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La bontà e la preziosità del matrimonio per la società civile
S. Pietro in Casale, 26 aprile 2007


Nel titolo di questa conversazione vi sono due parole, "bontà-preziosità", su cui desidero attirare la vostra attenzione fin dall’inizio, a modo di premessa. E lo faccio partendo da una domanda: è una cosa bella che nascano i bambini? Sono sicuro che tutti avete risposto affermativamente.

In realtà però, guardando le cose più in profondità, pur rispondendo allo stesso modo, la risposta può avere due significati profondamente diversi.

"È una cosa bella che continuino a nascere i bambini", dice chi produce prodotti per neonati. "Come è bello che tu ci sia!", dice la donna appena vede il bimbo da lei generato.

La diversità è essenziale: è bene che i bambini nascano perché è utile all’impresa; che ci sia quel bambino è bene in sé e per sé.

Questo esempio ci fa capire una profonda verità: esiste una bontà che consiste nell’utilità che ne posso ricavare, esiste un bene utile; esiste una bontà che è tale in sé e per sé, esiste un bene morale. Lo stesso vale anche per il secondo termine "preziosità": è prezioso perché ne posso ricavare denaro; è prezioso perché vale in sé e per sé.

Questa sera cercherò di spiegarvi le ragioni, che reputo condivisibili da tutti, credenti e non, per cui affermo che il matrimonio possiede una bontà ed una preziosità in se stesso e per se stesso, dunque nel secondo significato.

Non solo, ma tempo permettendo, vorrei anche dirvi le ragioni per cui chi ha la responsabilità del bene comune, deve promuovere e difendere la bontà e la preziosità propria del matrimonio.

Dividerò quindi la mia riflessione in due parti. Nella prima cercherò di mostrarvi in che cosa consista la bontà e la preziosità propria del matrimonio. Nella seconda cercherò di mostrarvi la necessità che questa bontà e preziosità sia promossa e difesa.

1. Bontà e preziosità del matrimonio

Questa prima parte della mia riflessione parte dalla constatazione di un fatto: la persona umana è uomo e donna. La bontà propria del matrimonio, la sua intima preziosità è racchiusa interamente in questo semplice fatto: la nostra umanità si realizza in due modalità diverse, mascolinità – femminilità.

Cerchiamo ora di riflettere un poco su questo fatto per scoprirne il significato.

Per arrivare a questa scoperta si può "partire dal basso", per così dire: il di-morfismo sessuale è un caso particolare di una legge biologica generale, la modalità propria con cui salendo nella scala dei viventi le specie si perpetuano. È così negli animali; è così nell’uomo.

Ho parlato di una partenza "dal basso" nel senso che questo modo d’interpretare la sessualità umana in fondo non ne vede la diversità profonda, la sua propria identità. Sul piano pratico la conseguenza non è di poco conto. Come è ben noto, quando è necessario i processi naturali possono – devono in alcuni casi – essere sostituiti da processi artificiali. Chi ha i reni che non funzionano fa la dialisi. Ugualmente non si può escludere in linea di principio la sostituibilità dei processi procreativi naturali con procedimenti procreativi artificiali. E gli uni e gli altri sono infatti eticamente neutri, indifferenti.

Esiste anche un’interpretazione che è opposta alla precedente, e che potremmo chiamare "culturale": la differenza sessuale fra uomini e donne è una costruzione puramente culturale; è l’opera della cultura senza alcun fondamento nella [natura della] persona. Ne deriva che non esiste una istituzionalizzazione dell’esercizio della sessualità da ritenersi migliore di un’altra: l’istituzionalizzazione matrimoniale [etero-sessuale] ha lo stesso valore etico dell’istituzionalizzazione omosessuale.

Ambedue queste interpretazioni devono essere giudicate alla luce dell’esperienza che ciascuno fa di se stesso. Ciascuno è testimone di se stesso a se stesso, ed alla fine ogni interpretazione dell’uomo deve essere confrontata con questa testimonianza. Vorrei ora semplicemente aiutarvi ad ascoltare questa testimonianza: per non dilungarmi troppo lo faccio solo per accenni. L’invito che vi rivolgo è il seguente: ascolta che cosa tu stesso dici a te stesso di te stesso!

