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Santa Messa crismale - Giovedì Santo
Cattedrale di San Pietro, 1 aprile 2010


La preghiera che la Chiesa ha messo sulle nostre labbra all’inizio di questa celebrazione, ci ha pienamente introdotti nei grandi misteri che costituiscono il suo contenuto.

"O Padre, che hai consacrato il tuo unico Figlio con l’unzione dello Spirito Santo": celebriamo il mistero dell’unzione del suo Figlio unigenito da parte del Padre.

"Concedi a noi, partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza": celebriamo il mistero della nostra partecipazione alla consacrazione-unzione del Cristo.

Sono questi i due misteri che celebriamo, che diventano comandamento-missione per tutti noi: essere testimoni nel mondo dell’opera salvifica di Cristo. Saranno questi i tre momenti della nostra riflessione mistagogica, pensati alla luce del S. Curato d’Ars, scelto dal S. Padre per essere aiutati a cogliere l’identità profonda del nostro sacerdozio.

1. Cari fratelli nel sacerdozio, l’essere del sacerdote – come ci insegna esplicitamente la lettera agli Ebrei [cfr. 5,1] – consiste nel porsi fra Dio e l’uomo: "presi, al momento dell’Ordinazione, fra gli uomini, veniamo anche noi costituiti per il bene degli uomini nelle cose che riguardano "Dio". È a causa di tutto ciò, che nessuno può attribuirsi da solo una tale posizione: è Dio solo che gliela può conferire. Così è stato per Aronne. Così è stato per Cristo. È il primo grande mistero che stiamo celebrando: l’unzione-consacrazione sacerdotale di Cristo, ricevuta dal Padre per opera dello Spirito Santo.

In che cosa veramente consiste questa unzione? L’identità filiale di Gesù non bastava. Lo poneva dalla parte di Dio in modo unico, ma non dalla parte dell’uomo. Il Verbo ha bisogno di essere inviato dal Padre nella nostra natura umana: in questo senso l’Incarnazione è l’unzione sacerdotale del Verbo. Ma non in senso completo, perfetto. Egli deve stringere un legame indissolubile con la condizione umana non solo nella sua consistenza di creatura, ma con la condizione umana implicata in una storia di peccato: "nella condivisione della carne di peccato", dice Paolo [Rom, 8,3]. A quale profondità incomprensibile giunga questa condivisione, è ancora l’Apostolo a dirlo: "colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore" [2Cor 5,21].

Ma c’è una seconda e più profonda dimensione dell’unzione-consacrazione del Verbo fattosi carne ad opera dello Spirito Santo. Egli offre se stesso "con uno Spirito eterno". La carne condivisa era una "carne di peccato". Essa doveva essere liberata dalla sua chiusura in se stessa: doveva essere consumata e trasformata dal fuoco dello Spirito. La divina filiazione, che è eterna, trasforma la carne di peccato assunta dal Verbo, mediante l’obbedienza, fino alla morte ed alla morte di Croce. "Cristo è stato un sacerdote efficace, perché aveva in lui lo Spirito Santo, che gli ha comunicato, per così dire, la forza ascensionale necessaria per elevare la nostra natura umana fino a Dio" [A. Vanhoye].

È mediante la Passione che il Verbo incarnato viene unto-consacrato perfettamente, e reso capace di esercitare il suo sacerdozio.

2. La forza del sacramento che abbiamo ricevuto ci ha reso partecipi della unzione-consacrazione del Figlio unigenito: è il secondo mistero che stiamo celebrando. Siamo introdotti alla sua comprensione dal S. Curato d’Ars, più precisamente dalla modalità costante con cui egli ha vissuto questo mistero, la coincidentia oppositorum: la coincidenza della coscienza della sua indegnità colla coscienza della dignità immensa del suo sacerdozio. "In modo che l’umiltà servisse tutta a far percepire e a far risaltare l’immensa dignità del sacerdozio ricevuto ed esercitato, e la percezione di tale dignità servisse a purificare e a rendere sacro ed incandescente … quell’abisso di umiltà nel quale, sempre più, egli scendeva" [A. Sicari].

È in questa coincidentia oppositorum che possiamo avere una qualche comprensione di quella partecipazione all’unzione sacerdotale di Cristo, che definisce la nostra identità.

Cari fratelli, questa partecipazione non va pensata immediatamente in termini etici. Essa cambia la nostra condizione ontologica, e in ordine all’uomo e in ordine al mistero di Dio.

In ordine all’uomo: ne condividiamo il destino, fino in fondo. La nostra partecipazione all’unzione di Cristo ci rende esseri di condivisione della condizione umana. Nel nostro cuore si fa presente tutto il dramma dell’esistenza di quelle persone che ci sono affidate.

Due sono i segni, stavo per dire le stigmate, che dicono al mondo questa nostra condizione ontologica: l’obbedienza e il sacro celibato. La obbedienza: il sacerdote non è più a disposizione di se stesso; è stato espropriato di se stesso. Il sacro celibato: è la capacità di donarsi totalmente a ciascuno senza possedere nessuno né essere posseduto da alcuno; è la coincidentia oppositorum di un amore che si fa "tutto di tutti" [cfr. 1Cor 9,22] con un distacco da ciascuno. Se la nostra persona non fosse "stigmatizzata" da questi due segni – segnata a fuoco da essi – , il mistero della nostra partecipazione all’unzione di Cristo sarebbe come il seme seminato in un terreno roccioso.

In ordine a Dio: siamo in persona Christi capaci di portare l’uomo nel Santo dei Santi dell’intimità divina. E questo accade soprattutto quando celebriamo l’Eucaristia. La condivisone del destino dell’uomo [e della creazione intera] è in ordine a condurlo nella vita divina. Come vi ho detto molte volte: la celebrazione dell’Eucaristia è la cifra dell’esistenza sacerdotale. Come insegna il Vaticano II, il ministero dei presbiteri "ha come scopo che tutta la città redenta … si offra a Dio" [Decr. Presbyterorum ordinis 2; EV 1/1247].

3. Il sacramentum che celebriamo è mandatum: essere testimoni nel mondo dell’opera redentiva di Cristo. Come? testimoniando la presenza di Dio in questo mondo.

La temperie spirituale del nostro Occidente è costituita dall’accettazione, dalla convinzione che l’universo in cui viviamo non nasconde, non significa alcuna presenza che non sia a misura dell’uomo. Esiste solo la verità dei progetti tecnici dell’uomo. Si vive ugualmente bene anche in assenza di Dio. È questo il volto più tragico del nichilismo, non tanto il conseguente relativismo morale.

È questo il bisogno spirituale più profondo dell’uomo di oggi: sentire la presenza del mistero di Dio nella propria vita; avere la possibilità di toccare l’Infinito mentre vive dentro al finito.

Come renderemo testimonianza di Dio, del suo mistero e della sua Presenza a questo uomo? Nell’inferno del non-senso che furono i lager nazisti, dove ogni possibilità di avvertire la Presenza era estinta, P. Kolbe ha riconosciuto che c’era ancora una ragione per cui anche in quel luogo la vita poteva avere un senso: il dono di sé fino alla morte, come Cristo. Dio si è reso presente per sempre nella croce di Cristo. Cari fratelli: il dono di sé, l’amore senza limiti all’uomo, questa è la testimonianza dell’opera redentiva di Cristo. E questo è tutto!