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COSCIENZA, VERITÀ E MAGISTERO NELLA MORALE CONIUGALE
Intervento al Pontificio Consiglio per la Famiglia
Dicembre 1985

Prima di entrare nel tema particolare che mi è stato affidato, penso sia necessario premettere alcune riflessioni generali sulla coscienza morale e sul rapporto di essa col magistero morale della Chiesa. E questa sarà la prima parte della mia riflessione. Nella seconda affronterò il tema specifico.

1. LA COSCIENZA MORALE E IL MAGISTERO MORALE DELLA CHIESA (riflessione generale)

Vorrei cominciare coll’indicare alcune ragioni che hanno reso "difficile" il problema del rapporto coscienza-magistero, sia sul piano del pensiero sia sul piano pratico.

La prima. Era già stata individuata da J. H. Newman con parole molto forti. "La sua miserabile contraffazione ... l’autentico diritto e la libertà di coscienza di fare a meno della coscienza ... il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire, secondo i loro giudizi o i loro umori, senza mai alcun pensiero di Dio ..." (1). "Il rispetto alla legge della coscienza... viene facilmente pervertito in una specie di autofiducia, cioè un rispetto a proprio giudizio" (2).

Dunque, la prima causa è dovuta alla equivocità che ha colpito questo termine di coscienza morale: esso, ormai, è usato con due significati fra loro contraddittori e fra loro non conciliabili. Vedremo quali. Questa situazione, assai seria, esige da parte nostra, in primo luogo, uno sforzo di chiarire rigorosamente il concetto di coscienza morale.

La seconda. La confusione dei termini è sempre indice di una confusione nei concetti. E questa confusione crea un problema serio, poiché "facilius ad veritatem pervenitur ab errore quam a confusione" (san Tommaso d’Aquino). In che cosa consiste la confusione? Essenzialmente nello scambiare (o — appunto — confondere) l’affermazione — sulla quale dovremo lungamente riflettere — secondo la quale l’obbligo morale sorge nella coscienza e mediante la coscienza con l’affermazione che l’obbligo morale sorge dalla coscienza: nel confondere la funzione manifestativa (della verità) propria della coscienza colla funzione costitutiva (della verità) che, vedremo, non può essere attribuita in nessun senso alla coscienza morale dell’uomo. Questa situazione esige da parte nostra uno sforzo per chiarire il più possibile la precisa funzione della coscienza morale nella vita morale, in particolare in rapporto alla Verità sul bene.

La terza. Si trasferisce il problema del rapporto coscienza morale e autorità politica, che, dalla formazione degli Stati assolutisti, è rimasto un problema centrale nella filosofia politica moderna, al problema del rapporto coscienza morale (del credente) e magistero della Chiesa, senza alcun cambiamento. Si istituisce, cioè, la seguente proporzione: coscienza morale (del cittadino): autorità politica = coscienza morale (del credente): magistero della Chiesa. Questo fatto esige da parte nostra che scopriamo la specificità, l’originalità propria del rapporto fra coscienza e magistero, che non è per nulla riconducibile al primo tipo di rapporto.

Abbiamo così indicato i due temi centrali che dovremo affrontare nella prima parte della nostra riflessione.

1.1. Natura della coscienza morale e suo rapporto con la verità sul bene

La coscienza morale, nonostante la parola faccia pensare ad una facoltà del nostro spirito, in realtà è un atto della nostra ragione, un giudizio mediante il quale scopro la verità morale, la verità su ciò che è bene o male (cf "Uno strumento per scoprire la verità morale dovunque giace nascosta") (3).

Queste parole semplici nascondono, o meglio, tentano di descrivere uno degli avvenimenti più mirabili e misteriosi che possono accadere nel nostro spirito.

Cominciamo subito col dire che mediante questo atto — in cui precisamente consiste la coscienza — l’uomo scopre non una qualsiasi verità morale, ma una verità inerente all’azione che sta per compiere (o ha compiuto). È una verità che riguarda la persona nella sua singolarità, come soggetto che sta per compiere un’azione: e la coscienza le fa conoscere precisamente la verità morale di questa azione, cioè la sua bontà o malizia morale. A questo punto è logico che ci chiediamo: come può conoscere questa verità? Come si costruisce questo giudizio, in cui consiste precisamente la coscienza morale?

