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ARTICOLO SULLA CLONAZIONE PER IL GIORNALE NUOVO
8 marzo 1997

Di fronte alla prospettiva della clonazione umana (parlo solo di essa), in primo luogo è necessario semplicemente ragionare, non impaurirsi od entusiasmarsi, condannare od esaltarsi. Ritornare alla ragione significa non escludere nessuna domanda, non censurare nessun interrogativo che la ragione stessa pone. Tutta la vicenda ha avuto il suo inizio nel luglio del 1978. L’umanità era stata capace per la prima volta di porre le condizioni della procreazione di una nuova persona umana, prescindendo completamente dal rapporto eterosessuale. Ora stiamo giungendo al termine di questa vicenda: forse saremo capaci di “produrre” un nuovo individuo umano, prescindendo completamente dall’apporto dell’altro sesso. E’ da persone ragionevoli stupirsi, e lo stupore genera domande. La prima è la seguente: ciò che è tecnicamente possibile fare è senz’altro bene farlo? Si dia pure al termine di bene il significato che si vuole, dal più debole al più forte, ma sono sicuro che nessuna persona ragionevolmente accetterà la coincidenza del tecnicamente possibile col giustamente praticabile.
Ed allora la nostra ragione ci chiede subito di rispondere alla seguente domanda: quale è il criterio, o quali sono i criteri per sapere quando è bene fare ciò che è tecnicamente possibile? Lo so: con questa domanda sono già entrato nel ginepraio inestricabile del dibattito etico contemporaneo. Ma questo non mi preoccupa, poiché appartengo a coloro che hanno una tale fiducia nella ragione umana da ritenerla capace di conoscere il vero, attraverso la faticosa ricerca dello stesso, senza impossibili scorciatoie. Una di queste è rispondere dicendo: i criteri per discernere ciò che è tecnicamente possibile da ciò che è anche giustamente praticabile sono quelli che vengono di volta in volta stabiliti per convenzione (o maggioranza). Viene da chiedersi: e in base a quale criterio devo accettare proprio i criteri convenzionali? Leopardi annotava acutamente nel suo Zibaldone, che non esiste legge capace di obbligarmi alle leggi. Ma soprattutto, non ci si può non chiedere: tutto l’umano è materia di convenzione? oppure esiste una specie di “zoccolo duro”, non contrattabile perché precisamente è la condizione che rende possibile ogni ricerca seria di criteri? La coscienza dell’umanità ha risposto a questa domanda quando ha affermato l’esistenza di diritti originari della persona. Originari, cioè non donati dalla generosità di nessuno, ma inscritti nello stesso essere personale. E siamo così alla domanda decisiva: il modo di essere concepito appartiene a quello “zoccolo duro” di cui parlavo, oppure ogni modo tecnicamente possibile è perciò stesso praticabile? Sono convinto che si possa ragionevolmente dimostrare che solo un modo è praticabile, anche se oggi molti sono tecnicamente possibili: l’atto d’amore che fa di due sposi una sola carne. Ma non intendo ora percorrere questa via. Mi limito esclusivamente a prendere in esame il modo particolare della clonazione ed a porre alcune domande: abbiamo il diritto di sradicare una persona umana dalla relazione della paternità e della maternità? La persona da cui deriva il “clonato” è padre-madre di questi o fratello-sorella? Oppure è l’uno e l’altro, poiché le due relazioni non hanno una propria consistenza originaria, ma sono solo convenzioni sociali? L’identità della persona si costruisce anche mediante le relazioni in cui si pone ed è posta: la relazione d’origine è quella fondante. Ridurre questa a mero fatto culturale-convenzionale, e dunque sempre di nuovo ridefinibile, significa semplicemente dire che non esista l’uomo. Esiste solo ciò che i più (ed altri) decidono che sia chiamato uomo: è la dichiarazione di morte dell’uomo.