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Esequie di Mons. Enelio Franzoni
Chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, 7 marzo 2007


1. "Coloro che gli sono fedeli vivranno presso di Lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti". Si è conclusa la vita terrena di uno degli ultimi testimoni oculari di un’immensa tragedia che ha devastato uomini e nazioni. Ancora una volta vogliamo capire il senso ultimo di una testimonianza – la testimonianza di Mons. Enelio Franzoni – di cui la nostra memoria deve essere custode fedele.

"Coloro che gli sono fedeli vivranno presso di Lui nell’amore". Dio non abbandona ad una morte eterna coloro che gli sono fedeli. Don Enelio ha testimoniato la sua fedeltà al Signore attraverso più che settant’anni di vita sacerdotale. Nel suo Testamento spirituale egli ringrazia il Dio che riserva grazia e misericordia ai suoi eletti, per l’onore – scrive – fattogli di poter parlare tante volte di Cristo "e di imbandire la Tavola dove il pane era il suo Corpo e il vino era il suo Sangue".

È la vicinanza a Cristo; è l’amicizia con Lui; è l’attrazione che il sacerdote sente nei suoi confronti, l’impasto di ogni vita sacerdotale. Nella preghiera finale che scandisce il suo Testamento spirituale, don Enelio scrive: "Ti ringrazio … perché ho potuto conoscere Cristo Signore; perché tante volte ho potuto vedere la terra dove è nato; ho visto dove è morto: il suo lago, il suo cielo, i suoi fiori, gli uccelli dell’aria che lui respirava e che ho respirato anch’io; ho potuto camminare per le sue strade". Queste parole esprimono il realismo del legame che ogni sacerdote stringe colla persona di Cristo, il bisogno che sia plasmato quasi nella fisicità di un incontro.

Miei cari fratelli e sorelle, chi è fedele ad un Dio che si è alleato con l’uomo; chi nel cuore di Cristo ha visto la passione per la dignità dell’uomo che vi dimora, non può non essere fedele all’uomo. Non può non avere nel cuore una grande passione per il suo bene e la difesa della sua dignità.

È questa la spiegazione ultima della testimonianza sublime che don Enelio ha dato di fedeltà all’uomo. Benché i russi gli avessero concesso la liberazione prima della guerra, don Enelio volle rimanere in prigionia al campo di Suzdal, fino a quando anche l’ultimo soldato recluso fu rimpatriato. Fu fatto prigioniero proprio perché non volle abbandonare i feriti. Ecco come chi è fedele a Dio non abbandona l’uomo. Fino in fondo gli resta vicino perché Dio si è fatto vicino all’uomo, fino in fondo.

È questa vicinanza che opera il miracolo più grande: trasformare anche i luoghi dell’odio: "Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto". Don Enelio inizia il suo testamento spirituale nel modo seguente: "Mio Dio, vorrei parlarti dell’ora della mia morte; la morte vorrei vederla in faccia e non avere paura; è la suggestione che mi hanno lasciato i ragazzi che ho visto morire in guerra a venti anni". La vicinanza dell’amore di Dio fattosi presente nella testimonianza del suo sacerdote ha fatto sì che quei ragazzi guardassero in faccia la morte e non avessero paura: "le anime dei giusti sono nelle mani di Dio". Ed anche in quei deserti di solitudini innevate si ricostruiva la fraternità. Don Enelio amava spesso parlare dell’umanità del popolo russo.

2. "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto". Miei cari fedeli, è di se stesso che Gesù parla quando pronuncia queste parole. Egli è stato il "grano di frumento" che morto fu sepolto nella terra degli uomini e, divenuto nella sua risurrezione fonte di vita, ha prodotto molto frutto.

È questa la via indicata anche al suo discepolo: "se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo".

Leggendo il testamento e le ultime volontà di don Enelio mi ha colpito la cura con cui dispone la custodia degli oggetti suoi e dei suoi soldati. È la preoccupazione di custodire la memoria di quel grano di frumento caduto in terra, perché produca molto frutto. Produca in ogni coscienza frutti di giustizia, di pace, di fraternità.

Quanto più si avvicinava la data del suo settantesimo anno di sacerdozio, scherzando a lui ripetevo: "Monsignore, non ci faccia il torto di andare in Paradiso prima: le vogliamo fare una grande festa". Egli sorridendo mi assicurava: "certamente, ma dopo basta".

Così è accaduto. Ora affidiamo quest’anima grande e nobile alla misericordia di Dio, colla speranza che la sua testimonianza sia custodita nella memoria del nostro presbiterio e della nostra comunità civile: perché produca molto frutto.