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S. Messa Esequiale per Mons. Giulio Salmi
Cattedrale di S. Pietro, 23 gennaio 2006

Nella fede la Chiesa di Dio in Bologna si raccoglie oggi a celebrare i divini Misteri per la pace eterna di uno dei suoi figli più grandi, Mons. Giulio Salmi. La vostra presenza tanto numerosa, la presenza di tante autorità civili e militari di ogni ordine e grado manifesta la stima di cui godeva questo umile sacerdote, l’affetto profondo di cui era circondato.

È difficile esprimere brevemente il senso profondo dell’esistenza sacerdotale di don Giulio, ma singolare luce viene dalla pagina evangelica appena proclamata a noi che con affettuosa venerazione vogliamo custodire intatta la memoria di tanta grandezza.

1. "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete

fatto a me". Grande mistero racchiudono queste parole! Esse ci rivelano che esiste una misteriosa, ma reale identificazione del Figlio di Dio con l’uomo più povero, più emarginato, più umiliato: l’uomo che non ha di che mangiare, di che vestirsi, di che curarsi quando si ammala.

La parola evangelica porta al suo termine l’antica rivelazione. L’uomo non è solo "ad

immagine e somiglianza di Dio"; non solo la gloria di Dio risplende nel volto dell’uomo. Dio stesso si fa uomo e si unisce ad ogni uomo, al punto che ciò che a questi noi facciamo/non facciamo, lo facciamo/non lo facciamo a Dio stesso.

Il Signore nella prima alleanza aveva detto: "domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello" [Gen 9,5]. Egli rivelava così una corresponsabilità di ciascuno per ciascuno, una condivisione della stessa umanità dalla quale nessuno più poteva essere escluso. Il Signore nella nuova alleanza ci rivela un mistero ancora più profondo: dentro a questa condivisione della stessa umanità e destino si è collocato anche Lui, così che ogni sfregio compiuto alla dignità di un uomo è sacrilega deturpazione della divina persona del Verbo fattosi carne: "l’avete fatto a me – non l’avete fatto a me".

Penso di non sbagliare nel dire che questa pagina del Vangelo è la chiave interpretativa di tutta la vita di don Giulio; nel dire che il suo sacerdozio è stato come generato dalla luminosa percezione dell’identificazione di Cristo col povero.

2. Don Giulio, nato in una famiglia poverissima di pane, ma ricca di fede, è come plasmato fin dall’inizio della sua vita dalla povertà. È singolare quanto egli scrive sull’immagine ricordo della sua ordinazione sacerdotale: "vedo finalmente avverarsi il mio desiderio di portare la fede a masse operaie che la cercano". In questa semplice apertura del suo cuore manifesta già una singolare consapevolezza della sua missione sacerdotale: evangelizzare chi è più bisognoso ed emarginato.

La prima miseria a cui il Signore lo inviò fu quella causata dall’odio fratricida di uomini dominati da un’ideologia folle contro i loro fratelli in umanità. Sacerdote da alcuni mesi, fu mandato dal Card. Arcivescovo alle caserme Rosse come cappellano dei rastrellati destinati alla morte nei lager nazisti. Fu questa l’esperienza che lo marcò per tutta la vita. Un’esperienza vissuta nel coraggio di una condivisione che lo espose anche a gravi rischi: "ero……carcerato e siete venuti a trovarmi". Ben quattro amministrazioni municipali, fra cui la nostra di Bologna, riconobbero con l’assegnazione di una medaglia d’oro il coraggio e la dedizione di don Giulio, che organizzò per centinaia di rastrellati la fuga e la salvezza. Alcuni di loro sono ancora viventi.

La pagina evangelica, come avete sentito, carissimi fratelli e sorelle, sottolinea in modo esemplare una delle proprietà più commoventi della carità cristiana: la sua multiforme capacità di rispondere ai diversi bisogni dell’uomo. L’identificazione di Cristo col povero porta a vedere con somma diligenza come, in quali modi la dignità dell’uomo è nel rischio di essere degradata: mancanza di cibo, di una casa, di un lavoro, di un riconoscimento, di accoglienza, di compagnia. Le risposte che don Giulio diede ai bisogni dell’uomo sono nella loro varietà indice di una capacità non comune d’interpretare le domande più profonde dell’uomo. Di tutto questo Villa Pallavicini è il simbolo più espressivo ed il messaggio più forte che don Giulio ci lascia: defunto, egli continua a parlarci e a provocarci salutarmente con quella "città della carità".

Nel suo testamento spirituale, don Giulio ci confida:

"Ora è il momento di passare ad altri la guida di queste cose, per essere concime di prosperità, e di comunicare ai collaboratori il segreto di queste attività:

  1. preghiera, Messa quotidiana e disinteresse personale, tutto a Gloria di Dio e della Sua Chiesa;
  2. essere uniti al Vescovo e aspettare da Lui l’approvazione carismatica di quanto si vuol fare;
  3. abbandono completo alla Divina Provvidenza, ringraziando il Signore per avere donato donne e uomini con il Suo Spirito per rendere operative queste opere."

3. Il Signore ha purificato il suo servo attraverso il sacrificio dell’afasia completa che lo colpì negli ultimi anni: parlava solo con gli occhi.

Ma forse, carissimi, il Signore ha voluto dirci qualcosa attraverso questo umile grande prete anche con questa afasia. "Non chi mi dice "Signore, Signore", entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio". E la volontà del Padre è che in Cristo costruiamo quella "città delle persone" di cui don Giulio ha posto un segno esemplare.