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Essere preti oggi: come. Perché?
Cento, 24 ottobre 2008


La celebrazione in occasione del 60.mo anniversario della ordinazione presbiterale di Mons. S. Baviera ci offre l’occasione anche di meditare sul mistero del sacerdozio cristiano. Lo faremo in un modo molto semplice. Non aspettatevi una lezione di teologia; né ancor meno che vi opprima con la presentazione di tutti i problemi che un sacerdote nella sua vita può avere [e chi non li ha?]. Più semplicemente: vorrei parlarvi del mistero del sacerdozio cristiano in modo che i giovani presenti possano almeno intravedere la bellezza di questo stato di vita, e che tutti siano grati al Signore per questo dono.

1. Ho già detto due volte la parola "mistero" parlando del sacerdozio. Nel vocabolario cristiano non ha lo stesso significato che nel nostro vocabolario quotidiano. In questo la parola "mistero" significa qualcosa di oscuro, di segreto, di difficile da capire. Nel vocabolario cristiano significa qualcosa/qualcuno che è pienamente visibile, tangibile, udibile, ma che significa e nello stesso tempo rende presente una realtà divina.

Faccio due esempi. Secondo questo significato, l’opera d’arte è un "mistero". Se ascolto una bella musica, accade un fatto fisico: onde sonore colpiscono i timpani delle mie orecchie. Un fenomeno che può essere studiato dalla scienza fisica. È la vibrazione del timpano che trasmette un impulso al cervello. Un fenomeno che può essere studiato dalla neurologia. Ma questo fatto materiale trasmette un senso, un messaggio che commuove spiritualmente.

Per noi credenti il "mistero" per eminenza è l’Eucaristia. Essa è visibile: un pezzo di pane e un po’ di vino. Ma in realtà è pane solo apparentemente: le apparenze [le speci] rendono presente il Corpo di Cristo offerto per noi.

Il sacerdozio cristiano è un "mistero". Esso appare in carne ed ossa nella persona e nella vita di un uomo, in nulla diverso da ogni altro uomo. Ma significa e rende presente una realtà divina. S. Paolo direbbe: un vaso di creta che ha dentro di sé un tesoro incomparabile.

Si può insistere, parlando del sacerdote, sul "vaso di creta", come hanno preferito fare grandi scrittori cattolici del secolo scorso [Bernanos, Greene, per esempio]. Oppure, come preferivano fare i Padri della Chiesa, insistere sul "tesoro" [si pensino alle pagine sfolgoranti di Giovanni Crisostomo e dello Pseudo-Dionigi]. In un caso come nell’altro è la percezione di un mistero che muove ogni vera comprensione del sacerdozio cristiano.

2. Quale realtà divina è significata e resa presente dalla vita e dalla persona del sacerdote? È resa presente la persona stessa di Cristo redentore dell’uomo. C’è un’espressione a dir poco vertiginosa che ricorre non infrequentemente nei documenti della Chiesa: sacerdos alter Christus [il sacerdote è Cristo in altre spoglie]. E qui entriamo nel nucleo centrale del paradosso cristiano, di cui il sacerdote è una delle manifestazioni più evidenti. Questo paradosso lo si chiama anche "economia dell’incarnazione".

Esso è costituito dall’accostamento di due parole: Verbum – caro. Il Verbo, la divina persona del Verbo ha assunto la carne umana, divenendo qualcuno col quale si possono intrattenere rapporti pienamente umani. Non è più chiesto all’uomo di evadere dalla sua quotidiana fatica di vivere, percorrendo strani e complicati itinerari di evasione dalle nostre brutte faccende feriali. "Vieni e vedi", dice Andrea – il primo ad aver fatto questa esperienza – alla prima persona che incontra, a suo fratello Simone. Gli indica una strada, un metodo molto umano e molto semplice: "vieni e vedi".

Se questo fatto – Verbum caro – da una parte denota l’inspiegabile condiscendenza divina ed un abbassarsi incomprensibile, dall’altra denota un’incomparabile elevazione della dignità umana, della vita umana. È data all’uomo la possibilità di sedersi ad una tavola, quella eucaristica, che non è solo né principalmente uno stare assieme fra persone umane: è un essere "ammessi alla presenza di Dio". È data all’uomo e alla donna che si sposano la possibilità di amarsi con un amore centuplicato.

