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MESSA CRISMALE
Cattedrale Ferrara 12 aprile 2001

1. "Ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre". Venerati fratelli, benché queste parole ispirate abbiano originariamente un significato attinente ad ogni battezzato, oggi esse risuonano nel nostro cuore come parole riguardanti in modo specifico la nostra persona. "Ha fatto di noi un regno di sacerdoti": oggi celebriamo questo atto di Cristo che ci ha costituito suoi sacerdoti "per il suo Dio e Padre"; celebriamo il dies natalis del nostro sacerdozio.

Esso ha avuto origine da una decisione di Cristo alla quale noi abbiamo liberamente consentito. La storia di Davide ha prefigurato la storia di ciascuno di noi: "ho trovato Davide, mio servo, dice il Signore, con il mio santo olio l’ho consacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza". Ciascuno di noi è stato "trovato" dal Signore, fatto cioè oggetto di elezione e di predilezione. A ciascuno di noi è stata donata la forza dello Spirito Santo così che la nostra debolezza fosse sostenuta dalla mano del Signore e la nostra fragilità dal suo braccio.

Cristo "ha fatto di noi un regno di sacerdoti" per uno scopo ben preciso: "per il suo Dio e Padre", al Quale si deve "la gloria e la potenza nei secoli dei secoli". Viene in queste parole delineato in modo suggestivo il significato, la finalità del nostro sacerdozio: la gloria del Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Troviamo qui la vera chiave interpretativa del nostro sacerdozio. Ciò che ultimamente definisce una realtà infatti è il suo fine; ed alcuni testi neotestamentari ci aiutano grandemente a capire la finalità del nostro sacerdozio.

L’autore della lettera agli Efesini, dopo aver esposto il progetto del Padre sull’uomo, afferma che questo progetto si propone uno scopo ultimo: "a lode e gloria della sua grazia" [1,6], o più semplicemente "la lode della sua gloria" [1,12 e 14]. Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ha voluto quest’ordine della creazione, ha voluto questa precisa economia di salvezza perché essa rivelasse che Dio è "grazia e misericordia". E’ la gloria della sua grazia, lo splendore cioè del suo amore gratuito, che Dio ha voluto farci in primo luogo conoscere. Di questo divino progetto Cristo è "il testimone fedele", perché ne è "l’Alfa e l’Omega": il principio e il fine.

Il principio: Egli è il primo voluto, il primo pensato e ciascuna persona umana è stata benedetta con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Lui. In Lui è stata scelta prima della creazione del mondo, dal momento che ogni persona umana è predestinata ad essere figlio nel Figlio [cfr. Ef 1,3-5].

Il fine: tutta la realtà deve essere ricomposta in unità, ri-unita in Cristo. Il Padre riunisce la realtà disintegrata dal peccato in Cristo, somma e perfezione di tutto.

Poiché Cristo è di tutta la realtà "l’Alfa e l’Omega", Egli è "il Testimone fedele". E’ in Lui che noi conosciamo il Dio invisibile; è Lui che ce ne rivela interamente e definitivamente il progetto di grazia: Egli è la Verità.

Venerati fratelli, è dentro a questa economia di grazia che si colloca il nostro sacerdozio e da essa e solo da essa riceve il suo intero significato: siamo partecipi della consacrazione del Messia e Signore, come abbiamo pregato agli inizi di questa celebrazione, per essere "testimoni nel mondo della sua opera di salvezza".

E’ questa la nostra vera grandezza, qualunque sia l’apparente umiltà del nostro concreto servizio sacerdotale. Non degradiamo mai la nostra sublime dignità davanti alla nostra coscienza. Non sto parlando della degradazione morale: essa non è la più grave poiché Gesù Cristo vuole dimostrare in noi, per primi, tutta la sua magnanimità [cfr. 1Tim 1,16]. Sto parlando della degradazione della nostra dignità che può accadere a livello del giudizio estimativo di una ragione non più illuminata dalla fede, ipnotizzata dalla logica di questo mondo.

2. "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio". Quando Gesù nella sinagoga di Nazareth assicura che l’antica profezia ora si compie e che il tempo dell’attesa è finito, nello stesso tempo Egli indica anche la prima modalità nella quale il compimento avviene: viene annunciato ai poveri un lieto messaggio, viene proclamata ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista. Cristo cioè compie, realizza il progetto del Padre in primo luogo attraverso la predicazione del Vangelo. Da Lui ci viene, come scrive Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, "la grazia [il dono cioè] della verità" [cfr. Gv 1,37 b].

