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L’AZIONE DEL SACERDOTE NEL RAPPORTO GENITORI-FIGLI
Congresso Internazionale Teologico-Pastorale
11-13 ottobre 2000


A conclusione ormai del Congresso vogliamo riflettere brevemente su un tema di grande importanza: l’aiuto che il ministero pastorale è chiamato a dare al ministero educativo dei genitori.

Per dare ordine alla mia riflessione, la dividerò nei seguenti punti. Dapprima cercherò di descrivere in maniera essenziale l’azione educativa dei genitori; poi dirò che cosa hanno il diritto di attendersi dai pastori.

 

1. La famiglia, luogo originario dell’educazione.

Vorrei partire da una constatazione che ciascuno di noi può fare, se fa appena un po’ di attenzione a ciò che accade dentro di sé. Noi a volte agiamo con giustizia ed a volte non agiamo con giustizia, però se ci si chiede: "ma tu come vuoi essere trattato, qualche volta giustamente e qualche volta ingiustamente oppure sempre giustamente?", sono sicuro che la risposta è "sempre giustamente". Nessuno desidera di essere trattato ingiustamente, neppure qualche volta.

Noi diciamo la verità e non inganniamo il nostro prossimo, però qualche volta può capitare che mentiamo ed inganniamo il nostro prossimo. Se però qualcuno ci chiedesse: "e tu vuoi qualche volta essere ingannato?" sono sicuro che nessuno seriamente risponderebbe che, gli piace, desidera essere ingannato. Potrei continuare con questi esempi. Mi fermo, perché questi sono sufficienti a farci fare una mirabile scoperta su noi stessi. Ciascuno di noi sa distinguere fra "agire con giustizia-agire con ingiustizia", fra "essere nella verità-essere ingannati". Non solo ma ciascuno di noi desidera la giustizia, la verità. La persona umana possiede questa mirabile capacità di discernere fra giustizia/ingiustizia, verità/errore e di desiderare l’una a preferenza dell’altra.

Ma la scoperta non si ferma a questo punto: pur desiderando la giustizia, noi possiamo voler trattare un altro con ingiustizia; pur desiderando la verità, noi possiamo decidere di ingannare un altro. Può cioè accadere come una "spaccatura" dentro di noi fra ciò che conosciamo e desideriamo e ciò che di fatto facciamo.

Questa "spaccatura" non è opera del caso: è opera di ciascuno di noi, è opera nostra. La conoscenza-desiderio (la giustizia, la verità...) chiedono alla nostra persona di realizzarsi concretamente. Fanno appello a "qualcosa" che è in noi. Questo qualcosa ha un nome e si chiama libertà. Essa ci appare quindi come la capacità di compiere o non compiere il "desiderio" che abita dentro la nostra persona.

Da questi semplici esempi desunti dalla nostra quotidiana esperienza noi scopriamo chi siamo: siamo un grande "desiderio" (di giustizia, di verità, di amore...) la cui realizzazione è affidata alla nostra "libertà". Possiamo dire la stessa cosa in questo modo: siamo pellegrini verso la beatitudine mossi dalla nostra libertà.

Ma sento già che qualcuno si chiederà che attinenza ha tutto questo con l’educazione. Ecco: ora vedremo subito che la persona umana ha bisogno, chiede di essere educata precisamente perché è "pellegrina-mendicante della beatitudine": un pellegrinaggio che deve essere compiuto dalla sua libertà.

Possiamo capire questo partendo da una delle pagine più "suggestive" di tutto il Vangelo: l’incontro di Maria ed Elisabetta [cfr. Lc 1,39-45].

Fra i milioni di esseri umani che popolavano la terra, ne era arrivato uno che era Unico, che era atteso da millenni: il Figlio di Dio venuto ad abitare fra noi. Nessuno lo aveva sentito presente: solo sua madre. Le due donne si incontrano. E che cosa succede? Quella persona umana che era nel ventre di Elisabetta "sussultò di gioia" perché aveva sentito che nel mondo era presente Dio stesso: vicino a lui.

Anche quel bambino, Giovanni, entrato nel mondo da sei mesi, aveva iniziato il suo "pellegrinaggio verso la beatitudine", come ogni persona umana. Che cosa gli successe? Gli successe di sperimentare una Presenza che introdusse nel suo cuore un "sussulto di gioia". E Giovanni non dimenticò più quel "sussulto di gioia". Divenuto adulto, egli morirà a causa della giustizia e della santità dell’amore coniugale.

Proviamo ora a raccogliere assieme gli elementi fondamentali di questa straordinaria vicenda.

Una persona sta entrando nel mondo; ed abbiamo visto quale è l’ "equipaggio" di cui è dotata. Anzi chi è: un pellegrino-mendicante di beatitudine, affidato alla sua libertà. Egli dentro a questo mondo scopre una Presenza, la Presenza di Qualcuno. La scoperta genera in lui un sussulto di gioia: la certezza che il suo desiderio non è deluso, che il suo pellegrinaggio non è verso il nulla. Egli ha potuto scoprire questa Presenza perché una donna gliela ha fatto "sentire vicina". Ebbene, questi sono gli elementi fondamentali della "comunicazione educativa".