È all’interno di questo fatto, il Verbun caro, che possiamo comprendere che cosa sia il mistero del sacerdote.

Che la vita e la persona di un uomo in tutto simile ad ogni altro uomo, nella meschinità e nella grandezza, possa rendere presente non il generico divino, ma la vita e la persona del Verbo fatto carne, questo alla fine è comprensibile solo all’interno della fede cristiana. Parlare del sacerdote, volerlo comprendere o – Dio non lo voglia! – volerlo vivere fuori da questa comprensione, è come pensare che si è capito la Pietà di Michelangelo perché si conosce la formula chimica del marmo di cui è fatto.

Come il sacerdote deve avere una giusta coscienza di se stesso, così i fedeli devono porsi in modo giusto di fronte al sacerdozio, se vogliono comprendere la ragione del suo esserci.

Per capire la Pietà di Michelangelo una domanda sul suo peso non è adeguata: è inutile; ugualmente la domanda sulla composizione chimica del marmo di cui è fatta. Queste domande non sono adeguate perché sono generiche: il peso e la composizione chimica sono di tutti i pezzi di marmo. Ora di fronte ad una scultura di Michelangelo ciò che stupisce non è ciò che essa ha in comune con ogni pezzo di marmo [peso e composizione chimica], ma ciò che ha di assolutamente unico: incorporare ed esprimere un evento spirituale, l’ispirazione artistica.

Per avere una risposta alla domanda – perché il sacerdote – e quindi per conoscere l’intima verità del sacerdozio, non si deve considerarne il "generico": ciò che lo accomuna, nel bene e nel male, con altre esperienze o compiti umani. Il sacerdote infatti si presenta esibendo una singolarità unica, che ovviamente l’uomo può accettare o rifiutare, ma che chiede di essere riconosciuta per ciò che è.

Perché il sacerdote, dunque? La risposta va cercata nel contesto di ciò che possiamo chiamare la "pretesa cristiana".

Nei suoi termini essenziali la "pretesa cristiana" è la seguente: la tua beatitudine o infelicità eterna è decisa da te nel tempo, dentro ad un rapporto con un fatto storico. Questa pretesa si giustifica in quanto il fatto storico in rapporto al quale tu decidi la tua beatitudine o infelicità eterna, è Gesù Cristo, Dio fatto uomo. In altri termini, "secondo il Cristianesimo… pur restando che il finito per se stesso non può venire a contatto con l’infinito e il tempo con l’eternità, c’è tuttavia un fatto storico del tutto singolare in cui finito e infinito, tempo ed eternità … vengono a contatto nel senso più reale ed è l’incarnazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo." [C. Fabro, Dall’essere all’esistente, Marietti 1820, Genova 2004, pag. 198].

La pretesa cristiana quindi è una novità assoluta per l’uomo di ogni tempo e luogo "in quanto afferma: 1) che Dio è apparso nel tempo nella Persona di Cristo – ecco l’infinito e l’eterno commensurati in qualche modo al finito e al tempo, - e 2) che l’uomo si salva nell’eternità mediante una decisione – con la scelta appunto dell’Assoluto – ch’egli deve fare nel tempo, fin quando è in vita e per suo conto – ecco il finito e il tempo ch’è divenuto in qualche modo commensurato all’infinito e all’eternità" [ibid.]. Insomma, una beatitudine eterna può essere decisa nel tempo, perché l’Eternità è nel tempo, e questa presenza dell’Eternità nel tempo è Gesù Cristo. Mai e da nessuno la libertà umana era stata provocata con una tale intensità, "perché una decisione per l’eternità nel tempo è l’intensità più intensiva, il salto più intensivo" [S. Kierkegaard, Diario ( a cura di C. Fabro) 11, Morcelliana ed., Brescia 1982, pag. 27].

Fondando però la beatitudine eterna dell’uomo sulla decisione, sul rapporto a qualcosa di storico; ed essendo ogni avvenimento storico dentro a precise coordinate spazio-temporali, è ragionevole chiedersi come possono uomini non contemporanei e non testimoni di quell’Avvenimento porsi in rapporto ad esso, decidersi a riguardo ad esso. Come possono uomini non contemporanei a Cristo decidersi per Lui? Tutto il cristianesimo, tutta la sorte del cristianesimo dipende dalla risposta a questa domanda. La risposta a questa domanda è la Chiesa, e pertanto la "pretesa cristiana" prende oggi la forma della "pretesa ecclesiale". Fermiamoci un momento su questo punto.

