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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Chiarezza sulla Teologia della Liberazione
il Sabato, ottobre 1984


Volendo fare un po’ di chiarezza nel diffuso dibattito sollevato in queste settimane sulla teologia della liberazione, non sarà inutile cominciare collo smascherare un luogo comune, imposto ad arte da molti giornali. Chi sono i sostenitori della teologia della liberazione? Coloro che si sono posti al servizio dei poveri, che si impegnano per una società più giusta. Chi sono i critici della teologia della liberazione? Coloro che si sono posti al servizio dei ricchi, che non vogliono la giustizia. La semplificazione, imposta, ripeto, da grandi organi di stampa italiani e stranieri, è ingiusta e stupida. È ingiusta verso tanti uomini e tante donne — molti li conosco personalmente — vescovi, religiosi, sacerdoti e laici che dedicano tutta la loro vita alla carità ed hanno salutato la recente Istruzione della S. Congregazione per la Dottrina della Fede come una chiarificazione necessaria e da tempo attesa. È stupida, perché — intenzionalmente o meno — distoglie l’attenzione dai veri termini del problema. Quali sono? la questione non è di sapere se l’essere cristiani comporti o non un impegno serio e quotidiano per una società più giusta. La questione, o meglio le questioni vertono e sulla natura di questo impegno e sulla via da percorrere per metterlo in atto: questa è la “materia del contendere”. Ed è una contesa che ormai verte sulla verità stessa del Credo cristiano e, dunque, del nostro essere Chiesa. E questo — e non inconfessati o nascosti legami con non meglio identificati centri di potere politico ed economico — spiega la necessità di un intervento magisteriale. La verità della fede non può essere abbandonata ad interpretazioni che finiscono col negarla in punti essenziali.

Non presumo di indicare tutti questi punti essenziali, ma vorrei richiamare l’attenzione solo su alcuni di essi.

Possiamo cominciare col chiederci quale è il senso dell’impegno della Chiesa per la giustizia. Questo impegno si colloca dentro alla sua missione salvifica: quella missione che ha come termine non il “povero” o il “ricco”, il “borghese” o il “proletario”, ma l’uomo. Nella prospettiva della Chiesa, l’appartenenza ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra è accidentale, così come è accidentale l’età, la razza o altro ancora. Ciò che è essenziale è che si tratta di una persona umana: cioè di chi è amato dal Padre al punto che per essa ha mandato e donato il suo figlio unigenito. L’ingiustizia, pertanto, contro cui la Chiesa non combatterà mai abbastanza, è tutto ciò che in un qualche modo non riconosce questo valore incondizionato della persona: di ogni persona, anche quella già concepita e non ancora nata. Poiché — per parlare con estrema chiarezza — lascia, a dir poco, perplessi il constatare che questi “profeti dei poveri”, che scrivono sui grandi organi di informazione, sono gli stessi che nei vari paesi si sono impegnati per la liberalizzazione dell’aborto.

L’impegno della Chiesa è di natura etica. Che cosa significa esattamente questo? Non precisamente che chi ha meno, abbia di più, ma ogni persona possa essere persona, nella intera verità della sua incomparabile dignità e preziosità. Se ci si impegna anche sul piano dell’avere, è solo perché ed in quanto esso è necessario per lo sviluppo di tutta la persona. E questo spiega un punto della dottrina cristiana sul quale nel presente di battito si tace sempre e che, apparentemente, sembra in contraddizione con l’impegno di cui stiamo parlando. È il valore, sempre molto esaltato nella tradizione cristiana, della povertà.

