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"Giovanni Paolo II, un grande pontefice immerso nel mistero"
Editoriale di Avvenire-Bologna Sette, 1 maggio 2011


Ho incontrato la prima volta Giovanni Paolo II la sera del 21 gennaio 1981. Fu durante la cena, ma il colloquio poi continuò alla colazione della mattina seguente. Mi chiese di fondare l’Istituto di Studi sul Matrimonio e la Famiglia come aveva proposto il Sinodo dei Vescovi celebratosi nell’ottobre 1980.

Da quell’incontro in poi, il Signore mi fece il dono incomparabile di trascorrere molti momenti con Giovanni Paolo II, di cui fui anche ospite varie volte durante l’estate a Castel Gandolfo. Furono momenti indimenticabili.

Molte cose ovviamente devono rimanere coperte dalla doverosa discrezione. Ma ci furono tre cose che mi colpivano sempre profondamente nel beato Giovanni Paolo II.

La prima era la sua permanente immersione nel Mistero attraverso una preghiera continua: quell’uomo pregava sempre. La cosa mi colpì così profondamente che una volta gli chiesi: "Santo Padre, come fa a pregare sempre? Lo insegni anche a me". La sua risposta fu: "E chi vi ha detto che prego sempre?" e cambiò discorso. Capii che era un inviolabile segreto fra lui e il suo Signore.

Quando verso sera, prima della cena, nei giorni miei a Castel Gandolfo, lo accompagnavo lungo i viali del giardino, terminavamo il Santo Rosario davanti ad una statua della Madonna di Lourdes. Il Santo Padre si inginocchiava e si immergeva in preghiera: non dimenticherò mai quella scena.

La seconda cosa che mi colpì in Giovanni Paolo II era la sua povertà. In coscienza mi sento di dire che san Francesco non aveva uno spirito di povertà maggiore. Anche se, ovviamente, il contesto in cui vive un Papa è ben diverso. L’altra "faccia della medaglia" della vera povertà è l’umiltà. Un solo particolare. Ho partecipato più volte a discussioni preparatorie a documenti assai importanti del Magistero, presiedute dal Santo Padre. Egli ascoltava tutti con grande attenzione; in qualche maniera non lasciava cadere nessun intervento, e ringraziava sempre.

La terza cosa che mi colpì era il suo coraggio nel testimoniare la verità di Cristo e dell’uomo. Egli le vedeva sempre gerarchicamente connesse. Una volta mi disse che il più profondo insegnamento del Vaticano II sull’uomo si trova nella seguente affermazione: "In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo" (Gaudium et spes 22).

Ritrovo in questo coraggio quella caratteristica propria dei santi e che i Dottori della Chiesa chiamano la "composizione degli opposti". L’umiltà di Giovanni Paolo II si univa alla coscienza di una dignità incomparabile; alla coscienza di possedere in Cristo l’intera verità sull’uomo. L’amico più grande di Giovanni Paolo II, il padre Tadeusz Styczen, suo successore sulla Cattedra di Etica all’Università di Lublino, mi raccontò il seguente episodio. Egli una domenica si trovava in piazza San Pietro all’Angelus. Terminato il quale, salì a pranzare col Santo Padre che a tavola si mostrò disfatto dalla fatica e dalle preoccupazioni. "Santo Padre" gli disse "ma, pochi minuti orsono, alla finestra mentre parlavate, dimostravate una forza straordinaria; come mai ora vi vedo così stanco?". "Alla finestra" rispose "c’era Cristo che parlava in me; ora sono semplicemente quello che sono".

Chi ha fede possiede Cristo, anzi è posseduto da Cristo. E questo è tutto!

Grazie, Santo Padre, di avermelo insegnato.