L’uomo posto di fronte alla donna e la donna di fronte all’uomo vede in essa/in esso un "altro se stesso/a": alterità [è un altro/a] ed identità [se stesso/a]. È questa un’esperienza che l’uomo non vive quando è di fronte alle cose o agli animali: sono un "altro", ma non sono "se stesso". Ed ancor meno quando il credente è di fronte a Dio: è il totalmente Altro.

L’alterità nell’identità è la ragione ultima della inclinazione sociale della persona umana; è come la sorgente da cui sgorga la vita umana associata. L’esperienza della propria umanità limitata dalla e nella propria "forma" [maschile/femminile] spinge il singolo ad una "comunione" con l’altro/a, nella quale [comunione] solamente la sua umanità è pienamente realizzata e manifestata. È questo il punto centrale di tutta la nostra riflessione.

Esiste un legame fra uomo e donna costituito dalla partecipazione alla stessa natura umana; esiste una reale – naturale – differenza nel modo in cui uomo e donna realizzano la stessa natura umana: nella sua intera verità e bontà la nostra umanità si realizza e si svela nell’unità, ma un’unità che salvaguardia la diversità di uomo e donna.

Voglio sottolineare che si tratta di una unità nella natura anche biologicamente intesa. Che si tratta del riconoscimento dell’altro/a considerato nella sua naturalità, più precisamente: nel suo corpo; nella sua costituzione biologica.

Se infatti l’unità fra le persone umane fosse fondata solo sulla loro natura spirituale e si costituisse solo a causa della loro partecipazione alla stessa razionalità, la società umana sarebbe sempre insidiata dal pericolo di costruirsi solo fra persone che posseggono quelli che si è deciso siano i caratteri della razionalità. E sappiamo che lungo la storia sono state soprattutto le donne e i bambini ad essere esclusi da una piena ospitalità nella società umana, precisamente a causa di quella falsa dialettica sociale.

La "diversità" originaria è quella della donna nei confronti dell’uomo e dell’uomo nei confronti della donna. E pertanto se il riconoscimento della diversità non è in primo luogo il riconoscimento della diversità sessuale, la società umana resta sempre esposta al rischio di discriminazioni ingiuste. Proprio perché l’intera ricchezza della nostra umanità non è presente nella particolarità propria dell’uomo e della donna, la pienezza della persona si realizza nella loro unità.

L’uomo è per la donna e la donna è per l’uomo poiché solo uomo e donna dicono la verità intera della persona umana.

La bontà e la preziosità dell’istituto matrimoniale consiste precisamente in questo: esprime-realizza nell’unità uomo-donna tutta la ricchezza della nostra umanità. Bontà e preziosità che non si trova in eguale misura in nessun’altra relazione sociale.

Tocchiamo un punto fondamentale della vicenda umana e della sua comprensione. Provo a dirlo in modo breve e per quanto riesco semplice.

All’origine, al "principio" della vicenda umana non stanno tante unità chiuse in se stesse: i singoli individui. Sta una reciprocità; un rapporto: uomo e donna. Il dato umano originario non è l’identità, ma la relazione; la "figura" dell’incontro non è il contratto fra individui originariamente estranei, ma è l’incontro nell’amore fra due persone diverse e già biologicamente relazionate: uomo e donna. Questa lettura profonda della realtà umana ultimamente ci è stata insegnata dalla Lett. Enc. Deus caritas est.

Ma questa è solamente la prima dimensione della bontà e preziosità propria del matrimonio. Ne esiste una seconda non meno importante.

Per coglierla facciamoci una domanda: che nasca un bambino è un evento ordinario o straordinario?

A prima vista può sembrare un evento ordinario. Accade ogni giorno. È comune con altre specie viventi. Viene trascritto il suo arrivo secondo una numerazione progressiva nei libri dell’anagrafe.

Ma guardando le cose più in profondità, ci rendiamo conto che è un evento letteralmente "straordinario": fuori di ciò che accade ordinariamente. Per una ragione molto semplice: ogni persona è qualcuno di assolutamente unico, di non numerabile con altri. Non è semplicemente un individuo che perpetua una specie vivente.

Se dunque la persona umana è questa, è necessario che ci chiediamo: in quale contesto umano la persona esige di essere generata ed educata? Quale è il contesto proporzionato alla sua dignità propria? È la comunità coniugale. Per quali ragioni?