Dalla risposta a questa domanda dipende, alla fine, tutta la nostra concezione della coscienza. Dobbiamo partire dalla constatazione, derivata dalla nostra quotidiana esperienza, che questo giudizio possiede una forza del tutto singolare: quella di obbligare assolutamente e non solo ipoteticamente le nostre decisioni, la nostra libertà. Anzi, la cosa è così chiara per ciascun uomo che parlare di "coscienza" e di "sentirsi obbligato a ..." è praticamente lo stesso. Ma ciò che soprattutto interessa è notare e capire la natura, la forma del tutto singolare di questo obbligo. È certo infatti che, in un certo senso, ogni giudizio della nostra ragione esige un certo comportamento e, quindi, certe decisioni della volontà. Se noi sappiamo che un cibo nuoce alla nostra salute, noi solitamente decidiamo di astenercene; se sappiamo che fuori di casa la temperatura è rigida, decidendo di uscire, siamo logicamente decisi a vestirci. E così via. Tuttavia, questi — ed altri — giudizi della nostra ragione esigono un coerente comportamento, ma solo ipoteticamente: se vuoi essere sano, sapendo che un cibo..., se non vuoi prendere una bronchite, sapendo che il clima... Ma se facciamo attenzione al giudizio della coscienza, vediamo che l’obbligo da esso generato è essenzialmente di diversa natura. Esso, l’obbligo, non è sospeso ad un "se": esso non è sospeso a nulla. Esso si impone, immediatamente da se stesso alla libertà dell’uomo. La coscienza dice assolutamente: devi fare quest’azione; non devi fare quest’azione. La voce della coscienza pone la libertà dell’uomo di fronte ad un assoluto: un assoluto dovere.

Abbiamo così una situazione interiore assai singolare. Da una parte, infaai, la persona umana si sente obbligata solo mediante questo giudizio della coscienza: solo di fronte a questo giudizio, quello della coscienza, la libertà si sente obbligata assolutamente. Dall’altra parte, questo giudizio è un atto del singolo, del soggetto: e solamente suo. Donde, e come può accadere che la persona mediante un suo proprio atto si senta obbligata così profondamente, così strettamente da non potere, con un suo atto contrario, slegarsi? È un suo atto — un atto della sua ragione — che ha legato la sua libertà. Con un suo atto — un atto della sua ragione — lo slega. La realtà della nostra esperienza interiore ci attesta chiaramente che questo non accade. L’uomo non può dispensarsi dall’obbligo cui lo stringe il giudizio della coscienza: l’universale esperienza del rimorso lo dimostra. Questa impossibilità ci costringe ad una riflessione più profonda sulla coscienza morale.

Il fatto che l’uomo senta di non poter dispensare se stesso dall’obbligo della propria coscienza dimostra che il giudizio di questa fa conoscere alla persona una verità che pre-esiste alla coscienza medesima. Una verità, cioè, che non è vera in forza e perché la nostra coscienza la conosce, ma, viceversa, la nostra coscienza la conosce perché quella verità esiste. Insomma: non la verità dipende dalla coscienza, ma la coscienza dipende dalla verità. Quale verità? Quella verità alla luce della quale e in forza della quale "questa azione è buona ed è da compiersi" o "questa azione è illecita ed è da evitarsi". Giungiamo così già a una conclusione assai importante: poiché l’uomo è obbligato solo mediante il giudizio della propria coscienza (= auto-nomia), poiché il giudizio della propria coscienza obbliga perché fa conoscere la verità, dunque l’uomo è autonomo quando è sottomesso alla verità. La propria autonomia consiste nella propria subordinazione alla verità.

