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Celebrazione eucaristica per l’80.mo compleanno del S. Padre
Cattedrale Ferrara
18 maggio 2000

Carissimi fratelli e sorelle,

di ogni esistenza umana possiamo scrivere due biografie. Una narra ciò che l’osservazione esteriore può registrare: fatti, avvenimenti datati e localizzati accuratamente. L’altra narra la vicenda interiore della persona, lo svolgimento di quel compito unico che ad ognuno la Provvidenza ha assegnato.

Ponendoci di fronte, questa sera, al ministero petrino di Giovanni Paolo II ho pensato a questa duplice possibilità. Certamente non farò una narrazione del primo tipo: è fatta oggi dai giornali. Vorrei aiutarvi nel Signore a penetrare nel "mistero" del suo Pontificato.

1. Se non vado errato, ci sono due testi del Vaticano II citati di preferenza ed in continuità da Giovanni Paolo II. Non c’è documento del suo Magistero di una certa importanza in cui quei due testi oppure uno dei due non sia citato. Li leggo integralmente.

- "In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo … Cristo … proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione" (Cost. Past. Gaudium ed Spes 22,1).

- "L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" (ibid. 24,4).

Vorrei in primo luogo attirare la vostra attenzione sulla prima affermazione conciliare, vera chiave interpretativa fondamentale di questo pontificato.

Esiste un’invocazione di Cristo, che è inscritta per grazia dallo stesso gesto creativo nella persona umana. Il Signore Gesù Cristo non è "estraneo" all’uomo e l’uomo costitutivamente per grazia non è estraneo al Signore Gesù Cristo. Da questa intuizione nasce quel grido con cui Giovanni Paolo II ha dato inizio al suo pontificato e che spesso ripete: "aprite le porte a Cristo; non abbiate paura, Egli sa che cosa c’è nel cuore umano".

Questa visione ha in sé la forza di chiudere al loro nascere stesse, estenuanti discussioni ecclesiali, da considerarsi quanto meno inutili e fuorvianti precisamente alla luce del presupposto ideologico da cui nascono. Il presupposto è di considerare Cristo e l’uomo (l’economia della redenzione e l’economia della creazione) come due grandezze originariamente estranee l’una all’altra, e quindi semplicemente giustapposte. Ciò presupposto, il problema centrale della missione della Chiesa diventa quello del come far incontrare (dialogare, si dice) queste due realtà.

Se Cristo e l’uomo sono due realtà originariamente estranee, il problema fondamentale, la cui soluzione è necessario presupposto ad ogni evangelizzazione (annuncio di Cristo), è che la fede debba giustificarsi di fronte al mondo. Presupposta l’originaria estraneità, a quali argomenti ricorrerà per giustificarsi? Non potranno non ridursi ad uno solo: essere di aiuto al mondo in ciò in cui il mondo crede di aver bisogno.

La Chiesa sarà per esempio di volta in volta una sorta di Croce Rossa che raccoglie lungo i fossi tutti i feriti dalle spietate società neo-liberali; sarà l’istituzione alla quale è chiesto di insegnare un codice morale; o altro ancora. Ed è sotto questa luce che i mass media cercano di presentare il ministero apostolico di Giovanni Paolo II.

Che cosa c’è di falso e falsificante in tutto questo? Dimenticare che la fede non ha bisogno di giustificarsi nel modo suddetto, poiché nel momento in cui si annuncia essa si giustifica, in quanto l’uomo, l’uomo concreto in carne ed ossa, può trovare una corrispondenza fra il desiderio del suo cuore e il Vangelo che è Gesù Cristo: "Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna" (Gv 6.68). Quando l’incontro in Cristo accade per grazia nella persona, nella persona succede che Cristo approfondisce e svela tutte le domande dell’uomo ("svela l’uomo a se stesso") e le domande si spalancano ad accogliere l’intero dono del Cristo, il suo Santo Spirito.

Dice il S. Padre nell’Enc. Veritatis splendor: "urge recuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente una serie di proposizioni da accogliere o ratificare con la mente. E’ invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere …. E’ incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo" (n. 88).

E ‘ in questo contesto che comprendiamo un altro "motivo" ritornante di questo pontificato: la via della Chiesa è l’uomo; la via della Chiesa è Gesù Cristo; e possiamo coglierne il profondo significato. L’uomo è la via della Chiesa: essa è chiamata ad incontrare non le ideologie, ma l’uomo in carne ed ossa. Ogni sentimento umano, ogni pensiero umano, ogni volontà umana, ogni speranza umana, ogni dolore umano, ogni gioia umana appassionano la Chiesa. Perché? perché Cristo è la via della Chiesa: "perché ogni sentimento umano sente qualcosa di Lui; ogni pensiero umano pensa qualcosa di Lui; ogni volontà umana vuole qualcosa di Lui; ogni speranza umana attende Lui; ogni dolore umano invoca Lui: ogni gioia umana prelude alla beatitudine dell’incontro con Lui" (A. Sicari). Le due vie della Chiesa, l’uomo e Cristo, non sono due vie parallele: l’una incrocia l’altra. E l’incrocio si chiama "nuova evangelizzazione", il grande impegno di questo pontificato. La nuova-evangelizzazione è l’introduzione dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo dentro all’atto redentivo di Cristo.

