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DIGNITA’ E STATUTO PERSONALE DELL’EMBRIONE
Policlinico "A. Gemelli"
6 settembre2000

La nostra riflessione multi-disciplinare è mossa da una domanda fondamentale: che cosa è un embrione umano? Dalla risposta a questa domanda consegue coerentemente la risposta alla seconda questione fondamentale: come deve essere trattato l’embrione umano? La mia conferenza, introduttiva a tutto il Congresso, cercherà di rispondere alle due domande suddette, e pertanto si articolerà in due punti corrispondenti. Ovviamente, devo farlo in modo molto sintetico, per rimanere rigorosamente entro il tempo assegnatomi.

1. STATUTO PERSONALE DELL’EMBRIONE

la risposta alla domanda "che cosa è l’embrione umano?" può essere cercata nella modalità propria con cui la biologia cerca la risposta alle sue domande, o nella modalità propria della filosofia, o nella modalità propria della teologia. Esiste quindi una risposta biologicamente dimostrata, una risposta filosoficamente dimostrata, ed una risposta teologicamente dimostrata. Cioè: dimostrata secondo la metodologia propria a ciascuno dei tre approcci alla realtà, e quindi verificabile/falsificabile secondo la stessa.

Ho parlato di "tre approcci alla realtà". Infatti, e l’osservazione è solo apparentemente banale, non esiste una stessa domanda alla quale, nel modo propria a ciascuna, risponde la biologia, la filosofia, e la teologia. Ma il modo stesso con cui il teologo interroga la realtà, più precisamente il modo con cui il biologo istituisce un rapporto di conoscenza colla realtà, è diverso da quello del filosofo e del teologo. In sostanza: la domanda "che cosa è un embrione umano?" non ha esattamente lo stesso significato per il biologo, il filosofo, ed il teologo. Siamo dunque condannati [la conoscenza umana è condannata] a costruire un sapere umano configurabile come una casa con tanti piani, ma senza … scale ed ascensori? Si e no.

Non siamo condannati a questo, mera coabitazione pacifica più o meno di tanti saperi, se siamo convinti che: (a) l’essere [la realtà] è uno, e che quindi ogni sapere umano è esplorazione dello stesso territorio fatto con una strumentazione diversa; (b) la verità [l’adeguarsi della facoltà conoscitiva alla realtà] è un termine "analogico" e non di proprietà esclusiva di un sapere solamente.

Siamo condannati alla mera coabitazione di tanti saperi, se siamo schiavi del pregiudizio che: (a) non ogni sapere attinge la realtà [pregiudizio materialista], riducendo la realtà a ciò che è conoscibile da una sola metodologia: (b) giudicando vere/false solo le proposizioni che esprimono una conoscenza, e non altre, riducendo queste altre a proposizioni sulle quali sarebbe privo di senso chiedesi se siano vere o false [pregiudizio scientista].

Non è questo il luogo, ovviamente, di dimostrare l’irragionevolezza dei due pregiudizi suddetti. Mi si consenta di dire semplicemente, al riguardo, quanto segue.

L’apertura originaria dell’uomo alla [verità della] realtà, all’essere nella sua intelligibilità è una delle dimensioni essenziali del modo proprio dell’uomo di dimorare nel mondo con gli altri uomini. Questa apertura è una, ma si realizza in tre modalità fondamentali: scientifica, filosofica e teologica. L’affermazione antropologica secondo la quale l’interesse per la verità è costitutivo dell’uomo, è l’unico presupposto per capire che non ci può essere una verità biologica accanto ad una verità filosofica e/o teologica, ma solo verità integrale l’una con l’altra.

Da ora in poi procederò cercando di mostrare come la risposta alla domanda "che cosa è l’embrione umano?" debba essere costruita per successive integrazioni, o superiori punti di vista.

