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Messa esequiale in suffragio di Mons. Giulio Zerbini
Ferrara, 27 settembre 2001

1. "E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: tutto è compiuto. E, chinato il capo, spirò". La morte di Cristo ha dato senso alla nostra morte: ad ogni morte umana. In quel momento infatti "tutto è compiuto"; la morte diventa il supremo atto di obbedienza nel quale il cibo della volontà del Padre (cfr. Gv 4,34) viene gustato fino in fondo.

Il medico che ha seguito Monsignore dal giugno scorso mi ha riferito lunedì scorso la risposta che ricevette da lui, quando gli disse l’intera verità sulla malattia che lo aveva colpito: "sono un credente; tutto ciò che mi accade è per me un bene". E lo disse con una serenità sconvolgente. Nell’obbedienza di Cristo al Padre il nostro fratello Giulio aveva collocato la sua obbedienza: la sua suprema obbedienza, quella di chi accetta nella serenità della fede la propria morte.

L’obbedienza al Padre in Cristo si configura per ogni sacerdote come obbedienza alla Chiesa nel servizio senza limiti al popolo cristiano. La vita del nostro fratello Giulio è stata vissuta così, in una obbedienza servizio alla comunità cristiana attraverso l’educazione alla vita sacerdotale di tanti giovani che ora, anche se già da anni sacerdoti, sentono di perdere con lui un padre ed un sicuro punto di riferimento. Obbediente servizio alla Chiesa nell’ufficio del più stretto e corresponsabile cooperatore al mio ministero episcopale e al ministero episcopale del mio venerato predecessore. E’ stato in questo duplice servizio soprattutto che il nostro fratello Giulio ha mostrato il suo spirito sacerdotale.

Prudente nelle decisioni, consapevole come era che il governo esige un grande rispetto delle persone ed una visione la più completa possibile di ogni circostanza rilevante, egli amava ripetere: "la vita è impastata di pazienza". Pazienza non era in lui né rifiuto di assumersi la responsabilità delle decisioni, né insipiente convinzione che il passar del tempo possa da solo risolvere i problemi, ma consapevole condivisione delle debolezze e dei bisogni degli uomini, attesa saggia della maturazione delle persone.

La presenza così massiccia delle autorità civili e le espressioni di cordoglio da loro ricevute in questi giorni riempiono il mio animo di gratitudine nei loro confronti, e nello stesso tempo indicano la rilevanza che l’opera del nostro fratello Giulio ha avuto anche nella società civile.

Il nostro fratello Giulio trovava la sorgente del suo impegno ecclesiale in una profonda vita di orazione, che si dimostrava nella quotidiana fedeltà a momenti ed atti di devozione, soprattutto eucaristica.

"Tutto è compiuto. E chinato il capo, spirò". La vita terrena del nostro fratello Giulio è compiuta e noi lo poniamo ora sull’altare assieme all’offerta di Cristo, perché essa sia sacrificio gradito al Padre che lo ha scelto ad essere ministro della sua Redenzione.

2. "Fratelli, la nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo". Ascoltando queste parole dell’apostolo non ho potuto non pensare a come questa trasfigurazione sia accaduta proprio nella malattia mortale del nostro fratello Giulio, nel disfacimento fisico.

Chi lo ha incontrato nelle ultime settimane di vita ed ha potuto intrattenersi con lui ha notato sempre più come il suo spirito fosse via sempre più distaccato in attesa della patria celeste. Ha voluto ricevere i Sacramenti cristiani della malattia in piena consapevolezza, offrendo la sua malattia per la nostra Chiesa. Nel progressivo disfacimento del corpo, si costruiva un’abitazione eterna nel cielo.

Esulti ora di gioia all’ombra delle ali del Signore: a Lui per sempre si stringa la sua anima, saziandosi come a lauto convito della beata visione del volto del Signore.