Una persona umana che, entrando nel mondo, comincia il suo pellegrinaggio verso la beatitudine, chiede di essere "aiutata", ed incontra altre persone.

Queste le fanno sentire oppure non le fanno sentire una Presenza. Ed in questa "comunicazione", la nuova persona raggiunge oppure non raggiunge la piena libertà di camminare.

Il "punto essenziale" di questo avvenimento che è l’educazione, è di capire bene che cosa significano le parole: "persone che le fanno sentire/non sentire una Presenza". Questo infatti è il "cuore" del rapporto educativo. Cercherò ancora una volta di spiegarmi con qualche esempio.

Tutti sanno che uno dei momenti più difficili di tutta la nostra vita, sono stati i primi giorni della nostra vita. La difficoltà consisteva nel trovarci dentro ad una realtà completamente diversa da quella in cui vivevamo nel corpo materno. In una parola: la difficoltà del contatto colla realtà.

Fermiamoci un momento a riflettere su che cosa significa "contatto colla realtà", partendo sempre da esperienze molto comuni.

Se mi capita di posare la mia mano su una piastra bollente, sento un terribile dolore e ritiro immediatamente la mia mano. Ho avuto un contatto colla realtà, un contatto puramente fisico. Esso è guidato, anzi dominato dal principio del piacere/dolore. E’ l’unico contatto possibile questo colla realtà?

Voglio ora fare un altro esempio. Noi incontriamo tante persone; alcune non le conosciamo neppure; altre le conosciamo. Ma ad un certo momento, una di queste ci appare "diversa da tutte le altre", e fra le mille conosciute "unica, insostituibile". Che cosa è accaduto? Abbiamo visto in quella persona "qualcosa" che non abbiamo visto in nessun altro e che ci ha fatto esclamare: "oh come è bello che tu esista!" e alla fine: "come è bello vivere!". E’ l’esperienza di una Presenza dentro alla realtà concreta che ci ha fatto "sussultare di gioia". Che cosa vuol dire dunque "la persona ha bisogno-chiede di essere educata"? Vuol dire: ha bisogno-chiede di entrare in contatto colla realtà in modo da sentire in essa una Presenza che la faccia "sussultare di gioia", che le dia la certezza che vale la pena vivere, proprio a causa di questa Presenza. Educare significa introdurre la persona nella realtà in modo che essa si senta come accolta da un Destino buono.

Da quanto ho detto finora risulta che l’educazione può accadere solamente all’interno di un rapporto fra persone; all’interno di una "comunicazione indiretta" che va da "persona a persona". Vorrei spiegare un poco questo punto e così concludere questa prima parte della mia riflessione.

Esiste una comunicazione diretta fra le persone. Quando un insegnante vuole insegnare a fare la divisione, insegna al bambino alcune regole. Se l’insegnante è brava ed il bambino sta attento ed è un poco intelligente, capisce quelle regole ed ha imparato a fare la divisione. C’è stata una comunicazione (di un sapere, in questo caso) e diretta, nel senso che alcune conoscenze sono state apprese attraverso alcuni semplici ragionamenti. Ora facciamo un altro esempio.

Un ragazzo si rende conto presto che egli nel suo cuore ha un profondo desiderio di giustizia e che nel mondo molti agiscono con ingiustizia, per cui prima o poi può trovarsi nella situazione di dover scegliere se subire un’ingiustizia o compierla per non subirla. E si chiede: è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla? È meglio essere ingannati piuttosto che ingannare?

Come si fa a convincere il ragazzo che è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla? Cioè: che essere giusti, essere nella verità è ciò che esiste di più prezioso, bello e degno di essere cercato e voluto.

E’ solo la fiducia fatta alla persona che lo educa, che cioè gli fa la proposta secondo la quale nella vita è meglio donare che ricevere. E’ una comunicazione indiretta.

E’ questa la ragione per cui il primo, originario luogo della educazione della persona è la famiglia. Essa infatti è costituita dalla relazione interpersonale genitori-figli. E’ una relazione nella quale il figlio è accolto per se stesso, perché nella famiglia la nuova persona è accolta nel suo valore puro e semplice. E così, reciprocamente la nuova persona incontra la realtà non come ostile, ma come accoglienza.

"La madre è al principio del mondo del bambino, mondo nel quale egli vive una relazione simbiotica in cui non è neppure cosciente della differenza fra sé ed il mondo.

Per tutta la vita il bambino vivrà l’essere secondo l’originaria temperatura emotiva con cui avrà vissuto la sua relazione con la madre.

L’essere, l’altro, il mondo verrà riconosciuto come dimora accogliente, carica di positività, originariamente e fondamentalmente benevola. Se questa esperienza non fosse concessa, alla persona umana è ostacolata la percezione della fondamentale verità metafisica che l’essere è bene." [H.U. von Balthasar].