Ma ora dobbiamo ritornare brevemente a riflettere sulla verità conosciuta mediante il giudizio della propria coscienza. Di quale verità si tratta? Poiché la coscienza è un giudizio riguardante la nostra azione sotto il profilo morale, si tratta di una verità pratica (riguarda l’agire umano), di una verità sul bene e sul male del nostro agire. Il giudizio della nostra coscienza scopre nell’atto che sto per compiere (ho compiuto) — o a causa della sua struttura stessa o a causa delle circostanze in cui è compiuto — un rapporto con un ordine in forza del quale "iustum est ut omnia sint ordinatissima" (sant’Agostino, De libero arbitrio, 1, 6, 15): un ordine connesso con l’universo stesso dell’essere, intrinseco all’universo stesso dell’essere. Se scopro che questa relazione è una relazione di contrarietà, se cioè la coscienza vede che questo atto è contrario a questo ordine, che questo atto distrugge questo ordine e lo deturpa, questo atto, precisamente in ragione della sua difformità, deve essere evitato. La coscienza morale conosce questo ordine dell’essere in quanto esso è rispettato o negato da questo atto che sto per compiere. E, pertanto, il giudizio della coscienza — e la cosa è degna di molta attenzione - è la convergenza, il punto di incontro, la sintesi della conoscenza dell’ordine intrinseco all’essere con la conoscenza dell’atto che sto per compiere. Questo ordine intrinseco all’essere non è altro che l’ordine della Sapienza creatrice di Dio, colla quale e nella quale tutto ciò che è stato creato è stato creato.

Ma come può l’uomo conoscere questo ordine, questa "rettitudine ontologica"? Questa capacità umana è precisamente ciò che chiamiamo ragione umana. Essa è, pertanto, ciò che rende l’uomo partecipe della stessa Sapienza di Dio: il sigillo impresso nell’uomo — e solo nell’uomo — dalla mano creatrice di Dio. Mediante la ragione l’uomo conosce quell’ordine che costituisce la bellezza, la bontà dell’essere. Ed è nella luce di questa conoscenza che la coscienza può scoprire se l’atto, che la persona sta per compiere, si inscrive in questo ordine: in questa bellezza, in questa bontà. Dire che questo ordine è creato, costituito dalla ragione umana e non semplicemente scoperto da essa, equivale a negare semplicemente un dato di cui la nostra esperienza è continuamente testimone. Quando noi scopriamo con la nostra ragione questa bellezza, quest’ordine e le sue immutabili esigenze, "non examinator corrigit, sed tantum laetatur inventor" come scrisse profondamente sant’Agostino (op. cit., 2, 12, 34), "non (le) giudica da arbitro, ma si allieta come scopritore". Cercherò ora di spiegare questo punto importantissimo.

Partiamo da una constatazione. Su ciò che l’uomo ha prodotto, noi diamo un giudizio ("examinatores corrigimus", direbbe Agostino). Di fronte ad un edificio, noi diciamo: "Poteva, doveva essere costruito meglio"; di fronte ad un libro, noi diciamo: "Non è scritto bene; poteva, doveva essere scritto meglio", e così via. Ma nessuno di noi dice, quando scopre che la giustizia merita di essere onorata: "Poteva, doveva essere diversamente; sarebbe stato meglio se la giustizia avesse meritato di essere disonorata". Semplicemente, quando vediamo la dignità della giustizia, noi vediamo una verità che non dipende da noi, di cui non possiamo dare un giudizio, ma vediamo che noi dipendiamo da essa, che da essa noi siamo giudicati ed in questa scoperta noi ci allietiamo ("laetatur inventor").

Ritorniamo ora al nostro tema, per concluderlo. La ragione umana partecipa della luce della Sapienza creatrice di Dio che ordina tutto l’universo dell’essere. In forza di questa partecipazione, l’uomo scopre un ordine intrinseco all’essere, un ordine che esige di essere riconosciuto, venerato. Nella luce di questa scoperta, l’uomo è in grado di giudicare se l’atto che sta per compiere si inscrive in questo ordine (= è buono) o lo nega (= è cattivo). Questo giudizio è precisamente la coscienza morale. Non trovo sintesi e conclusione migliori di questa pagina di Newman: "L’Essere Supremo ... ha gli attributi della giustizia, della verità, della sapienza, della santità, della benevolenza e della misericordia, quali eterne caratteristiche della sua natura, la genuina Legge del suo essere, identica con se stesso; e poi, quando egli si fa Creatore, impianta la sua legge, che è egli stesso, nell’intelligenza di tutte le sue creature razionali. La divina legge, quindi, è la regola della verità etica, la norma del giusto e dell’ingiusto, l’assoluta, irreversibile, sovrana autorità di fronte agli angeli e agli uomini... Questa legge, in quanto appresa dalla mente di uomini singoli, è chiamata "coscienza"" (4).

