distruttiva di ogni connessione sociale, rimandano alla definizione legale dell’istituto familiare. Alla domanda: quale famiglia? rispondono: quella definita dalla legge civile. In realtà questa seconda risposta finisce coll’essere identica alla precedente. Infatti, la definizione legale di famiglia è il risultato di una pura convenzione sociale determinata secondo il mero computo della maggioranza parlamentare? se si pensa in questo modo, ancora una volta qualunque definizione di famiglia diventa aleatoria, contingente, provvisoria. La maggioranza di oggi infatti può diventare minoranza domani, e viceversa.

Questa sera dunque ci troviamo a riflettere su uno dei principali segni della grave crisi spirituale che sta erodendo le democrazie occidentali: incapaci di giustificarsi dentro alla coscienza morale dei cittadini, fino a quando non abbandoneranno l’impossibile neutralità etica che hanno scelto.

È necessario allora che cerchiamo la risposta percorrendo un’altra strada. Quella di una riflessione semplice ma attenta all’umanità che ci costituisce; di una riflessione che cerchi un "ancoraggio" della famiglia in un terreno ben più solido dei gusti e delle preferenze personali, e delle convenzioni sociali. Quale sia questo terreno è ciò che andrò esponendo nel primo punto della mia riflessione.

1. LA FAMIGLIA nella e dalla PERSONA

Quando parlo di famiglia "vera", di famiglia "propriamente detta", non intendo parlare di una idea di famiglia, elaborata dalla mente, alla quale poi ogni famiglia, per essere tale, dovrebbe corrispondere: una sorta di "orizzonte ideale" al quale ogni famiglia dovrebbe cercare di avvicinarsi.

La famiglia vera è quella che è adeguatamente corrispondente alla realtà, all’essere dell’uomo. La famiglia è vera quando, considerando la propria (od altrui) famiglia, le persone che la costruiscono quotidianamente, incontrano e vivono una realtà che al contempo è corrisponde ai loro desideri umani più profondi, ma la cui configurazione non dipende da loro. Quale è questa realtà vissuta da chi "fa famiglia" in senso vero? E siamo al punto centrale della mia riflessione.

È la realtà del proprio essere posto in relazione in quanto è uomo o donna, ed in quanto è chiamato al dono della vita ad altre persone umane. L’identità della famiglia è interamente racchiusa in questa formulazione. In essa non è difficile rinvenire quattro grandezze od elementi umani: la relazione (o reciprocità), la sessualità [uomo-donna], la generatività [nuove persone umane], il dono. Alla domanda quindi "quale famiglia?" rispondo: quella che consiste "nell’essere una relazione sociale sui generis, che emerge dall’intreccio combinato di quattro elementi o componenti legati fra loro: il dono, la reciprocità, la generatività, la sessualità" [P. Donati, Famiglia e pluralizzazione …, cit. pag. 82-83]. La qualità della famiglia è costituita infatti da due relazioni fondamentali, la relazione matrimoniale o della coppia e la relazione parentale o dei genitori-figli, e – non meno importante – dalla connessione di diritto inscindibile fra le due relazioni suddette.

Per entrare profondamente dentro alla "qualità dell’istituto familiare", dovremmo quindi analizzare la qualità della relazione coniugale, la qualità della relazione parentale, la qualità della connessione delle due qualità suddette. Non è ovviamente possibile percorrere questo cammino nello spazio di una conferenza. Mi limito a fare lo schizzo delle tappe fondamentali di questo percorso di approfondimento.

La relazione coniugale [sessualità-reciprocità] si radica in quel bi-morfismo sessuale che significa l’essere umano, la persona umana come un soggetto intimamente relazionato all’altro. La relazione coniugale si costituisce mediante il "patto coniugale" nel quale l’uomo e la donna "mutuamente si donano e si ricevono" [Cost. past. Gaudium et spes 48,1; EV 1/1471]: esprimono e realizzano l’intima identità di ogni uomo e di ogni donna, la loro capacità cioè di vivere nella verità e nell’amore. È questo un avvenimento che nel mondo visibile può accadere solo fra persone umane: l’evento della "comunio personarum", che si esprime e realizza nell’essere "una sola carne".

