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Giovedì Santo, Santa Messa Crismale
Cattedrale di S. Pietro, 9 aprile 2009


1. "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Cari fratelli, la divina Parola scritta ci introduce nell’intimo della coscienza che Gesù aveva di Se stesso. La vocazione e la missione dell’anonimo profeta che ci ha parlato nella prima lettura, erano la prefigurazione della vocazione e della missione del Verbo incarnato. Gesù ha la consapevolezza che quelle parole furono dette al profeta in vista di Lui, e che esse in Lui si adempivano.

L’origine della missione redentiva di Gesù è la potenza dello Spirito Santo. Nei versetti precedenti a questi, l’evangelista aveva scritto: "Gesù ritornò in Galilea colla potenza dello Spirito Santo" [Lc 4,14]. È questa potenza che "manda", che spinge Gesù – "mi ha mandato" – all’annuncio di quella Parola che ha il potere di liberare i prigionieri, di illuminare i ciechi, di rimettere in libertà gli oppressi.

Con queste parole viene adombrato l’intero contenuto dell’atto redentivo di Cristo: nella sua dimensione divina e nella sua dimensione umana.

Nella sua dimensione divina. Essa è adombrata dalle parole divine: "lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato". La missione redentrice di Cristo ha la sua origine nell’Amore. Un Amore che non indietreggia neppure di fronte al sacrificio di Se stesso sulla Croce: "Ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue".

Nella sua dimensione umana. È ad un uomo prigioniero, cieco ed oppresso che il Figlio è mandato. L’atto redentivo di Cristo ridona all’uomo la grandezza, la dignità ed il valore propri della sua umanità. Nell’atto redentivo di Cristo l’uomo è veramente ri-generato e come creato di nuovo, reintegrato nella sua originaria verità: "ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre". La dignità dell’uomo è una dignità regale e sacerdotale.

2. Cari fratelli sacerdoti, concelebriamo oggi i divini Mistero per ricordare il nostro dies natalis. E alla luce della Parola di Dio possiamo avere una qualche comprensione di ciò che è accaduto in noi in quel giorno.

Ciascuno di noi, in forza dell’efficace segno sacramentale, è stato inserito e come radicato nella missione redentiva di Cristo.

Commentando questo testo, Origene scrive: "Guardatevi dal considerare fortunati solamente chi poteva ascoltare Cristo, e voi invece privati della sua predicazione. Se la Scrittura dice la verità, Dio non ha parlato solamente nelle sinagoghe dei giudei, ma Egli parla anche oggi nella nostra assemblea, e non solamente qui, nella nostra, ma nelle altre e nel mondo intero. Gesù insegna e cerca strumenti per trasmettere la sua parola" [Homelies in Luc XXXII, 2; SCh 87, pag. 387].

Al fatto sacramentale oggettivo deve corrispondere la nostra appropriazione soggettiva. La nostra esistenza quotidiana deve dimorare costantemente dentro la sfera del mistero della redenzione, che è il principio fondamentale della nostra vita e della nostra azione.

Che cosa significa questo esistenzialmente? in che modo ciascuno di noi può entrare nella coscienza che Cristo ha della sua missione redentiva, per appropriarcene, se così posso dire, profondamente? Cari fratelli, questo è il problema fondamentale della nostra esistenza sacerdotale: non altri.

Che cosa questo significhi lo abbiamo appreso durante quest’anno da S. Paolo, nostro compagno di viaggio durante tutti questi mesi.

È una vera e propria espropriazione di se stessi, perché Cristo – il suo amore per l’uomo, la sua passione per la dignità dell’uomo – prenda possesso del nostro io. È un vero e proprio cambiamento della nostra identità esistenziale. Sono stato espropriato del mio proprio io, e sono stato inserito nella missione redentiva di Cristo. Questo evento grandioso che ha avuto inizio nel nostro dies natalis, e che dolorosamente o gioiosamente, accade in ogni giorno del nostro sacerdozio, ha una cifra sua propria: l’amore; l’amore di Cristo e l’amore dell’uomo. La nostra vita sacerdotale è abitata dalla logica dell’amore. Se vi introduciamo altri ospiti, ci consegniamo ad un destino di infelicità.

3. Quali sono i segni di questa logica? Il dono che il Signore ci ha fatto del carisma della verginità, la solenne promessa che abbiamo fatto di obbedienza, la decisione di vivere uno stile di vita povero ed austero.

Cari fratelli, fra poco rinnoveremo le nostre promesse. Fuori dalla logica dell’amore, esse cambiano totalmente senso, e possono diventare un peso insopportabile. La castità perfetta e perpetua diventerebbe semplicemente e solamente rinuncia ad un bene umano fondamentale: e chi può costruire se stesso su una rinuncia? L’obbedienza diventerebbe nel miglior dei casi la condizione per un’efficace conduzione aziendale. L’austerità della vita sarebbe presto vittima dell’onnipresente logica consumistica in cui siamo immersi.

Nella nostra castità si rifrange il dono che Cristo fa di Se stesso alla sua Sposa, la Chiesa. Nel consenso della nostra obbedienza si riproduce l’obbedienza del Cristo "fino alla morte, e alla morte di croce". Nella nostra rinuncia a beni si risplende la percezione che abbiamo dell’unico bene creato eterno: la persona umana da redimere.

Mi piace allora concludere con le parole che S. Caterina scrisse ad un sacerdote: "Adunque voglio che ci destiamo dal sonno della negligenza, esercitando la vita nostra in virtù col lume; acciocché in questa vita viviamo come angeli terrestri, annegandoci nel sangue di Cristo crocefisso, nascondendoci nelle piaghe dolcissime sue. Altro non vi dico: permanete nella santa e dolce dilezione di Dio" [Le Lettere, Ed. Paoline, Milano 1987, pag. 1483].