1,1: l’embrione umano è un "individuo appartenente alla specie umana" [è un "individuo umano"]. E’ questa la risposta che oggi, credo di poter dire pressoché unanimemente, viene data dalla biologia alla nostra domanda. Non ho la competenza, non è necessario farlo davanti a un pubblico come il vostro, per esporre lungamente questa risposta. Allo stato attuale, "la induzione logica dei dati forniti dalle scienze sperimentali conducono all’unica possibile conclusione, e cioè che, a parte fortuiti eventi di disturbo, alla fusione di due gameti un nuovo reale individuo umano incomincia la propria esistenza, o ciclo vitale, durante il quale – date tutte le condizioni necessarie e sufficienti – realizzerà autonomamente tutte le potenzialità di cui è dotato. L’embrione, pertanto, dal tempo della fusione dei gameti è un reale individuo umano, non un potenziale individuo umano" [A. Serra e R. Colombo, Identità e statuto dell’embrione umano: il contributo della biologia, in Pontifica Accademia Pro Vita, Identità e statuto dell’embrione umano, LEV, Città del Vaticano 1998, pag. 146].

1,2. La risposta data dal biologo [embrione = individuo umano] viene ripresa dal filosofo da almeno due punti di vista.

L’individualità infatti connota per il filosofo il modo più alto di essere di un essente. In contraddizione con la concezione platonica secondo la quale l’autenticamene essente è una forma universale, astratta ed eterna, è stato Aristotele il primo ad affermare che l’autenticamente essente è l’individuo nella sua insostituibile irripetibilità, non afferrabile con nessun concetto generale. Benché la tradizione platonica abbia comunque percorso tutta la cultura occidentale, non ho dubbi nel ritenere che la riflessione aristotelica sia un guadagno definitivamente acquisito. "In relazione ad una forma generale astratta, l’esistente concreto è reale in un senso superiore" [J. Seifert, Essere e persona. Vita e Pensiero ed., Milano 1989, pag. 322].

Questa dunque è la prima integrazione filosofica: l’embrione in quanto individuo umano appartiene al modo di essere più perfetto.

La seconda integrazione è uno sviluppo della prima, e giunge alla scoperta dell’intera risposta filosofica alla domanda "che cosa è l’embrione umano?". Ed è quindi il momento filosoficamente più importante.

L’essere un individuo non è solo dell’uomo: tali sono anche piante ed animali. Esiste un modo di essere individuo specifico ed esclusivamente proprio dell’uomo? E’ il modo connotato dal termine "persona": l’integrazione del concetto [biologico] di "individuo" nel concetto [filosofico] di "persona" costituisce la risposta filosofica alla nostra domanda.

L’individuo, biologicamente inteso, ha tre priorità fondamentali che caratterizzano il processo epigenetico, che C.H. Waddington definisce come "l’emergenza continua di una forma da stadi precedenti" [cit. da A. Serra e R. Colombo, op. cit. pag. 143]: l’unità coordinata dell’essere, la continuità dello stesso essere, la gradualità dello sviluppo. Si noti bene che sono proprietà affermate dalla biologa. In sintesi: rimanendo lo stesso identico individuo, l’embrione umano sviluppa gradualmente se stesso, in un processo dove le singole cellule sono integrate.

Prima di compiere quell’integrazione filosofica di cui parlavo, debbo ora fare una parentesi di enorme importanza. Attraverso una dimostrazione filosofica, si arriva a concludere che alcune operazioni compiute dall’uomo [in questo momento non sto parlando dell’embrione], quali il pensare o la libera scelta o l’amore ablativo, esigono la presenza di un principio puramente spirituale non riducibile alle sue operazione o all’insieme di queste. Questo principio spirituale, comunemente chiamato "anima", informando il corpo costituisce, fa essere la persona [= è causa formale della persona]. La persona è tale, cioè persona, in ragione del suo essere una sostanza spirituale che "informa" un corpo.

Ed ora ritorno al nostro problema dell’embrione. Esso appare al biologo un individuo con le tre proprietà sopra indicate. In ragione e a causa del suo essere "individuo spirituale", in quanto dotato di spiritualità l’individualità umana raggiunge un modo di essere non posseduto da nessun altro individuo. Questo modo di essere è indicato precisamente dalla parola "persona". Vediamo come, passando in rassegna breve ogni singola proprietà.