1.2. Coscienza morale e magistero della Chiesa

Non è necessario che richiami la dottrina cattolica riguardante il magistero della Chiesa: la suppongo nota.

Da ciò che abbiamo detto prima deriva subito che il bene supremo per la coscienza consiste nel fatto che la persona conosca la verità sul bene e sul male: veda quell’ordine intrinseco all’essere, intuisca quella bellezza che consiste nella rettitudine, conosca le immutabili esigenze dell’ordine (= le norme morali). Senza questa conoscenza, infatti, la coscienza è priva della luce che le consente di vedere la bontà o la malizia dell’atto che sta per compiere. Questa conoscenza è per la coscienza ciò che è la luce per l’occhio: senza luce, l’occhio non può semplicemente vedere. Come posso giudicare una pagina musicale se non ho nessun senso musicale? Come posso giudicare un atto dal punto di vista morale, se non conosco le norme in base alle quali giudicare? D’altra parte, che la coscienza giudichi nella luce della verità è la cosa più necessaria — anzi, l’unica cosa assolutamente necessaria — per l’uomo: da essa dipende il suo essere nella verità o nell’errore, il suo eterno destino.

Teniamo presente tutto questo e, nello stesso tempo, teniamo presente quale è la reale condizione dell’uomo al riguardo: esposto all’errore, all’incertezza, alla difficoltà di scoprire la verità sul bene e sul male. Da ciò noi possiamo già presumere che nella sua Provvidenza, Dio abbia voluto rimediare a questa situazione per non lasciare l’uomo in così grande distretta spirituale.

Il magistero morale della Chiesa è precisamente il dono della Provvidenza fatto all’uomo. Esso insegna le immutabili esigenze dell’ordine morale perché, nella loro luce, il giudizio della coscienza possa essere vero. Parlare di un contrasto fra coscienza e magistero equivale, pertanto, a parlare di contrasto fra occhio e luce: l’occhio non trova nella luce ciò che gli impedisce di vedere, ma ciò mediante cui può vedere. Ed in questo contesto scopriamo le radici ultime di una situazione oggi molto frequente.

Se si ritiene che la coscienza sia costitutiva della verità morale; sia, in ultima analisi, non chiamata ad accogliere una verità, a fare propria e ad interiorizzare sempre più profondamente una verità non creata da essa: allora si può vedere nel magistero un potenziale concorrente della coscienza, un suo avversario. Lo stesso avviene se, in realtà, non si è convinti che il magistero sia in possesso di quel "charisma certum Veritatis" in vista del quale Cristo lo ha voluto.

In questo contesto, possiamo e dobbiamo rigorosamente chiarire il concetto di "diritti della coscienza".

In primo luogo non si può trasferire nel modo di concepire il rapporto coscienza-magistero il modo di concepire il rapporto coscienza-autorità politica. La competenza di questa si estende tanto quanto si estende l’esigenza del "bene comune", fine proprio della società politica. Il raggiungimento di questo fine, che l’autorità politica esige mediante la promulgazione delle leggi, non comporta altro se non il compimento di determinati atti esterni e l’omissione di altri. Il fine, infatti, della comunità politica è un fine temporale. Esso non si propone, ovviamente, la salvezza eterna dell’uomo. La persona umana è, dunque, un valore superiore alla comunità politica come tale. Essa ha solo un valore strumentale in ordine alla persona umana: esiste per la persona umana. Nei confronti, pertanto, della comunità politica — o più precisamente: dell’autorità politica — la persona umana è un valore intangibile. E quando avvenisse che l’autorità non rispettasse questa intangibilità, essa compirebbe un atto moralmente illecito e la persona ha non solo il diritto, ma il dovere di rifiutare l’obbedienza (= obiezione di coscienza nel caso, per esempio, della legge che legittima l’aborto).