La relazione parentale si radica nella relazione coniugale: anche la nuova persona è chiamata all’esistenza nella verità e nell’amore. La genealogia della persona è essenzialmente diversa dalla produzione di un individuo della stessa specie, pur avendo in comune le stesse basi biologiche.

La connessione fra queste due relazioni costituisce la famiglia. Essa quindi è "più che" la relazione coniugale; è più che la relazione parentale. Essa non è la mera giustapposizione delle due .

La famiglia è la com-posizione delle due relazioni: ed è questa composizione che fa esistere quella comunità o relazione sociale piena che chiamiamo famiglia.

Se questa è la "qualità del famigliare", da essa derivano alcune conseguenze che vorrei brevemente almeno enunciare.

La prima: poiché la famiglia è una comunità/relazione sociale avente una sua propria struttura, essa ha un suo proprio bene comune. Esso consiste nel bene di entrambi i coniugi inteso non come la semplice somma o composizione pacifica dei loro interessi particolari; bene comune dei coniugi che deve diventare il bene dei figli. Bene comune della famiglia è la vita coniugale-familiare retta, costituita dalla reciprocità non calcolante ma oblativa. "Il bene comune per sua natura, mentre unisce le singole persone, assicura il vero bene di ciascuna" [Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie: Gratissimum sane, 10,2; EV 14/198].

La seconda: siamo in possesso di un criterio obiettivo sia per organizzare sia per giudicare quella "pluralizzazione delle forme familiari" di cui parlavo all’inizio. Essa dipende sostanzialmente dalle varie combinazioni e sconnessioni cui possono andar soggette le due relazioni costitutive.

La terza: non qualsiasi forma di relazione può esigere di equipararsi alla relazione familiare, ma solo quella nella quale si ritrovano i due elementi costitutivi. "Un genoma può essere modificato ad esempio a fini terapeutici, ma non può essere intaccato nella sua linea germinale, perché è da esso e con esso che si formano tutte le possibili variazioni di ciò che è umano. Le variazioni prendono senso solo da ciò rispetto cui tentano una qualche variabilità. Se il genoma umano venisse intaccato nella sua identità germinale nessuna variabilità umana sarebbe più consentita: semplicemente si entrerebbe nel regno di ciò che è altro dall’umano, ossia si entrerebbe nel non-umano" [P. Donati, Famiglia e pluralizzazione … cit. pag. 86]. Credo di poter dire che la famiglia vera sta alle variazioni come il genoma alla specie.

2. QUALITÀ della FAMIGLIA e lo STATO

La riflessione fatta finora, lo riconosco in maniera assai schematica, non può ignorare un fatto che, come ogni fatto, si impone a noi nella sua … testardaggine: il pluralismo delle definizioni e visioni della famiglie e conseguentemente delle norme etiche e sociali esistenti in campo familiare. Questo fatto pone almeno due problemi: (a) comprendere questo pluralismo ed addossarsi sempre più lo sforzo di un confronto veritativo; (2) stabilire quale è il ruolo dello Stato dentro a questo pluralismo, che pone lo Stato di fronte a bisogni, esigenze, richieste che intendono proporsi sempre più come nuovi diritti. Tralascio completamente il primo problema; mi limito in questo secondo punto a dire qualcosa circa il secondo.

Parto da una premessa di carattere generale, ma particolarmente attinente al tema che stiamo trattando. Senza addentrarci in questioni molto complesse, credo che sia difficile negare che dal punto di vista dello Stato, la neutralità etica ed il conseguente pluralismo legislativo ha un limite. Solo se la neutralità etica non produce esiti istituzionalmente e funzionalmente non patologici nel corpo sociale, essa è ammissibile. Detto positivamente: la neutralità etica è un valore vero se produce un ordine sociale dotato di senso unanimemente condiviso. Mi spiego con alcuni esempi.

