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COSTITUZIONE della CONSULTA della CARITÀ
Auditorium Santa Clelia, 24 maggio 2008


"L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato" [Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus caritas est 20]. Queste parole del S. Padre ci dicono quale è il significato profondo dell’atto che stiamo compiendo: la costituzione della Consulta Ecclesiale della Carità.

Il S. Padre, in sostanza, ci insegna che non esiste solo l’esercizio della carità compiuto dal singolo fedele. Esiste anche, deve esistere anche un esercizio ecclesiale della carità compiuto dalla Chiesa come tale. Come esiste una preghiera del singolo fedele come tale ed esiste la preghiera della Chiesa come tale, cioè la liturgia, analogamente avviene per la carità. E ciò per una ragione molto semplice ma profonda: l’esercizio della carità appartiene alla natura, all’essenza stessa della Chiesa. Come non ci può essere Chiesa senza la celebrazione dei sacramenti; come non ci può essere Chiesa senza la predicazione del Vangelo; così non ci può essere Chiesa senza l’esercizio della carità. Noi costituendo questa mattina la Consulta Ecclesiale della carità vogliamo costituire l’espressione istituzionale di questa verità ecclesiologica.

In questi anni, soprattutto a partire dalla riflessione tenuta a Villa Pallavicini il 10 marzo 2007, mi sono mosso secondo quell’insegnamento di Benedetto XVI. Ponendo anche alcuni gesti concreti.

Abbiamo più chiaramente distinto le istituzioni ecclesiali caritative dalle istituzioni civili pubbliche che doverosamente perseguono una migliore distribuzione dei beni. "Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono … un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile facendo quello che corrisponde alla sua natura" [ibid 29,3].

Il segno di questa logica è stata la nuova sede della Caritas, posta "all’ombra" [anche ... fuori metafora] della casa del Vescovo.

Nello stesso tempo, poiché ciò che interessa al samaritano è l’uomo concreto che si trova nel bisogno, quanto ho detto sopra non significa rifiuto di collaborazione, nella linea del principio di sussidiarietà. Questa esigenza va soprattutto rispettata quando si devono affrontare emergenze umanitarie.

Esiste anche un’altra ragione dell’atto costituente che stiamo compiendo, sulla quale però altri vi parleranno.

È un’esigenza di coordinamento, di condivisione, di maggiore efficacia nella risposta al bisogno del prossimo.

Infine, non c’è dubbio che all’interno della Consulta la Caritas diocesana ha un ruolo centrale, poiché essa esprime statutariamente la carità della Chiesa come tale, essendone Presidente il Vescovo stesso.

Desidero concludere citando ancora le parole del S. Padre. "È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire – come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio – diventino testimoni credibili di Cristo" [ibid 31].

Di quale consapevolezza parla il S. Padre? La consapevolezza che il vilipendio della dignità dell’uomo è vilipendio della gloria di Dio.

Sono sicuro che la Consulta Ecclesiale della Carità, guidata dal Vicario episcopale per la carità, diventerà sapiente istanza della nostra Chiesa per l’orientamento ed il coordinamento tra tutti i soggetti che in essa esercitano la carità.