Profondamente diversa è la situazione della persona nella Chiesa. Non si deve mai dimenticare, neppure per un istante, che la Chiesa è quell’avvenimento posto in essere dall’atto redentivo di Cristo, l’avvenimento della salvezza eterna dell’uomo. La ragione d’essere della Chiesa è una sola: guidare l’uomo alla comunione eterna con Dio. La Chiesa non è, nel suo mistero essenziale, opera dell’uomo: è la nuova Gerusalemme che scende dal Cielo. La sua radice è la fede che assente alla Rivelazione di Dio; si costruisce attraverso il consenso alla carità di Cristo che dona se stesso sulla Croce: dono sempre presente attraverso 1’Eucaristia. Il magistero è uno dei mezzi istituiti da Cristo stesso perché la Chiesa permanesse nella fedeltà al suo Sposo: non adulterasse concedendosi ad altri. Permanere nella Verità di Cristo è la condizione prima dell’esistenza stessa della Chiesa: per questa permanenza esiste il magistero. E siamo cosi arrivati al cuore del nostro problema: il contrasto — per usare ancora una volta il vocabolario di Newman — fra il "principio dogmatico" e il "principio liberale". Il "principio liberale" può essere descritto in questo modo: "Verità e falsità nella religione sono soltanto materia di opinione; una dottrina è altrettanto buona quanto un’altra; il Governatore (il Reggitore) del mondo non intende che noi dobbiamo raggiungere la verità; [davvero] non c’è verità; non siamo più accetti a Dio credendo questo piuttosto di quello; nessuno è chiamato a rispondere delle sue opinioni; esse sono oggetto di necessità o di accidentalità; è sufficiente se teniamo sinceramente ciò che professiamo; il puro merito sta nel cercare non nel possedere; è dovere seguire ciò che ci sembra vero, senza timore che non debba essere vero;... ci è lecito assumere e lasciare opinioni a piacere;... è lecito fidarci con sicurezza di noi stessi in materia di Fede, e non abbiamo bisogno di altra guida" (5).

Il "principio dogmatico" può essere descritto come segue. "C’è la verità; c’è una sola verità; l’errore in fatto di religione è in se stesso di natura immorale; coloro che lo ritengono, eccetto che sia involontario, sono colpevoli di ritenerlo; deve essere temuto; la ricerca della verità non è una gratificazione della curiosità; il suo raggiungimento non ha nulla dell’eccitazione di una scoperta; la mente è al di sotto della verità, non sopra di essa, ed è tenuta a non metterla da parte, ma deve venerarla; la verità e la falsità ci sono poste davanti per provare il nostro cuore...; prima di tutto è necessario tenere la fede cattolica; chi vuol essere salvo deve pensare così e non in altro modo" (6).

Questi due principi descrivono esattamente i due atteggiamenti con cui, alla fine, si può porre noi stessi nella Chiesa. Il primo principio è il principio antiecclesiale per eccellenza poiché nega semplicemente ciò che fa essere la Chiesa: l’accoglienza obbediente di una Verità rivelata.

Nel contesto del principio liberale si può parlare e dire — come è stato detto anche in queste settimane — che nella Chiesa, come negli Stati, deve esserci la libertà religiosa; si può parlare di "diritti della coscienza" contro il magistero, poiché, coerentemente, il principio liberale conduce logicamente o a negare che esista una verità che si imponga alla coscienza, o a ritenere che l’essere o il non essere nella verità sia una questione di secondaria importanza per la salvezza eterna dell’uomo, o a ritenere impossibile che esista un magistero dotato come tale di una vera e propria autorità. E, dunque, ogni intervento del magistero nel campo della verità morale o sarà giudicato un’indebita ingerenza nel campo della coscienza o sarà visto come una delle tante voci cui la coscienza non deve un’obbedienza vera e propria.

Nel contesto del principio dogmatico si può parlare di "diritti della coscienza" non contro il magistero, ma esattamente nel senso contrario: il fedele ha il diritto che il magistero gli insegni la Verità morale. La coscienza ha il diritto al magistero. In questo senso, Agostino scrisse che l’essere cristiani è una dignità, l’essere pastori è un servizio (cf per es. Disc. 46, 1-2; CCL 41, p. 529-530).