Niente e nessuno potrà mai sostituire questo rapporto "da persona a persona" nell’educazione.

Ci troviamo però oggi a vivere in una situazione che chiamerei di "deserto educativo".

Nella mia riflessione fin qui fatta ho detto che ciascuno di noi è "un grande desiderio ( di giustizia, di verità, di amore ...) la cui realizzazione è affidata alla nostra libertà". Ha senso parlare di educazione, precisamente perché questi è l’uomo.

E se tu spegni nel cuore dell’uomo il desiderio? che cosa succede? Che ne è della libertà? Spegnere il desiderio dell’uomo succede quando tu introduci nel cuore dell’uomo il sospetto che ciò che desideri non esiste: che il tuo desiderio non ha un senso, perché non ha un contenuto. Ciò avviene quando si afferma, si insegna (e si agisce come se) che non esiste una vera distinzione fra giustizia ed ingiustizia, perché semplicemente esiste l’utilità e l’interesse. Ciò avviene quando si afferma che non esiste la verità, ma solo delle opinioni. Ciò avviene quando si afferma che non è possibile amarsi veramente, ma che il rapporto fra le persone è configurabile solo come coesistenza regolata di egoismi opposti. A questo punto, l’uomo è immerso nel più puro relativismo.

Ed allora che cosa accade nel suo cuore? Si estingue o quanto meno si intorpidisce il desiderio. L’uomo è pellegrino di che cosa? Pellegrino del niente. Educare diventa impossibile.

Le conseguenze sulla libertà si possono spiegare con un esempio molto semplice. Immaginiamo di dover cucire, ma dimenticandoci di fare il nodo al filo. Che succede? Si continua a cucire ... senza cucire mai.

Così una libertà sradicata dai desideri veri dell’uomo, dalle sue "naturali inclinazioni"(S. Tommaso), è una libertà che non sa più dove muoversi, dove andare. Cioè: non sa più perché sceglie ciò che sceglie. E quindi, tutto ed il contrario merita di essere scelto e niente, nello stesso tempo, merita di essere scelto. La libertà è ridotta a pura spontaneità.

Questo è ciò che ho chiamato "deserto educativo". Il deserto è il luogo dove non c’è più acqua e dove non ci sono più strade.

  1. L’aiuto del pastore ai genitori

Alla luce della riflessione precedente, è ora facile capire che cosa un pastore della Chiesa deve dare ai genitori perché siano aiutati nel loro compito educativo: è un aiuto che si colloca a due livelli.

Il primo: sostenere la loro autorità educativa. Non c’è educazione dove non esiste autorità educativa. Che cosa intendo per autorità educativa? Educare significa introdurre una persona nella realtà; introdurre una persona nella realtà significa offrire ad essa un’ipotesi interpretativa della realtà stessa [la carta geografica che le consente di muoversi nella "regione dell’essere"]; nessuno offre ciò che non ha. Dunque, non si può educare se non si è in possesso profondo, vissuto, di un’interpretazione della realtà, giudicata l’unica vera anche sulla base della propria esperienza. Autorità educativa significa possesso sicuro e vissuto di una proposta interpretativa del reale, che viene offerta-proposta alla verifica esistenziale di chi è educato.

Per il genitore cristiano l’"ipotesi" interpretativa unicamente vera è la fede cristiana: l’educazione cristiana è la forma più alta della testimonianza cristiana, perché in essa (educazione) la fede diventa un dono fatto all’altro perché ne sia generato.

La prima e fondamentale cooperazione che i pastori della Chiesa devono offrire ai genitori è l’insegnamento della verità della fede come chiave interpretativa dell’intera vita umana.

Questa cooperazione è oggi ancora più necessaria a causa di quel "deserto educativo" di cui parlavo prima: educatori incerti sono già falliti in partenza.

Il secondo: sostenere la loro libertà educativa. La libertà, secondo la visione cristiana, è la capacità di fare ciò che voglio facendo ciò che devo. Libertà educativa significa capacità di educare, educando alla fede.

La capacità così intesa è insidiata sia dall’interno della persona dell’educatore e sia dall’esterno.

Dall’interno: esiste anche nel genitore la permanente tentazione di arrendersi di fronte alla difficoltà educative, che sono intrinseche all’atto educativo stesso. Il pastore deve dare ai genitori quell’aiuto spirituale perché essi sappiano far agire quel dono ricevuto nel sacramento del matrimonio.

Dall’esterno: la libertà educativa è spesso oggi ignorata o negata dalla società. Il pastore deve difendere anche pubblicamente questo diritto fondamentale della famiglia.

"Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mani" ("Tim 1,6): così scriveva Paolo al suo discepolo Timoteo. In sostanza questo è ciò che i genitori hanno il diritto di avere dai pastori: essere continuamente aiutati a ravvivare in se stessi quel dono di Dio che è in loro, il dono della capacità di generare in senso intero una persona umana.