2. Si capisce bene come la Chiesa guidata da questo profeta debba uscire da ogni forma di pavidità, di pusillanimità: "non abbiate paura", continua a dire il S. Padre. Poiché molti osservatori sono ancora rinchiusi dentro al presupposto (illuministico) dell’originaria estraneità dell’uomo a Cristo, hanno parlato e parlano di "crociata" e cominciano già a stilare i loro bollettini della (supposta) guerra: dove Giovanni Paolo II è stato sconfitto e dove ha vinto. E’ un totale equivoco.

In realtà, e qui entriamo in un'altra dimensione del mistero di questo pontificato, lo scontro esiste, non può non esistere, ma è ben più profondo e ben più drammatico da quello che risulta dal … computo statistico di quanti fedeli cattolici osservano o non la morale cattolica.

Il vero scontro è fra l’uomo che si ritiene, che si pensa non bisognoso assolutamente di Gesù Cristo, che dà di se stesso un’interpretazione esaustiva dell’intera esperienza umana prescindendo dall’atto redentivo di Cristo e il Vangelo della grazia e della misericordia. Il vero scontro è quello posto in essere dallo Spirito Santo stesso in persona nel mondo di oggi, e che consiste nella riapertura del processo a Gesù, che i sigillatori della sua tomba ritenevano definitivamente chiuso. Ed il luogo in cui il processo è riaperto, l’aula del tribunale, è il cuore dell’uomo. E’ in esso che lo Spirito Santo rende testimonianza a favore di Cristo, della sua veridicità quando dice di essere l’unico salvatore del mondo. Ma è ugualmente in esso, nel cuore, che viene introdotto il sospetto che tutto si può accettare di Cristo, ma non la sua assoluta pretesa ad essere l’unico. E se da una parte la testimonianza dello Spirito accompagna l’evangelizzazione della Chiesa, dall’altra il sospetto del cuore è sostenuto dalla cultura prodotta dal presupposto che l’uomo è estraneo a Cristo. Ed allora lo scontro vero avviene fra l’annuncio del Vangelo in quanto risposta totale all’intera misura del desiderio umano ("svela pienamente l’uomo all’uomo") e una visione dell’uomo che non riconosce interamente la verità, la bontà, la bellezza dell’umano: una visione ideologica. Chi vince? Il martire. La memoria dei martiri, di ogni martire è decisiva per la Chiesa, ci dice spesso Giovanni Paolo II. Il secolo ventesimo è stato il secolo dei martiri perché è stato il secolo in cui più duramente lo scontro è stato combattuto.

I punti dello "scontro" sono, coerentemente, le esperienze fondamentali del vivere umano. Esse sono denotate da cinque parole: coscienza morale, cultura, amore, lavoro, sofferenza-morte. Ed il Magistero di Giovanni Paolo II si è impegnato soprattutto su questi temi.

3. Da ciò che ho detto finora risulta che la passione per l’uomo è immediatamente generata dalla passione per Cristo. E’ inevitabile che la domanda su chi è l’uomo sia una domanda centrale in questo pontificato. Ed è rispondendo a questa domanda che nel magistero di Giovanni Paolo II ritorna la seconda affermazione conciliare sull’uomo come l’unica creatura voluta per se stessa dal Creatore; l’unica creatura che realizza se stessa nel dono di se stessa, cioè nell’amore.

Affermare che l’uomo è l’unica creatura voluta per se stessa significa precisamente questo: l’uomo è voluto per la sua propria dignità: merita di essere voluto dal Creatore non per il bene della specie come ogni individuo, o per il bene dell’universo. Per se stesso ed in se stesso. L’affermazione della dignità della persona è centrale in questo pontificato.

Ma che cosa significa "affermazione della dignità della persona"? Significa amore. La paradossalità della persona umana cui è possibile realizzare se stessa solo nel dono di se stessa, si risolve nell’atto dell’amore.

Il S. Padre vuole però vedere in atto questa struttura personale del soggetto in quell’esperienza che Egli giustamente considera archetipa di ogni esperienza di autorealizzazione dell’uomo: l’amore coniugale. Nessun Papa ha riflettuto più a lungo e ci ha dato un magistero più ampio sull’amore coniugale. E non a caso. L’amore coniugale è l’espressione archetipa della verità impressa dall’atto creativo nella persona umana uomo-donna, e pertanto è il test privilegiato per misurare la stima che una civiltà ha dell’uomo, e la realizzazione dell’uomo nella persona.

Il vero dramma dell’uomo è dunque questo: il dramma dell’amore, come già aveva visto Agostino. Questo dramma può essere vissuto senza divenire tragedia ("gli altri sono l’inferno") o senza divenire la farsa del nichilismo attuale, solo nell’incontro con Cristo che mi doma lo Spirito Santo. Egli mi fa libero, cioè capace di amare, e quindi di percorrere l’unica via di auto-realizzazione: l’auto-donazione.

Il ministero petrino di ogni Papa si inscrive nella Tradizione della Chiesa: se ne nutre e la nutre. La testimonianza a Cristo redentore dell’uomo, resa dal S. Padre Giovanni Paolo II deve divenire vita quotidiana della Chiesa. E’ il compito che ci attende: per salvare l’uomo dal deserto del nonsenso in cui vaga senza meta.