2. COSCIENZA MORALE, MAGISTERO DELLA CHIESA, PROCREAZIONE RESPONSABILE

Alla luce di quanto abbiamo detto finora, possiamo entrare nel nostro tema specifico. Noi svolgeremo la nostra riflessione sul fondamento delle catechesi che il Santo Padre ha dedicato all’enc. Humanae vitae nelle udienze del mercoledì. Sono 16 catechesi, iniziate 1’11.7.1984 e terminate il 28.11.1984.

Avverto subito che non intendo presentarne il contenuto, ma semplicemente rileggerle nel contesto del tema propostomi.

2.1. Il problema

Si deve anzitutto notare che il problema da noi affrontato non è semplicemente posto in queste catechesi. Tuttavia vi sono due affermazioni esplicite attinenti al tema della coscienza, anzi — se teniamo conto anche delle citazioni — sono quattro (cf Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. VII, 2-1984, p. 87 e 101; a pag. 145 si cita GS 50). Le due citazioni contengono un’enunciazione di grande importanza: la norma morale insegnata da Humanae vitae è fondata nell’intima natura dell’atto coniugale, anzi della stessa persona dei coniugi ed essa, attraverso la rilettura nella verità di quell’intima natura, deve trasferirsi nella coscienza dei coniugi.

L’enunciazione deve essere attentamente analizzata. Come noi sappiamo, il nucleo centrale dell’insegnamento di Humanae vitae consiste in questo: l’atto coniugale porta inscritti in sé due significati, il significato unitivo e il significato procreativo, e fra i due significati si dà una connessione inscindibile.

Facendo uso del termine "significato", Paolo VI pone una correlazione fra l’atto coniugale che significa e un soggetto cui è significato, a cui è rivolto il "messaggio significato". Possiamo richiamare, per capire meglio, l’analogia con la comunicazione istituita dalla parola fra due persone: c’è la persona che parla e comunica un messaggio e c’è la persona che ascolta e coglie il significato delle parole dette. Analogamente, l’atto coniugale ha in sé due significati fra loro inscindibilmente connessi; questi due significati e la loro inscindibile connessione devono essere capiti, "letti nella loro verità". In forza di questa "lettura nella verità", la verità dell’atto coniugale entra nella coscienza dei coniugi.

Secondo la metafisica classica della conoscenza umana, la verità, propriamente parlando e formalmente, consiste nel giudizio della nostra ragione, è una proprietà dei giudizi della nostra ragione (in termine tecnico: questa è la verità logica). Ma quando i nostri giudizi sono veri? Quando si dà corrispondenza tra il modo in cui il pensiero si pronuncia sulla cosa e il modo in cui la cosa esiste. "La verità — dice san Tommaso — è la conformità dello spirito con l’essere in quanto (lo spirito) dice essere ciò che è, e non essere ciò che non è" (Contra Gentiles, I, 59). Pertanto, il fondamento della verità (logica) dei nostri giudizi è la realtà stessa in quanto essa è in se stessa conoscibile. Esiste, dunque, una verità nelle cose stesse che, conosciuta, rende veri i nostri giudizi: questa "verità delle cose" è chiamata verità ontologica (che precede e fonda la verità logica).

Dopo questa breve digressione, ritorniamo al nostro tema. In una di queste catechesi il Santo Padre dice testualmente: "Il significato nasce nella coscienza con la rilettura della verità (ontologica) dell’oggetto. Mediante questa rilettura, la verità (ontologica) entra per così dire nella dimensione conoscitiva: soggettiva e psicologica" (op. cit., P. 101, n. 1). Il passaggio è molto importante. Cerchiamo di analizzarlo brevemente.