Esistono condizioni nelle quali la persona umana non può essere se stessa: queste devono essere cambiate. Ma, dall’altra parte, il valore in sé non è lo stato economico, il possesso dei beni. Si deve avere quel tanto che è necessario e sufficiente per essere persone. La natura etica dell’impegno della Chiesa per la giustizia, in fondo, esprime che il supremo interesse della Chiesa non è l’economia, la politica o altro: è semplicemente l’uomo: l’uomo visto nella luce della sua altissima vocazione a divenire figlio di Dio in Cristo. Per questo, è lo stesso Papa che ad Edmonton, con accenti profetici, grida ai ricchi che li aspetta un giudizio severissimo e che, coerentemente, non perde occasione per condannare con la stessa forza aborto e contraccezione. È il vicario di Chi ha detto: “che importa ad un uomo avere il mondo intero, se poi perde se stesso?”.

La natura etica dell’impegno della Chiesa per la giustizia, ne determina coerentemente la metodologia, indica la strada che deve percorrere. Non può essere la strada che spezza e distrugge la partecipazione di ogni persona umana nella stessa umanità: che distrugge la coscienza della comunione nella stessa dignità. È la strada dell’educazione profonda della coscienza morale, nella convinzione che la distinzione essenziale — anzi, la contrapposizione sostanziale — non passa per l’appartenenza alle varie classi sociali: è quella fra ciò che è bene e ciò che è male. Ed, allora, quale è la vera portata della presenza nel dibattito sulla teologia della liberazione, della tematica marxista? Ancora una volta, si è voluto far credere che la Chiesa voglia “prendere parte” per un sistema, quello capitalistico, contro un altro, quello socialista. A parte la semplificazione di questa di visione di sistemi, la miopia di chi interpreta l’impegno della Chiesa in questi termini, rasenta la cecità. La Chiesa “prende parte” per l’uomo e per i suoi diritti fondamentali. E questa “presa di posizione” non può non comportare un giudizio di rifiuto totale di una visione dell’uomo che nega la persona umana nella sua fondamentale verità, chiudendola dentro l’immanenza storicista. La Chiesa non è né capitalista né socialista: è per l’uomo, semplicemente.

Conosciamo tutti la leggenda del grande inquisitore che Dostoevskij inserì nel romanzo I fratelli Karamazov. Ad un certo punto, il vecchio dice a Cristo: «Lo sai che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che il delitto non esiste, e quindi non esiste nemmeno il peccato, ma esistono solo degli affamati? “Sfamali e poi pretendi la virtù!”, ecco cosa scriveranno sulla bandiera che alzeranno contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio». Non voglio, ovviamente, addentrarmi nella interpretazione di queste oscure pagine del grande romanziere russo. Ma ripensare ad esse, può essere chiarificatore nella confusione che si è andata creando attorno alla teologia della liberazione.

Chi sono i successori del grande inquisitore? Chi ritiene che parlare ad un popolo di affamati di coscienza morale, di bene e di male, sia una illusione, sia un ingannare i poveri. Chi ritiene che la cosa più importante per il destino del singolo uomo, per il destino finale della storia sia deciso, in fondo, dal conflitto fra chi è economicamente oppressore e chi è economica mente oppresso e non dal conflitto — interno alla libertà dell’uomo — fra il bene ed il male.

Chi sta veramente dalla parte dell’uomo povero? colla recente Istruzione, la Chiesa ha voluto essere talmente da questa parte da difendere il povero non solo dalla fame, ma anche dalla peggiore delle perdite: quella della dignità della sua persona. Perdita... inevitabile quando ci si affidasse ad una dottrina, come quella marxista, per la quale l’uomo non è null’altro che “l’insieme dei suoi rapporti sociali”.

La tipologia configurata da Dostoevskij in queste settimane si è rovesciata. Quella Chiesa “istituzionale” che è attaccata come e perché legata al potere, è stata messa nella sua vera luce proprio da questi attacchi — e collocata nel suo luogo proprio. Le è rimproverato, come a Cristo, di essere nemica del popolo, perché ad essa non importa supremamente che tutti abbiano di più ma che tutti siano di più persone umane. Ed è beffeggiata come Cristo. Perché come Cristo ha un così grande amore e stima per l’uomo da dire che ogni uomo ha un destino eterno.