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Meditazione introduttiva all'ascolto del concerto di Quaresima
"Le ultime sette parole di Cristo in croce" di Franz Joseph Haydn
eseguito dal Quartetto d’archi "Mantegna"
Basilica di San Francesco, 7 marzo 2008


Non è mio compito fare un’introduzione ed ancor meno un commento musicale all’opera di Haydn, che fra poco ascolteremo. Vorrei solo aiutarvi semplicemente e brevemente a cogliere il senso dell’esperienza, non solo estetica, che stiamo vivendo.

1. La tradizione cristiana, popolare e monastica, ha voluto frequentemente fare delle ultime sette parole dette dal Signore sulla croce un tema preferito di meditazione e di preghiera. Fino a tempi non lontani, il venerdì santo il popolo cristiano si riuniva nelle chiese dalle dodici alle quindici per meditare le ultime parole di Gesù, guidato da altrettanti commenti a ciascuna di esse. Anche l’origine dell’opera di Haydn è stata questa.

La pia consuetudine del popolo cristiano nasceva dal bisogno di un contatto vivo, oserei dire "carnale", col Signore che soffre la sua passione e la sua morte.

Come è noto, più che "sette parole" sono "sette proposizioni" che nel loro insieme compongono come l’ultimo grande discorso che il Redentore rivolge all’uomo.

La chiave di volta di questo divino discorso, il suo centro unificante, è costituito dalla carità che spinse il Cristo al dono di se stesso sulla Croce. Come sette sono i colori dell’iride che rifrangono l’unica sorgente luminosa, così le sette proposizioni-parole rifrangono davanti agli occhi del credente la stessa luce di carità.

Ripercorriamole brevemente. Esse in primo luogo rivelano la cura che il Crocefisso si prende della miseria umana. La prima manifesta - "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" - la forza di un perdono che vince ogni odio; la seconda - "In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso" - rivela l’immensa potenza della grazia redentiva. È una grazia redentiva che raggiunge il suo vertice nella consegna di Maria alla Chiesa e della Chiesa a Maria: "Ecco il tuo figlio; ecco la tua madre".

La "quarta parola" - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" - è la più misteriosa. "Perché il nostro maestro mangia con i peccatori": era l’accusa che rivolgevano a Gesù i suoi nemici, durante la sua vita terrena. Sulla Croce Gesù si è "seduto a tavola" con i peccatori: ha condiviso fino in fondo nella totale innocenza il destino del peccatore: l’abbandono di Dio. In Lui, nel Cristo, in quel momento la corsa dell’umanità sbagliata ha tagliato il traguardo finale: l’abbandono di Dio. Sì, veramente in quel momento Gesù era seduto a tavola con i peccatori.

La "quinta parola" - "Ho sete" - ha generato una delle più grandi testimoni del Vangelo: M. Teresa di Calcutta. Tutta la sua esperienza cristiana è germinata da essa. Un Dio che diventa assetato per dar l’acqua vera all’uomo, così Dio che si è fatto povero per arricchire l’uomo. Madre Teresa capì che la sete di Cristo era il suo desiderio di redimere l’uomo.

La "sesta parola" - "Tutto è compiuto" - è la sintesi che Gesù fa di tutta la sua vicenda terrena. È il compimento raggiunto di un progetto divino, di una missione che aveva definito la sua identità divino-umana. Non resta che affidare tutto al Padre: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Ed in quel momento la "causa dell’uomo" è affidata per sempre alla cura del Padre. All’uomo non resta che scegliere, ora, se continuare ad affidarla solo a se stesso o metterla nell’ultima parola del Crocefisso.

2. Vorrei ora rispondere brevemente alla seguente domanda: che senso ha esprimere nel linguaggio proprio della musica le "sette parole" di Gesù?

Benché l’espressione scritta – intendo la Sacra Scrittura – dell’avvenimento salvifico sia stata scelta come normativa di ogni altra espressione scritta o non, già il testo ispirato stesso riconosce di essere gravido di un evento che lo supera smisuratamente: "… se fossero state scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere" [Gv 21,25]. Alla fine, ciò che si celebra quando la Chiesa celebra l’Eucarestia è inesprimibile.

Pertanto per l’evento cristiano sono state usate tutte le forme espressive umane, anche il suono, anche la musica. E forse questa è stato il vertice dell’espressione credente dell’avvenimento celebrato, così come il martirio lo è dell’avvenimento vissuto.

Questo dunque è il senso dell’esperienza che ora vivremo: percorrere un itinerario – quello proprio del discorso musicale – che ci introduca dentro al mysterium Crucis.