Il figlio ha la stessa dignità di persona dei suoi genitori. Egli non può essere voluto e desiderato che "per se stesso"; non può essere voluto e desiderato "in quanto … in funzione di …". In questo senso nessun sposo/sposa ha "diritto ad avere un figlio"; si ha diritto ad avere solo qualcosa, non qualcuno. Gli sposi unendosi pongono solamente in essere le condizioni perché possa venire all’esistenza una nuova persona umana, attraverso un atto che come tale esprime la comunione piena dei due. E poi a loro non resta che attendere, la nuova persona può essere attesa solamente. Per chi è credente solo da Chi può farla essere. Acquista così il carattere di un dono, che va accolto con gratitudine. La gioia di chi viene in possesso di qualcosa di dovuto è ben diversa dalla gioia di chi riceve un dono.

Anche un pensatore laico come J. Habermas ha dimostrato che questa attitudine fondamentale nei confronti di ciò che egli chiama "destino di natura" è l’unica che mette al sicuro la uguaglianza fondamentale di tutte le persone [in Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Bibl. Einaudi, Torino 2002, cfr. pag. 61].

C’è poi un secondo aspetto da considerare. La persona umana cresce bene dal punto di vista propriamente umano se si radica dentro una "dimora stabile". È la stabilità propria della comunità coniugale che assicura genealogia della persona, che non è solo un fatto biologico. Su questo non voglio prolungarmi. E’ facile trovare materiale.

Ho terminato il primo punto della mia riflessione. Lo riassumo. La bontà e preziosità propria del matrimonio consiste nel fatto che esso è il paradigma originario di ogni realizzazione della dimensione sociale dell’uomo [prima societas in coniugio, dicevano già i latini], e l’unico luogo degno di istituire la genealogia della persona.

2. Necessità della promozione e della difesa.

La riflessione precedente ci ha aiutato a capire quanto grande e preziosa sia la bontà, il valore del matrimonio. Esso costituisce - ripeto - la forma originaria, l’archetipo ed il paradigma della società umana, ed anche il luogo in cui la persona umana inizia – nel senso forte del termine – la sua vicenda.

Che dunque i responsabili del bene comune debbano promuovere e difendere questa istituzione, è una coerente conclusione. Ed infatti presso tutti gli ordinamenti giuridici il matrimonio ha sempre goduto del favor juris: le leggi hanno cercato di favorire – difendere e promuovere – l’istituto matrimoniale. In Italia – come in altri Paesi – è un obbligo sancito perfino dalla Costituzione.

Ciò detto, potrei dire di aver concluso questa seconda parte della mia riflessione, dal momento che la politica della famiglia – la modalità concreta con cui difendere e promuovere l’istituto matrimoniale – non è più di mia competenza. Ma non posso purtroppo concludere così in fretta perché oggi la situazione si è terribilmente complicata, ed esige pertanto di essere affrontata con grande ragionevolezza.

Cerchiamo prima di tutto di fare chiarezza, partendo da un fatto. Il 18 gennaio 2006 con 468 voti a favore, 149 contrari e 41 astenuti il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri ad equiparare le coppie omosessuali a quelle fra uomo e donna, e condanna come omofobici gli Stati e le Nazioni che si oppongono al riconoscimento delle coppie omosessuali.

È questo un fatto assolutamente nuovo nella storia dell’umanità. Fate bene attenzione. Non si tratta di giudicare un comportamento personale. Non si tratta di verificare l’esistenza di eventuali discriminazioni di singole persone, e doverosamente di eliminarle. La questione è un’altra. E cioè. L’istituzione matrimoniale è ritenuta non avere più alcun fondamento naturale [diversità dei sessi], ma essa è completamente frutto di convenzioni sociali. E pertanto la legge civile può qualificare come "matrimonio", o comunque equiparare all’istituzione matrimoniale come fino ad ora era stata pensata, comunità affettive di altro genere.

A questo punto, qualcuno potrebbe dire: "non vedo perché una simile equiparazione nuoccia alla difesa e promozione della famiglia; semplicemente, il favor juris di cui godeva fino ad ora l’istituto matrimoniale viene esteso anche ad altre forme di convivenza". Si tratta di estendere diritti.