L’uomo si è perduto in primo luogo a causa dell’oscurarsi della sua ragione: perché "hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" [Rom 1,21]. Questo vaneggiamento della mente umana riguarda in primo luogo la conoscenza di Dio. Nello stesso Prologo, Giovanni dopo aver detto che il Verbo fatto carne ci dona la verità, aggiunge subito che Egli ci rivela il Padre [cfr. 1,38]. E l’Apostolo Paolo nella stessa pagina della lettera ai Romani descrive il vaneggiamento della ragione umana nel modo seguente: "essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore" [cfr. Rom 1,25]. Al vaneggiamento della ragione umana riguardo a Dio consegue sempre il vaneggiamento riguardo l’uomo: quando si cambia la verità di Dio con la menzogna, si finisce sempre di cambiare anche la verità dell’uomo con la menzogna.

Ma la pagina profetica ed evangelica ci aiuta anche a rispondere alla domanda più profonda: che cosa deve sapere l’uomo su Dio? Quando l’uomo conosce il vero volto di Dio? Quando lo conosce come Colui che libera i prigionieri, dona la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi. In una parola: come il Dio di grazia e di misericordia; come Dio che in Cristo si interessa supremamente dell’uomo; come Dio la cui gloria consiste nel fatto che l’uomo viva. La profezia si compie perché Cristo rivela che questo è il vero Dio.

Partecipi come siamo della consacrazione messianica di Cristo, l’"oggi" di cui si parla nel Vangelo non tramonta mai perché noi siamo ora i testimoni fedeli dell’opera di salvezza. Questo significa: siamo mandati a predicare il Vangelo della grazia e della misericordia. Il primo servizio salvifico che siamo chiamati a compiere è il servizio alla verità: alla verità su Dio, alla verità sull’uomo.

Questo servizio esige che noi dimoriamo nella Rivelazione donataci dalla parola di Cristo e che la Sua parola dimori abbondantemente in noi. Lo studio abituale della S. Scrittura, la sua lettura quotidiana e meditata deve essere la nostra occupazione principale. Sia essa la nostra delizia, il pascolo prediletto della nostra mente. Ogni altro studio, pure necessario, sia in qualche modo sempre orientato a capire meglio la S. Scrittura. Non posso non citare un testo famoso di S. Gregorio Magno: "Cos’è la S. Scrittura, se non una lettera di Dio Onnipotente alla sua creatura? … dedicati dunque allo studio, ti prego, e medita ogni giorno le parole del tuo Creatore: impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio" [Ep. IV, 31; PL77,706].

Ma il servizio messianico del Signore si realizza compiutamente nell’offerta di Se stesso sulla Croce: "ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue".

Venerati fratelli, è ciò che è accaduto sulla Croce che ha costituito l’"oggi" nel quale "questa Scrittura" si è adempiuta. L’"oggi" che permane [eucaristicamente] sempre presente. E quindi il nostro sacerdozio raggiunge la sua perfezione nella celebrazione dell’Eucarestia, attraverso la quale noi facciamo scaturire quel fiume d’acqua viva che è capace di risanare il mare morto in cui l’uomo ha voluto imprigionarsi [cfr. Ez 37,1-12].

La nostra predicazione può essere disertata, può essere ascoltata solo colle orecchie e non col cuore. La semina che noi facciamo può cadere sulla strada, sul terreno sassoso o spinoso. Ma quando noi celebriamo l’Eucarestia; quando noi diciamo in tutta verità "ti offriamo o Padre, … questo sacrificio vivo e santo"; quando cioè noi offriamo al Padre il suo Figlio unigenito, noi poniamo in essere una "corrente" di grazia e di redenzione che entra anche nel cuore di chi "è lontano". L’efficacia salvifica della celebrazione eucaristica va ben oltre al perimetro delle nostre chiese; "ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue".

Venerati fratelli, ben conosco le difficoltà del vostro ministero e le prove attraverso le quali il Signore spesso vi prova come si fa coll’oro nel fuoco, e le insidie con cui il Satana vi tenta in ogni modo. Ma oggi, e non solo oggi, sia nel vostro cuore la parola liturgica: "canterò per sempre l’amore del Signore". Sicuri che la fedeltà di Dio e la sua grazia saranno sempre con noi, e che nel suo nome si innalzerà la nostra potenza, lasciamoci possedere dallo splendore della predilezione di Cristo, "che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre".