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Introduzione al Convegno "Charitas e Libertas. Chiesa e Comune per la liberazione dei nuovi schiavi"
Istituto Veritatis Splendor, 1 giugno 2007


I soggetti che hanno compiuto il fatto che oggi ricordiamo e sul quale vogliamo riflettere, sono stati tre: la Chiesa, l’Università e la Municipalità. Introducendo le riflessioni che fra poco i tre illustri relatori ci doneranno, vorrei proprio partire da questa triplicità di soggetti responsabili. Più precisamente: dalle realtà che essi denotano. La Chiesa denota la proposta cristiana; l’Università l’esercizio della ragione alla ricerca della verità; la Municipalità la cura di una convivenza adeguata alla dignità propria dell’uomo. S. Tommaso insegna che due sono le "naturales inclinationes" specificamente umane: "veritatem de Deo cognoscere" e "in societate vivere" [cfr. 1,2, q. 94 a.2].

1. Vorrei partire da una domanda: da che cosa oggi la libertà è insidiata? Quale schiavitù ne costituisce il suo rischio maggiore?

A me sembra che la principale insidia alla libertà oggi sia costituita dalla degradazione ontologica della persona umana. Se l’uomo non sporgesse sopra i meccanismi biologici che l’hanno prodotto, egli sarebbe a completa disposizione degli stessi, senza nessuna possibilità reale di poter dire "io agisco, io decido, io scelgo…". Se il mio esserci fosse completamente spiegabile in base ai suoi antecedenti fisici e biologici, non sarebbe più possibile affermare ragionevolmente che sono libero. La de-gradazione della persona quanto al suo essere è un’insidia mortale alla libertà. O c’è nell’uomo uno "zoccolo duro" non riducibile ai processi naturali o la libertà è una illusione: libertà e spiritualità stanno in piedi e cadono assieme.

Quale schiavitù è quella in cui la persona umana ontologicamente degradata cade? Nella schiavitù dello spontaneismo. Il frutto della de-gradazione ontologica è la de-gradazione morale: la libertà ridotta a movimento spontaneo della persona verso il proprio bene individuale, ed incapace di muoversi verso il bene come tale, il bene in sé e per sé.

Chiunque abbia a cuore il destino dell’uomo non può non prendersi cura di riportare l’uomo sul trono della sua regalità. E ciò può essere fatto precisamente riportando l’uomo alla verità su se stesso; educando e conducendo i giovani sull’itinerario che li porti a questa scoperta di se stessi. Resta questo sempre il grande compito dell’Università, lottando contro quei germi di disfattismo presenti oggi in Occidente nell’esercizio della ragione teorica e pratica.

Ed è in questo contesto che la fede diventa amica della ragione, e genera quell’attenzione al valore unico di ogni persona che è la carità.

2. Ma noi oggi ricordiamo solennemente un atto giuridico, un atto cioè di governo che ha cambiato il volto di una città, iscrivendovi per sempre l’esigenza della libertà. Questo fatto dona grande materia di profonde riflessioni a cui, ne sono certo, saremo guidati dai tre illustri relatori.

L’esercizio della propria libertà non è la ricerca del proprio benessere individuale, prima o poi in conflitto con la ricerca del proprio benessere da parte dell’altro. Questa è la "cifra" di quella de-gradazione morale di cui parlavo: la convivenza come conflitto regolamentato di opposti interessi.

La libertà è progetto di vita condivisa, dal momento che la persona è costitutivamente relazionata alle altre persone. La scoperta della verità circa se stesso non può non essere al contempo scoperta della verità circa ogni "altro se stesso". Questa scoperta dell’ "altro se stesso" è una dimensione essenziale della coscienza che ciascuno ha di se stesso. In fondo, non sono pienamente libero fino a quando anche un solo uomo non è libero. La libertà è un compito anche comune. È la grande vocazione di questa città, iniziata e fondata dal Liber Paradisus.

È in questo contesto che l’azione politica si rivela in tutta la sua preziosità etica. È in questo contesto che la proposta evangelica diviene generatrice di una civitas vera e giusta, poiché la liberazione della libertà è l’amore, e la libertà solo per sé sarebbe alla fine insopportabile.