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Giovedì Santo. Santa Messa crismale
Cattedrale di San Pietro, 5 aprile 2012


Uniti dal vincolo sacramentale nello stesso presbiterio, celebriamo nella gioia il dies natalis del nostro sacerdozio. Oggi esiste un particolare legame fra la nostra Cattedrale, dove ci troviamo, ed il Cenacolo dove il santo sacramento del nostro sacerdozio è stato istituito.

Esso pertanto nasce in rapporto originario coll’Eucaristia, a cui "tende e trova compimento il ministero dei presbiteri" [Decr. Presbyterorum ordinis 2, 4; EV 1, 1247]; Eucaristia profeticamente significata dalla lavanda dei piedi fatta dal Signore agli apostoli.

Abbiamo così i due referenti fondamentali per scoprire la verità del nostro sacerdozio, le due coordinate che assegnano alla nostra esistenza lo spazio in cui deve muoversi.

1. Il primo referente è l’Eucaristia, la sua celebrazione. In essa il nostro sacerdozio raggiunge il suo vertice, ed esprime in grado eminente la sua verità, poiché si dà una vera e propria identificazione del nostro io con l’io di Cristo.

"Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi". È come se Cristo dicesse: "questo sono io in carne ed ossa, che si offre in sacrificio per voi". Ciascuno di noi si identifica sacramentalmente, celebrando l’Eucaristia, con Cristo; è immerso dentro al suo io, e lo rende sacramentalmente presente.

Questa misteriosa ma reale identificazione sacramentale può forse realizzarsi alla periferia, alla superficie della coscienza che ciascuno di noi ha di se stesso? o non chiede piuttosto di porsi al suo centro e di plasmare tutta la nostra esistenza? il nostro modo di pensare, di valutare, di affezionarci, di essere persone libere? non dovremmo poter echeggiare le parole di Paolo, "non sono più io che vivo, ma è Cristo che si offre in sacrificio, che vive in me"?

Quale sia il significato e la portata esistenziale di ciò che vi sto dicendo, è manifestato dalla lavanda dei piedi, il secondo fondamentale referente per scoprire la verità del nostro sacerdozio.

Cari fratelli, voi certamente ricordate come inizia il racconto: "sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" [Gv 13, 1].

"Passare da questo mondo al Padre – amare sino alla fine": è l’amore senza limiti che fa uscire Gesù da questo mondo di morte alla vita nuova, quella incorruttibile di Dio. È solo l’amore con cui facciamo della nostra persona un sacrificio offerto a Dio per ogni uomo, che ci fa uscire dal deserto delle nostre solitudini e ci unisce in Cristo ad ogni uomo.

La natura e la logica della nostra identificazione sacramentale con Cristo infatti è tale per cui non puoi essere unito con Cristo, se non sei unito con tutti gli uomini. Ogni evasione dalla storia, dalla vita tribolata di ogni uomo, è inammissibile nel sacerdote. Ogni rischio di diventare una casta e, cari fratelli, questo rischio esiste: [nessuno di noi ha il problema della casa, nessuno di noi rischia di perdere il lavoro, dal momento dell’ordinazione abbiamo assicurato lo stipendio], va combattuto al suo nascere.

Essere uniti con tutti vuol dire essere uniti, come ci ha detto il profeta, con chi ha il cuore spezzato e con chi è privo di libertà; con coloro che sono umiliati e oppressi; con coloro che sono emarginati e disprezzati; con chi è disperato e divorato dal non-senso.

Cari fratelli sacerdoti, questa è la dimensione vera della nostra esistenza: vivere immersi nell’Atto – eucaristicamente sempre presente – di Cristo che dona se stesso per ogni uomo.

Questa "immersione" nella sua logica più profonda ci porta ad assumere sulle nostre spalle ogni persona col peso della sua miseria, della durezza del suo mestiere di vivere. A questa profondità, successi/insuccessi apostolici non ci turberanno più; la insidia della tristezza del cuore sarà vinta. Questa è la vera vita.

2. Vorrei, cari fratelli, fermarmi un momento su questo punto per dirvi, se il Signore mi sostiene, una parola di consolazione.

A volte siamo tentati di pensare che l’estraniarsi da Dio da parte del mondo in cui viviamo, sia un processo inarrestabile. Che la costruzione di una cultura, di una civiltà a prescindere da Dio, sia un’operazione risultata vincente e senza ritorno. La conseguenza potrebbe essere di sentirci come dei "residui" di un passato ormai tramontato. Ci viene da pensare che la stessa Chiesa sia come una sorta di "azienda" in fallimento. Le tentazioni di rifugiarsi in evasioni pseudo monastiche o spiritualistiche possono attrarci: la "fuga dal mondo".

Cari fratelli, non è al lavoro apostolico che in primo luogo vi esorto. Conosco il vostro eroismo quotidiano, e ne resto sempre edificato. Ma Gesù ha detto agli apostoli, che stavano per affrontare un mondo non meno estraneo del nostro, la parola decisiva: "io ho vinto il mondo; questa è la vittoria che vince il mondo: la vostra fede". É la fede la nostra forza in un mondo privo di Dio.

La S. Scrittura dice di Mosè che "stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto … rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile" [Eb 11, 26. 27]. E fu questa fede che gli fece portare il peso immenso di generare il popolo di Dio; che portò dodici poveri uomini ad entrare con coraggio nel paganesimo: non lamentandosi del mondo, ma proponendo Cristo.

È di fede che siamo chiamati a vivere; è la fede che chiediamo al Signore: essa è la vera terapia nostra e del mondo. L’Anno della fede per il nostro presbiterio deve essere un momento di grazia. "Ma se non crederete" ci dice il profeta "non avrete stabilità" [Is 7, 9].

3. La luce, ogni volta che apriamo gli occhi, è ciò che vediamo e ciò per cui vediamo. L’Atto di Cristo eucaristicamente reso presente dalla nostra identificazione sacramentale a Lui, svolge eminentemente questo ruolo.

Mediante la fede tu vedi nella realtà l’Atto di Cristo, il compiersi del mistero della redenzione; e nella luce dell’Atto di Cristo tu vedi ogni realtà. In primo luogo te stesso.

Che cosa significa concretamente vedersi in questo modo? Non poter vivere se non nella castità perfetta, nell’obbedienza senza compromessi alla Chiesa, nella povertà vera. La rinnovazione delle promesse sacerdotali che faremo fra poco rientra in questa logica cristologica. Essa non è semplicemente un atto di onestà naturale: i galantuomini mantengono la parola data. La rinnovazione delle promesse sacerdotali è l’espressione di una logica esistenziale; è un "non poter vivere che in questo modo". È il respiro dell’eternità dell’Atto di Cristo dentro la nostra esistenza quotidiana.

"A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a Lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen".