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FAMIGLIA E BENE COMUNE
Cento, 16 febbraio 2007

(testo completo)


Svolgerò la mia riflessione in un modo molto semplice. Inizierò parlando del bene comune e poi vedremo perché e in che modo l’istituzione matrimoniale-familiare vi concorra. Dividerò quindi la mia conferenza in due parti. La prima è intitolata: il bene comune; la seconda: matrimonio-famiglia e bene comune.

1. Il bene comune

Tutta la riflessione che farò si basa sul fatto che non esiste solo il bene della persona singolarmente considerata. Esiste anche un bene comune. Che cosa è?

Iniziamo dalla presa in considerazione di un testo biblico. Nel secondo capitolo della Genesi si narra che il Signore Iddio, dopo aver creato l’uomo [maschio], disse: "Non è bene che l’uomo sia solo" [Gen 2,18a]. La persona umana nella solitudine non è pienamente se stessa; non raggiunge la pienezza della sua umanità. La solitudine quindi è un male.

Ne deriva che nell’essere – con gli altri è insita una bontà, un valore proprio. La comunità umana è dotata di una sua propria bontà. Chiamiamo questo bene o bontà insita nella comunità umana bene comune. Fra poco vedremo con più precisione e profondità che cosa è. Per il momento basta sottolineare il fatto che questo bene non è semplicemente la somma dei beni delle persone singolarmente prese.

È un bene di cui partecipano tutti coloro che fanno parte di una comunità. È un bene che non viene distribuito secondo il numero di coloro che vi partecipano: è un bene di carattere spirituale.

Proviamo ora a considerarlo più profondamente, partendo da una constatazione molto semplice. Se noi guardiamo alla nostra vita di ogni giorno, vediamo che nessuno basta a se stesso: ciascuno ha bisogno di ciascuno. È dunque vero quanto dice la S. Scrittura: "non è bene che l’uomo sia solo". Da solo infatti l’uomo non può soddisfare neppure i suoi bisogni più elementari. È bene quindi che le persone vivano in società perché ciascuno è aiutato dagli altri ad avere ciò di cui ha bisogno. Il bene comune quindi è l’utilità che si ha quando si vive e si coopera assieme: è utile che noi viviamo e collaboriamo assieme. È questo il primo e fondamentale significato di bene comune. Il bene comune è l’utilità dello stare assieme; è più utile a tutti e a ciascuno lo stare in comunità che in solitudine.

Tuttavia questa descrizione del bene comune che lo identifica con l’utilità, non ne esaurisce la portata. Non è una descrizione completa. Esistono comunità che si costituiscono non per ragioni di utilità. Faccio solo un esempio: il legame fra madre e figlio. Ogni madre presente mi capisce. Provi a pensare al momento, subito dopo il parto, in cui ha visto per la prima volta suo figlio. Nessuna donna ha vissuto quel momento pensando: "come mi è utile che tu ci sia!" [… così quando sarò vecchia ci sarà qualcuno che pensa a me!], ma ha sperimentato semplicemente la gioia che lui ci fosse: "come è bello, come è bene che tu ci sia!". Si costituisce un rapporto che ha in se stesso e per se stesso una sua intrinseca bellezza, bontà, valore. Potremmo richiamare altre esperienze analoghe di rapporti interpersonali. La bontà che è insita in questi rapporti interpersonali è profondamente diversa dalla bontà che consiste nell’utilità reciproca.

Siamo arrivati dunque ad una conclusione importante: esiste un bene comune che consiste puramente nello stare assieme, nell’essere con l’altro. Un Salmo che molti di noi conoscono dice: "Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme" [133 (132), 1].

Il bene comune quindi può indicare sia l’utilità sia la bellezza dello stare assieme: nello stare, nel vivere assieme è insita e una vera utilità e una vera bellezza. Facciamo ora un passo avanti e chiediamoci: sono due specie di bene comune oppure due aspetti dello stesso bene comune? Può essere che qualcuno pensi che sia un domanda oziosa. Non è così; lo vedrete, se avete la pazienza di seguirmi.

Che esista una diversità molto profonda non è difficile da capire se proviamo a fare una semplice constatazione. Nel rapporto sociale istituito per l’utilità dei soci, ogni persona è scambiabile; nel rapporto sociale che si istituisce per il suo intrinseco valore la persona non è scambiabile. Nel primo caso la persona è voluta per la funzione che può svolgere; nel secondo caso la persona è voluta per se stessa ed in se stessa.

Ma vista la diversità profonda non possiamo non dire che sia la ricerca dell’utilità sia l’affermazione della persona dell’altro in se stessa e per se stessa fanno parte della nostra natura umana. Diciamo più precisamente: il desiderio di essere – con l’altro che ogni uomo ha dentro di sé, è al contempo ricerca della propria utilità ed inclinazione verso l’altro in se stesso e per se stesso. Nel vocabolario cristiano esistono due parole per indicare questa nostra costituzione, due parole che il S. Padre Benedetto XVI ha rimesso in circolo: il desiderio dell’uomo è eros ed agape.

Si potrebbero dire molte cose ancora su questo. Mi fermo. Il bene comune dunque è la bontà, il valore insito nella relazione sociale o nella vita associata umana. È una bontà che ha due aspetti o dimensioni: un aspetto, una dimensione di utilità e un aspetto, una dimensione di amore puro.

Proviamo ora a chiederci: quali sono le insidie che possono distruggere il bene comune? Da che cosa il bene comune è messo in pericolo? Se il discorso fatto finora vi sembrava campato in aria, ora rispondendo a questa domanda vi renderete conto che esso al contrario riguarda molto profondamente la nostra vita di ogni giorno.

Potrei subito rispondere alla domanda nel modo seguente. Ogni volta che in una società la ricerca dell’utilità individuale subordina a sé il riconoscimento dell’altro come persona che vale in sé e per sé fino a distruggerlo, il bene comune è gravemente insidiato ed è seriamente in pericolo. Così come ogni volta che l’affermazione della persona giunge fino a distruggere la ricerca dell’utilità, il bene comune è gravemente insidiato e seriamente in pericolo

Dico la stessa cosa in maniera più concreta con una formulazione che desumo dal prof. Zamagni: "Quale è dunque il "nemico" del bene comune? Per un verso, chi si comporta da "scroccone", chi cioè vive sulle spalle degli altri; per l’altro verso, chi si comporta da altruista puro, quello cioè che annulla il proprio interesse per favorire l’interesse degli altri". Nessuna società umana può sussistere né sull’egoismo puro né sull’altruismo puro: e l’uno e l’altro negano il bene comune.

È l’armonia delle due dimensioni che custodisce e promuove il bene comune. È quest’armonia che genera il principio fondamentale di ogni società umana, la reciprocità: "ti offro liberamente qualcosa affinché tu possa a tua volta offrire a me o ad altri qualcosa, secondo la misura delle tue possibilità". La disarticolazione delle due dimensioni genera il principio che alla fine disgrega la società umana, il principio di equivalenza: "ti offro qualcosa a condizione che tu mi corrisponda qualcosa di valore equivalente". Nel primo vale la proporzione; nel secondo la perfetta uguaglianza fra il dare e l’avere. Nel primo caso le varie espressioni della socialità umana sono riconosciute nella loro bontà propria; nel secondo caso si riduce tutta la società umana al mercato. Nel primo si afferma il primato della giustizia distributiva, nel secondo della giustizia commutativa.

2. Bene comune e famiglia.

Nell’addentrami ora nel tema della famiglia, parto da una pagina di un’opera scritta fra il 1835 e il 1840, ma che sembra essere la fotografia della nostra vita associata attuale e verso la quale stiamo camminando a grandi passi.

"Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini uguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi a parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri … al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte… La cura che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi" [A. Tocqueville, La democrazia in America, ed. Rizzoli, Milano 1992, pag. 732 e s.].

Viviamo dentro una cultura ed una comunicazione sociale nella quale si tende a trasformare ogni desiderio in diritto. Una società nella quale vale il principio: "se tu non vuoi, perché devi impedire che io possa?". Una società cioè nella quale la soggettività individuale, la ricerca del proprio bene-essere diventa il criterio supremo dell’organizzazione sociale, negando che esistano beni umani insiti nella natura della persona umana che tutti devono riconoscere; che esiste un bene umano comune. Se volessimo usare la terminologia elaborata nella riflessione precedente, diremmo che il principio utilitaristico ha così completamente pervaso i nostri rapporti sociali rendendoli "scambio di equivalenti" come nei rapporti economici e nel mercato.

Non voglio procedere oltre. Questa premessa mi serve ad esprimere meglio l’idea fondamentale di questa seconda parte della mia riflessione. Che è la seguente: la famiglia intesa come "società naturale fondata sul matrimonio" è la principale nemica di una società che riduca il bene comune all’utilità dell’individuo. Pertanto chi indebolisce l’istituto famigliare, obiettivamente promuove un’organizzazione sociale dominata dalla "regola degli equivalenti". Insidia cioè gravemente il bene comune. Ora cercherò di spiegarmi punto per punto, brevemente.

Primo punto. La comunità famigliare è dominata dal principio di reciprocità perché è costruita sull’affermazione di ogni persona che la compone, in se stessa e per se stessa. Il bambino neonato è amato e ben voluto non per l’utilità che esso offre. L’anziano è custodito e venerato anche se non è più produttivo. Quando un familiare si ammala non viene abbandonato a se stesso.

La vita in famiglia costituisce la prima, originaria socializzazione della persona umana perché la inserisce in un tessuto connettivo costituito dall’affermazione di ogni persona in se stessa e per se stessa, e non per la funzione che esercita.

Cerchiamo di riflettere molto seriamente su questo punto fondamentale. Quando due si sposano promettono di essere reciprocamente fedeli per sempre "nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia", e di amarsi ed onorarsi per tutti i giorni della vita. È il contenuto di questa promessa che costituisce il bene comune della comunità che il vincolo coniugale crea fra l’uomo e la donna. Sono le parole con cui l’uomo e la donna fondano il loro matrimonio ad indicare il bene comune della società coniugale: l’amore, la fedeltà, l’onore e "per tutti i giorni della vita".

La comunità coniugale è intimamente orientata alla generazione-educazione dei figli. Non si tratta solo di un fatto biologico: è un evento spirituale molto profondo. Il figlio "apre" la comunità coniugale all’ingresso di un altro che non è "estraneo", ma è a pieno diritto membro di una vera comunità umana, la famiglia. Essa è in senso vero e proprio la vera culla della società umana, poiché è in essa che l’umanità continua.

L’uomo può smettere di fare qualsiasi cosa, ma non di generare ed educare l’uomo. Senza l’educazione il nostro bene comune fondamentale che è la nostra umanità, è destinata a scomparire.

C’è un prodotto interno lordo, il PIL, di cui ciascuno può usufruire. Ed esiste anche un prodotto, un capitale sociale etico. Da che cosa è costituto il primo non è il caso che sia io a spiegarlo. Il secondo è il bene comune nel senso forte del termine ed è costituto dall’appartenenza reciproca alla stessa umanità per cui nessuno è estraneo al destino e al bene di nessuno: è un bene appunto comune.

Ora la logica che governa la produzione del primo tipo di bene è profondamente diversa dalla logica che governa la produzione del capitale sociale etico. La prima è una somma: il risultato non cambia anche se tolgo ad uno, purché aumenti ad un altro. La seconda è una moltiplicazione: basta che azzeri un fattore ed il risultato è zero. Fuori immagine. In una società dominata dal principio dell’equivalenza, è inevitabile che il più debole sia schiacciato; in una società dominata dal principio della reciprocità il bene proprio non è mai raggiungibile prescindendo da, o contro il bene dell’altro.

È nella famiglia che si imparano gli stili di vita che promuovono nella società il principio della reciprocità, ed impedisce che diventi dominante il principio dell’equivalenza.

Punto secondo. Se ciò che ho detto è vero, la conseguenza è che chi indebolisce, chi non riconosce la famiglia, obiettivamente non promuove il bene comune.

Ci sono molti modi per rafforzare/indebolire, riconoscere/non riconoscere la famiglia. Non voglio addentrarmi in un campo che in una certa misura esula dalla mia competenza. Mi limito ad una sola riflessione e concludo.

Non sto giudicando le intenzioni di nessuno. Quando si creano, attraverso le leggi, istituzioni nuove, esse, una volta entrate a far parte della vita associata possono avere conseguenze che non erano quelle desiderate: conseguenze inattese dell’azione intenzionale.

Orbene, da quanto ho detto prima risulta che: a) il matrimonio e la famiglia sono di importanza fondamentale per il bene comune; b) la decisione di sposarsi è una decisione ardua; c) il matrimonio e la famiglia sono oggi particolarmente insidiati nella loro preziosità etica anche da un diffuso utilitarismo.

Presupposto tutto questo, facciamo la seguente ipotesi: lo Stato offre una via alternativa per avere quei beni che fino ad ora erano concessi a chi era sposato, un’alternativa che non richiede gli impegni propri del matrimonio. Quale sarà il risultato? Almeno due: a) un’ulteriore conferma della mentalità utilitarista e quindi; b) un forte indebolimento dell’istituto matrimoniale rispetto alle ideologie ad esso ostili.

In una parola: il bene comune è seriamente compromesso.

In una società in cui la norma utilitarista sta pervadendo sempre più profondamente la coscienza, offrire un’alternativa alla famiglia, nel senso che i beni propri di essa si possono raggiungere senza gli impegni che essa comporta, obiettivamente significa persuadere le persone a scegliere secondo la norma utilitarista. Se ci va bene una società così configurata, possiamo pure proseguire su questa strada. Il capolinea sarà una persona sempre più sradicata dalla verità e dal bene della sua umanità; una società di estranei gli uni agli altri. La situazione è grave, poiché si sta marciando verso questo capolinea dicendo che si sta percorrendo la direzione opposta.

Conclusione

Come cristiani abbiamo una grande responsabilità in questo contesto poiché abbiamo ricevuto mediante la fede un grande dono. Il dono è l’essere nella Chiesa, l’essere Chiesa. E la Chiesa è l’esperienza di un bene comune che non ha l’uguale. È la comunione ecclesiale dove ciascuno è responsabile di ciascuno.

Certamente, la Chiesa ha una sua originaria specificità. Ma là dove ci sono vere comunità cristiane, piccoli frammenti cioè in cui vive ed opera tutto il grande Mistero che è la Chiesa, esse non possono non diventare creatrici anche di società buone e giuste. Non è l’essere minoranza o maggioranza la preoccupazione fondamentale della Chiesa. Questa è una preoccupazione di chi pensa soprattutto al potere. La nostra preoccupazione è di prendersi cura della nostra umanità. La preoccupazione della Chiesa è di aiutare la persona a realizzare in misura alta la sua umanità.