L’atto coniugale possiede una sua propria verità (ontologica). Quando questa verità è conosciuta, la verità dell’atto coniugale entra nella coscienza ed il soggetto conosce veramente ciò che è l’atto coniugale: ne vede, cioè, i due significati fondamentali e la loro inscindibile connessione. E, pertanto, l’intima struttura dell’atto coniugale (di cui parla Humanae vitae) è la base, il fondamento per scoprire quei due significati e la loro inscindibile connessione, scoperta fatta dalla coscienza e che, pertanto, trasferisce nella soggettività personale quei due significati. La persona li coglie, li legge, li interiorizza così che diventano norma del suo comportamento. Ma si noti bene. L’esistenza nell’atto coniugale di questi due significati e la loro connessione inscindibile non è causata dal fatto che la coscienza li scopre: essi pre-esistono alla coscienza. Scrive sant’Agostino: "La verità, permanendo in sé, non aumenta quando si manifesta a noi maggiormente, non diminuisce quando si manifesta a noi di meno, ma integra e sempre uguale, allieta di luce quelli che ad essa si volgono, punisce con la cecità quelli che da essa si distolgono" (De libero arbitrio, 2, 12, 34). Non è l’occhio ad accendere la luce, né la luce brilla maggiormente perché un numero maggiore di occhi ne sono illuminati. Chi diviene — più o meno luminoso — è l’occhio e non la luce. Per il fatto che tu, avendo più sete, bevi una maggior quantità d’acqua, la fontana non fa sgorgare più acqua. E così: la verità dell’atto coniugale non dipende dalla coscienza di essa. Perciò non ha senso parlare di una "gradualità della legge morale".

Si deve però notare subito che non si tratta di una verità fuori dell’uomo. È invece, come continuamente sottolineano le catechesi, la verità stessa (ontologica) della persona umana. E, pertanto, la coscienza non può dispensarsi dal conoscerla. Non conoscendo questa verità, l’uomo non agirà nella verità, non farà la verità e perderà la sua libertà. Realizzerà un’esistenza nell’errore: cioè una non-esistenza.

La ragione d’essere, allora, dell’Humanae vitae e delle catechesi sull’amore umano è di illuminare l’uomo e la donna sulla verità del loro amore coniugale, sulla verità del loro essere persona umana. È un caso concreto di attuazione di quel profondo rapporto fra coscienza morale e magistero di cui abbiamo parlato nella prima parte di questa relazione.

2.2. Il nostro compito

Qual è, dunque, il nostro compito? In primo luogo di comunicare interamente questo magistero della Chiesa. Dobbiamo riflettere, tuttavia, su questa comunicazione, almeno brevemente.

In primo luogo, dobbiamo essere convinti e consapevoli che la verità comunicata non è "qualcosa di estraneo all’uomo", non è un ideale: è la verità dell’uomo. Dunque, una verità che ciascun uomo porta scritta nel proprio cuore. La Chiesa non insegna un ideale: insegna la verità dell’uomo. La pedagogia cristiana è una pedagogia del "maestro interiore" e non di "produzione del consenso". Il pedagogo cristiano guida l’uomo a scoprire in sé la verità che lo costituisce.

In secondo luogo, dobbiamo tener presente la situazione di particolare difficoltà che l’uomo, data la sua condizione di peccato, incontra nella scoperta della verità morale. Un ambiente ed una vita di castità aiuta, in maniera decisiva, a percepire il valore etico dell’atto coniugale.

Conclusione

"Questa è la nostra libertà: essere soggetti alla verità... La stessa Verità, che è anche uomo in dialogo con gli uomini, ha detto a coloro che lo credono: se rimanete nella mia parola, sarete miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (De libero arbitrio, 2, 13, 37).

Il magistero della Chiesa esiste perché gli sposi, ascoltando attraverso esso la parola di Cristo, conoscano la verità del loro amore coniugale: la verità del loro essere sposi. Questa verità penetri nella loro coscienza morale e nelle loro decisioni: poiché la gioia è essenzialmente essere posseduti dalla Verità.

 

Note
(1) J. H. NEWMAN, Letter to the Duke of Norfolk, in Difficulties of Anglicans, vol. II, p. 250.
(2) J. H. NEWMAN, Oxford Universirv Sermons, p. 172.
(3) Ivi, p. 66.
(4) J. H. NEWMAN, Letter..., cit., pp. 246s.
(5) J. H. NEWMAN, Essay on the Development of Christian Doctrine, Westminster 1968, pp. 357s.
(6) Ivi, p. 357.