Di fronte alla visione etica che giudicasse non possedere il bambino nessun diritto originario, lo Stato non potrebbe essere neutrale lasciando alla sola generosità e buona volontà degli adulti la cura dei bambini. Non potrebbe, perché l’introduzione nell’ordine sociale di una tale visione pervertirebbe il senso dell’istituzione politica come tale, che è quello di essere a difesa di ogni persona umana. Altro esempio. Di fronte a chi considerasse l’esazione delle tasse da parte dello Stato un furto, lo Stato non potrebbe essere neutrale in quanto si renderebbe incapace di compiere le funzioni per cui esiste. La comunità politica ha un senso originario, un bene comune cioè, nei confronti del quale non può essere neutrale: la neutralità deve trovare una sua legittimità razionale sostanziale. Ed ora ritorno al nostro problema.

Ritengo che esista uno "zoccolo duro" dell’istituzione familiare nei confronti del quale lo Stato non può essere neutrale, se vuole conservare il senso del suo esserci, il senso della comunità politica. Questo "zoccolo duro" è costituito dall’alleanza e reciprocità piena fra coniugi e fra genitori-figli, come appare per altro dalla nostra legislazione civile: reciprocità nei rapporti genitori-figli (anche nascituri); reciprocità nella coppia (parità fra uomo e donna); reciprocità fra famiglia e Stato.

Detto in altro modo. La famiglia è una società che deriva direttamente, immediatamente dalla persona e dalle relazioni interpersonali. Non deriva dallo Stato, sorgendo da fattori autonomi che hanno la loro fonte prima nelle persone umane in quanto uomo-donna, esseri cioè relazionali capaci di auto-donazione totale reciproca e di donare la vita. Da questo punto di vista quindi la famiglia è dotata di sovranità, nel senso che ha una sua intangibile costituzione.

Neutralità dello Stato significherebbe di fatto mettersi sulla strada già intrapresa da alcuni Stati dell’UE: considerare i patti coniugali sempre più patti privati, eticamente indifferenti per la società civile e politica. Questa progressiva privatizzazione ci porterà a gravissime conseguenze sociali: la comunità civile può, deve farsi carico di quelle responsabilità che i contraenti privati non si accollano, specie a riguardo di figli?

Non si può certo chiedere allo Stato di imporre un’etica familiare confessionale; ma non si può neppure sopportare che lo Stato sia neutrale di fronte a qualsiasi forma di famiglia. Né confessionale né neutrale. Ma laico nel senso vero del termine, capace cioè di promuovere valori familiari umani ed universali, fondati su una giustificazione razionale. Mi sembra che questa sia la grande intuizione del nostro Costituente quando ha stabilito che "la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

Conclusione

Sono sempre più convinto che la risposta alla domanda da cui siamo partiti questa sera sia uno dei compiti più urgenti per il bene della nostra comunità civile. Ma deve essere una risposta trovata nel solo luogo dove è ragionevole cercarla: nel "cuore" della persona. La riduzione della (verità della) persona umana ci impedisce in larga misura di capire la "qualità del familiare". Una risposta che in quanto ragionevole non può ammettere la neutralità di uno Stato, il quale non può ridursi ad essere semplicemente il garante di tutti i diritti e di tutti i comportamenti che non ledono i diritti altrui: ad essere cioè la regolamentazione degli interessi opposti dei singoli individui. A ridurre la democrazione alla pacifica composizione degli egoismi individuali.

La famiglia nel suo essere esperienza di reciprocità, di comunione interpersonale pone dentro alla società quel modo di essere co-umanità "nella verità e nell’amore" che è il solo adeguato alla dignità della persona umana.