La "pretesa ecclesiale" è la coerente continuazione della "pretesa cristiana". Se uno chiede: "Perché esiste la Chiesa?", essa risponde: "perché la beatitudine dell’uomo possa essere decisa nel tempo nel rapporto con l’Eterno nel tempo, cioè con Cristo, di cui io - Chiesa – sono la presenza". Il senso della Chiesa è di essere la presenza di Cristo in ogni tempo e spazio.

Il sacerdote è l’espressione, una delle fondamentali concretizzazioni del Mistero della Chiesa: rende visibile, tangibile, incontrabile Cristo nella sua opera redentiva.

3. Ho cercato di rispondere fino ad ora alla domanda: perché il sacerdote? Ora cercherò di rispondere alla seconda domanda: come essere sacerdoti?

Questa domanda equivale alla domanda: come il sacerdote rende presente l’opera redentiva di Cristo? Questa infatti è la modalità della sua esistenza.

3,1 Rende presente Cristo mediante la predicazione del Vangelo. È questa la modalità oggi più difficile da comprendere.

In una diffusa atmosfera di relativismo il cui dogma fondamentale è che non esistono verità ma solo opinioni, il sacerdote si pone come colui che pone l’esistenza di una verità di fronte alla quale si decide il destino eterno dell’uomo. La S. Scrittura, il Nuovo Testamento soprattutto, giunge ad identificare puramente e semplicemente la predicazione apostolica colla Parola di Dio.

È per questo che il sacerdote ha la consapevolezza quando predica il Vangelo, di dire "qualcosa" che non gli appartiene; di dire una Parola che lo attraversa, senza essere sgorgata da lui; di richiamare ad una misura di verità che non è umana. L’apostolo Paolo infatti scrive ai Romani di aver ricevuto "la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza della fede da parte di tutte le genti" [Rom 1,5].

È per questo che uno dei tradimenti più gravi che un sacerdote può compiere nei confronti di se stesso, è predicare non "il Vangelo di Dio, riguardo al Figlio suo", ma proprie od altrui dottrine ed opinioni.

3,2. Rende presente Cristo mediante la celebrazione dei santi Sacramenti, soprattutto l’Eucaristia.

I sacramenti sono azioni di Cristo; azioni che Cristo compie non immediatamente ma mediante il suo ministro. È Cristo che battezza; è Cristo che libera dal peccato; è Cristo che unisce al suo sacrificio i fedeli, celebrando l’Eucaristia.

Non procedo oltre. Il resto vi è ben noto. Terminerò con la lettura di due testi molto distanti nel tempo, ed ancor più nello spirito. Uno è tratto dalla tradizione ebraica [Pesiqta Rabbati], l’altro dall’opera di C. Pavese.

Nel primo si narra che Israele ad un certo momento non vuole più ascoltare le parole dei profeti, dicendo a ciascuno di essi: "queste sono consolazioni vane. Come mi consolate invano! Delle vostre risposte non resta che perfidia. Tutti i profeti vanno dal Santo – benedetto Egli sia – e gli dicono: sovrano del mondo abbiamo cercato di consolare Sion, e non ha accettato. Dice il Santo – benedetto Egli sia – venite con me. Io e voi andremo da lei e la consoleremo" [cit. da U. Neri, Ho creduto perciò ho parlato, EDB, Bologna 1998, pag. 138]. Notate bene: Io e voi.

Più complesso e drammatico è il testo di C. Pavese [Dialoghi con Leucò, Mondatori, Milano 1972, pag. 202-203].

In esso è sottolineato il bisogno di incontrare finalmente l’Infinito dentro la trama dei rapporti che intesse il vivere quotidiano, nella consapevolezza di avere "le cose immortali a due passi". Nel sacerdote che tu incontri ogni giorno, a cui chiedi il perdono dei peccati, e il cibo che dona la vita eterna, chiedi di incontrare l’Eterno.

Alla fine tutto è detto nella risposta di Esiodo a Mnemosine che gli dice: "Tu sai che le cose immortali le avete a due passi", "Non è difficile saperlo – risponde Esiodo – . Toccarle è difficile".