(A) L’unità interiore raggiunge una modalità essenzialmente diversa, in quanto in forza del suo essere spirituale l’individuo-persona è un "io" consapevolmente centro o soggetto di attribuzione di ogni attività.

(B) La permanenza dello stesso soggetto, la continuità, ci è attestata dalla nostra consapevolezza con un grado di certezza, come bel vide Agostino, che non è posseduta da nessuna altra conoscenza.

(C) La gradualità nel processo di sviluppo assume il carattere di una "storia", nella quale è sensato parlare di un passato, presente e futuro che non misurano semplicemente lo scorrere del tempo.

L’individualità raggiunge nella persona un’intensità di essere che fa della persona una realtà essenzialmente diversa dagli individui che non sono persona, che non sono cioè soggetti spirituali. In un certo senso, l’individualità scoperta della biologia bel caso dell’uomo si realizza nella sua forma più alta: la persona è l’essere per eccellenza.

Ed è a questo punto che sorge … la classica domanda. Se l’essere-persona è costituito dallo spirito, qualora l’individuo-embrione non fosse "animato" fin dal momento della singamia, coerentemente si dovrebbe negare allo stesso [embrione] il carattere di persona ed accontentarsi di quello di individuo. E pertanto individualità umana non coinciderebbe con persona umana: ci sarebbero individui umani che non sono persone, mentre non ci sarebbero persone che non siano individui. In logica si direbbe: "individuo" denota un genere; "persona" una specie. Ci sarebbe il "genere-uomo" cui appartengono tutti gli individui umani e la "specie-uomo" cui appartengono tutte e sole le persone umane.

Chi sostiene una tale posizione, deve anche sostenere che l’essere persona aggiunge "qualcosa" che non è posseduto necessariamente da chi è solo individuo. Che cosa? Normalmente si dice la coscienza di sé, la capacità di operazioni cosiddette superiori. Ma allora ci troviamo di fronte ad un singolare dilemma: o questo plus è potenzialmente presente nell’individuo umano oppure non è potenzialmente presente. Se è vera la prima alternativa, allora l’individuo-embrione ha in sé proprietà essenziali tali da essere soggetto portatore di quelle particolari proprietà di cui si tratta. Ora essere-persona non coincide con il possesso delle proprietà suddette, ma semplicemente con la capacità di essere soggetto di quelle proprietà.

Se si afferma che quelle proprietà non sono potenzialmente presenti nell’individuo umano, si deve dire che l’essere persona coincide semplicemente e puramente con il possesso attuale di quelle proprietà. Se questo possesso attuale cessa, deve cessare anche l’essere persona. Ma credo che ben pochi siano disposti ad accettare questa conclusione, dal momento che la privazione totale di quelle proprietà non comporta l’annichilamento ontologico della persona.

Da ciò deriva una conseguenza assai importante. Parlare di "persona potenziale" come non coincidente con "persona in atto" è un non senso. Il passaggio dalla potenzialità alla realizzazione della medesima non muta la natura di un essere, ma al contrario la realizza: nessuno diventa ciò che non è. Esistono solo persone in atto che sono sempre in grado di perfezionare il loro essere attraverso l’esercizio delle proprie facoltà [E’ la classica distinzione fra "atto primo" ed "atto secondo" o agire propriamente detto].

Ritengo di aver dimostrato che già da un punto di vista logico, si deve pensare che ogni individuo umano è persona e che quindi ogni individuo umano fin dal momento del suo concepimento è spiritualmente animato.

1,3. La risposta data dal biologo integrata dalla riflessione filosofica viene integrata nella risposta della teologia: l’embrione umano è un individuo-persona creato da Dio a sua immagine e somiglianza.

L’affermazione teologica pone una relazione unica nell’universo dell’essere visibile creato fra l’uomo, ogni uomo e quindi anche l’embrione e Dio. Sia quanto all’origine: ogni embrione umano è creato da Dio in ragione del principio spirituale che lo informa; sia quanto alla sua destinazione finale: ogni uomo è immediatamente destinato alla vita eterna con Dio.

