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Esequie di don Saverio Aquilano
Villa Pallavicini, 30 agosto 2011


[Rm 14,7-12; Mt 25,31-46]

1. Cari fratelli e sorelle, ogni morte, ma soprattutto la morte di persone care, ci aiuta ad uscire dalle nostre illusioni e dai nostri errori; a vincere quella ipnosi delle cose visibili che ci fa vivere fuori della realtà.

"Saremo presentati al tribunale di Dio … e ciascuno di noi renderà conto a Dio per se stesso". Ecco la prima grande verità che oggi apprendiamo: ciascuno di noi dovrà rendere conto di se stesso. La nostra vita è un bene che ci è dato in amministrazione. Non ne siamo i padroni inappellabili. "Ora, ciò che si richiede negli amministratori è di essere trovati fedeli" [1 Cor 4, 2].

Se così stanno le cose, vuol dire che possiamo vivere nella verità o nell’errore, nel bene o nel male, nella giustizia o nell’ingiustizia. Questa fondamentale divaricazione, drammatica possibilità insita nella nostra libertà, può assumere in fondo due modalità. Lo ha insegnato S. Paolo, come abbiamo appena sentito: vivere e morire per se stessi; vivere e morire per il Signore.

In sostanza, ci insegna l’Apostolo, il vero contrasto non è fra vivere e morire, ma vivere-morire per se stessi o vivere-morire per il Signore.

E perché fosse concessa all’uomo la possibilità di vivere-morire per il Signore "Cristo è morto ed è risuscitato per essere il Signore dei vivi e dei morti".

Ma come possiamo concretamente vivere per il Signore? Quale è il criterio per giudicare se viviamo per il Signore o per se stessi? Troviamo la risposta nella pagina evangelica.

"Tutto quanto avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me". Gesù si è misteriosamente, ma realmente identificato col più piccolo. Ha reso questi un sacramento vivente della sua presenza fra noi. Questo fatto ha reso molto facile sapere se viviamo per il Signore o viviamo per noi stessi. Se aiuti chi si trova nel bisogno: bisogno di cibo, di vestito, di compagnia, di accoglienza, di lavoro, tu vivi per il Signore. Se non aiuti chi si trova nel bisogno, vivi per te stesso.

2. Cari fratelli e sorelle, queste sante pagine della Scrittura sono la migliore chiave interpretativa di tutta la vicenda terrena di don Saverio. Egli non visse per se stesso, ma per il Signore perché visse per chi aveva bisogno di un bene fondamentale per l’uomo disabile: il lavoro.

Come accade a tutti, l’esistenza di don Saverio fu segnata per sempre da alcuni incontri fondamentali. Per lui furono due: con don Giulio Salmi, un vero gigante della carità; coll’Arcivescovo Lercaro. Ambedue lo orientarono al riscatto sociale delle persone deboli ed emarginate attraverso il lavoro, tramite la formazione professionale dei giovani apprendisti, prima, e dal 1967 attraverso l’avviamento al lavoro delle persone con disabilità mentale.

Don Saverio diede così vita, in collaborazione feconda col Comitato bolognese per la formazione dei Giovani lavoratori, voluto dal Cardinale Lercaro, ad un’esperienza pilota per l’Italia e l’Europa, per promuovere l’inserimento sociale e professionale dei giovani con handicap mentale.

Alla base di questo impegno sapiente stava una convinzione profonda, che appartiene alla grande tradizione della dottrina sociale della Chiesa: il lavoro non è solo mezzo di sussistenza e di produzione, ma è la via attraverso cui l’uomo è riconosciuto e si realizza. Tutto questo è vero anche di chi ha gravi disabilità, purché si applichi l’aurea regola: l’uomo giusto al posto giusto.

L’impegno di don Saverio è stato benedetto dal Signore: di questo sacerdote, che ha lavorato gomito a gomito, giorno per giorno, coi suoi ragazzi, anticipando metodi ed intuizioni che poi diventeranno patrimonio acquisito della nostra convivenza civile.

Cari fratelli e sorelle, diamo il saluto estremo nella preghiera a don Saverio. Egli ha mantenuto viva quella modalità evangelica di vivere il sacerdozio dentro i bisogni più sacri, fra cui il lavoro, della vicenda umana, così propria della tradizione presbiterale bolognese; una tradizione ben aliena da sedicenti evasioni pseudo-spiritualistiche.

Il Signore ci doni di custodire viva e operante questa grande e sapiente testimonianza.