Diciamo subito che in termini civili, "riconoscimento", "favor juris" significano anche necessariamente allocazione di risorse, le quali non sono infinite. Favorire allo stesso titolo per cui lo Stato favorisce il matrimonio, altre forme di convivenza, di fatto significa diminuire quella tutela dell’istituzione matrimoniale che è dovere grave per chi ha responsabilità politiche.

Ma c’è qualcosa di molto più profondo in questa questione, su cui è necessario che riflettiate.

La legge civile in teoria si trova davanti a due possibilità, a due vie percorribili. O configura la comunità coniugale come una forma di comunione sessuale-affettiva cui i singoli sono liberi di accedere, ma la cui struttura fondamentale non è a disposizione di chi si sposa. [È questa la via tracciata dalla nostra Costituzione quando dice che la Repubblica "riconosce … come società naturale … ]. Oppure la legge può stabilire, attraverso l’equiparazione "matrimonio-coppie omosessuali-unioni di fatto", che il matrimonio come da sempre istituzionalizzato è una convenzione sociale e che pertanto ciascuno può realizzare la propria sfera affettivo-sessuale secondo i propri desideri e convenzioni di vita avendo tutti diritto a pari riconoscimento pubblico.

[Ancora una volta. Non stiamo discutendo se ciascuno possa vivere la sua sessualità … come gli pare e piace, escludendo solo violenza su terzi. Stiamo discutendo sul fatto se lo Stato possa equiparare matrimonio-unioni omosessuali-unioni di fatto].

Facciamo ora l’ipotesi che lo Stato lasci la prima strada, che finora ha percorso, ed imbocchi la seconda. Faccio due riflessioni, su cui vi prego di fermarvi.

→ Si introduce nell’ordinamento giuridico un elemento che obiettivamente [si noti bene: "obiettivamente"; non sto giudicando nessuno] lo scardina. Si costruisce l’edificio sociale sulla base di ciò che ciascuno desidera vivere, escludendo la possibilità di un confronto con dati obiettivi per giudicare, in ordine al bene comune [sottolineo: in ordine al bene comune, non al bene dell’individuo], la legittimità giuridica di quei desideri. Orbene, costruire la società sulla base dei desideri di ciascuno equivale a costruire società sempre più di stranieri morali, di estranei gli uni agli altri, e sempre più conflittuali.

→ L’istituzione matrimoniale, come tutte le realtà molto preziose, è fragile. Sposarsi è arduo, perché il bene è sempre arduo. Se si introduce il principio che i "favori" fino ad ora legati esclusivamente allo stato coniugale, sono estensibili anche a stati di vita meno ardui ed impegnativi, a lungo andare quale sarà il risultato nell’ethos pubblico del nostro popolo? Una perdita di stima dell’istituzione matrimoniale ed un progressivo abbandono della sua scelta.

Non sto pensando e dicendo che gli uomini e le donne non vorranno più sposarsi: che non riconosceranno più l’intrinseco valore del matrimonio. Sto dicendo che l’istituto matrimoniale è fragile; e che l’orientamento della ragione pubblica nei suoi confronti è di grande importanza per la sua difesa e la sua promozione, anche nella ragione e nella coscienza dei singoli.

Potrei in sintesi riassumere tutto nel modo seguente. Se nego l’esistenza di relazioni sociali che sono obiettivamente diverse nella loro qualità etica pubblica; se determino la loro qualità solo in base al loro rapporto coi desideri e l’autonomia del singolo, la società diventerà sempre più coesistenza di egoismi opposti. Legami sempre più instabili e persone sempre più sole.

In sintesi, è ciò che è detto nella Nota del Consiglio permanente della CEI [28-03-07]: "la legalizzazione delle unioni di fatto" è "inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo".

Conclusione

Vorrei concludere con due riflessioni semplici. Che cosa differenzia una "unione di fatto" da un "matrimonio"? che in qualunque momento nelle unioni di fatto la persona dell’altro è scambiabile, è sostituibile con un’altra persona. Nel matrimonio, la persona dell’altro/a è insostituibile. Che cosa grande che è questa! La persona è una realtà unica.

La seconda riflessione rivolta ai giovani presenti che si preparano al matrimonio. Essi sanno che c’è una bellezza, una grandezza nel loro amore. Hanno sentito in un qualche modo la presenza di Qualcuno che li chiama a realizzarsi nell’unico modo possibile di realizzarsi: il dono di sé. Custodite sempre questa certezza, e sarete beati.