Ne deriva che la presenza di Dio nell’uomo è singolare: solo l’uomo è "immagine e somiglianza di Dio": questo è vero di ogni uomo.

Ho terminato la risposta alla prima domanda: che cosa è l’embrione umano? E’ un individuo personale creato ad immagine e somiglianza di Dio. Ma non posso terminare questo punto della mia riflessione senza richiamare l’attenzione su un grave equivoco in cui possiamo incorrere. Ed il modo con cui lo costruito la risposta mirava anche precisamente a togliere questo equivoco. Quando dico "l’individualità umana dell’embrione è un dato della biologia", e poi dico "la personalità dell’embrione è un dato filosofico", non devo dimenticare neppure un istante che sto parlando sempre dello stesso identico e concreto uomo e che parlare di un "uomo dal punto di vista biologico" o "… filosofico" o "… teologico" è un parlare per astrazioni concettuali. Se dico che solo la persona esige rispetto assoluto, e non l’embrione che è solo individuo e quindi lo sopprimo, io non ucciso un "punto di vista", quello biologico, ma purtroppo uccido un uomo.

2. LA DIGNITA’ DELL’EMBRIONE

L’ultima osservazione ci ha introdotti nel secondo punto della riflessione, quello che deve rispondere alla domanda "come deve essere trattato un embrione umano?". E’ la domanda etica.

Agostino ha individuato due modi fondamentali di trattare una realtà, indicandoli con due verbi latini: uti – fini. Il primo indica un trattamento che si configura come uso della realtà, cioè mi servo della realtà come di un mezzo per un fine ritenuto più degno di essere voluto. Il secondo Verbo latino indica un trattamento che si configura come affermazione della realtà in sé e per sé, per cui la realtà non è finalizzata ad altro da se stessa come a cosa più importante. La distinzione agostiniana descrive perfettamente ciò che noi viviamo ogni volta che noi facciamo una scelta che ci ponga in rapporto con una determinata realtà.

Da questo deriva che può esigere di non essere usata solo quella realtà che a causa ed indagine del suo essere, del suo statuto ontologico occupar il vertice dell’universo creato: l’uso infatti implica una subordinazione della realtà usata alla realtà-fine. Ma nell’universo creato esiste solo una realtà che goda di una tale dignità antologica: la persona. Per le ragioni che abbiamo detto nel punto precedente. Quindi l’embrione umano deve essere trattato come persona: mai cioè come mezzo, ma sempre come un fine. Non esiste una realtà creata che sia più che persona e quindi che valga più che la persona: il bene dell’intero universo è minore del bene di una sola persona e questa non può essere finalizzata a quello.

Queste formulazioni sembrano essere così astratte da non poter minimamente regolare la nostra attività. Non è così. Esse per esempio sono immediatamente operative per esempio nel campo della sperimentazione e della procreatica artificiale.

Abbiamo una duplice conferma, in positivo ed in negativo, nella storia dell’uomo.

In positivo. Vi sono sempre state persone discriminate in ragione del fatto che erano prive di "qualcosa" che altri avevano: schiavi, barbari, donne … L’umanità ha sempre cercato di eliminare queste discriminazioni richiamandosi al puro e semplice fatto che si trattava di esseri umani. Il solo fatto di essere uomini è stato progressivamente considerato titolo necessario e sufficiente per meritare di essere trattati non come mezzi, ma come fine.

In negativo. Quando di richiede un titolo ulteriore, è perché qualcuno ha già deciso prima che esistono uomini che non meritano un rispetto assoluto. La distinzione fra individuo e persona è spesso usata per giustificare semplicemente l’uso di embrioni, anche tale da portare alla loro morte.

L’affermazione pura e semplice dell’umanità di ogni individuo umano, come base sufficiente della dignità di fine propria di ogni individuo è l’affermazione su cui di gioca il furto della nostra civiltà umana.