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Riflessioni dopo la visita alla Sindone
Catechesi ai giovani
Valdocco (Torino), 3 maggio 2015


Abbiamo sostato davanti ad una testimonianza o immagine di ciò che affermiamo nella nostra professione di fede: «fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato». Abbiamo pregato in silenzio di fronte a quel lenzuolo. Con questa catechesi vorrei aiutarvi a capire il gesto che abbiamo compiuto ieri, perché non sia trascinato via dal corso degli eventi della vostra vita, ma resti impresso nella vostra persona, nella vostra coscienza.

1. Partiamo da una domanda: perché un fatto storicamente documentato – la morte in croce di Gesù di Nazareth – è oggetto di fede? I fatti che si pretendono accaduti, si dimostrano mediante la scienza storica. Perché noi cristiani non ci limitiamo a questa verifica, ma professiamo che in esso noi crediamo?

Bisogna premettere che la fede ci sintonizza sul pensiero di Dio. Vi spiego questa sintonizzazione con un esempio. Noi possiamo vedere una cosa ad occhio nudo; possiamo vedere la stessa col microscopio ottico, e col microscopio elettronico. È lo stesso oggetto che vediamo, ma l’occhio nudo vede meno che dotato di strumenti.

È una pallida analogia di ciò che accade colla fede. Mediante essa, la nostra intelligenza viene dotata di una capacità di capire [intus-legere] soprannaturale, che supera infinitamente le capacità naturali. È la stessa capacità divina di capire le cose ed i fatti, che ci viene partecipata.

Tenendo conto di questo, ritorniamo allora alla nostra domanda. Non basta vedere il fatto di cui la Sindone è testimone o immagine– il fatto che Gesù è morto crocefisso – con gli occhi dello storico; è necessario guardarlo allo stesso modo con cui Dio stesso lo vede: guardarlo con gli occhi della fede.

Ma questo presuppone che la morte in croce di Gesù non sia un fatto che trova spiegazione rimanendo dentro la logica delle vicende umane. Vi faccio un esempio. Già Platone aveva detto che la sorte del giusto nelle società umane era la sua uccisione da parte degli ingiusti. E’ ciò che si è verificato in Gesù di Nazareth. Uno dei tanti giusti martirizzati. Uno dei tanti: dunque non un unicum, ma uno della serie tragica. Non un evento a sé, ma che accade perfino non infrequentemente.

Tuttavia, quando nel mondo cominciò ad essere narrato questo fatto da chi ne era stato testimone, gli apostoli, nel cuore di chi ascoltava la reazione non fu propriamente quella di chi dice: “un altro giusto ucciso”. Fu una reazione di “scandalo” se l’uditore era di fede ebraica: “è semplicemente scandaloso quello che tu dici!”; fu un giudizio di “follia” se l’uditore era greco: “ciò che tu dici non ha nessun senso; è pura follia!”.

Ma che cosa dicevano i testimoni di tanto scandaloso? Che cosa dicevano di insensato, di folle? Che quel crocefisso – quel crocefisso di cui ieri abbiamo visto l’icona – è Dio!

Cari giovani, è a questo punto che vi si chiede il “salto della fede”; che vi si chiede di sintonizzarvi col pensiero di Dio. Meglio: sul modo con cui Dio ha voluto rivelarsi, dirsi all’uomo. Vi si chiede una vera e propria conversione dall’idea che vi siete fatti di Dio, all’idea – se così posso dire – che Dio ha di se stesso e ci rivela nel crocefisso.

Il ponte che opera il passaggio è di lasciarvi prendere da un iniziale, ma profondo senso di stupore, di meraviglia. Non siamo così presuntuosi da pensare: “o Dio è come io penso che debba essere o non è Dio”. Ci è chiesto di arrivare dove è giunto il centurione. «Allora il centurione [era un pagano; era un soldato], che gli stava di fronte [come ieri siamo stati noi di fronte alla Sindone], vistolo spirare in quel modo [bisogna fare attenzione anche al modo con cui il crocefisso è morto: la Sindone lo mostra], disse: veramente quest’uomo era il Figlio di Dio». [Mc 15,39].

2. Proviamo a passare dalla meraviglia della fede all’intelligenza della fede, dalla fede che si stupisce alla fede che comprende. Vorrei aiutarvi dunque ad ascoltare ed accogliere ciò che realmente quel fatto vuole dire.

Per chiarezza: la morte di Gesù in croce ci dice tre parole difficili. Esse sono: SACRIFICIO; PECCATO; PERDONO.

Vogliono unirle e dare così unità al discorso, al logos della croce, a ciò che essa ci dice: la morte di Gesù sulla croce è il sacrificio della Nuova Alleanza per la remissione dei peccati. Ora cercherò di balbettare qualcosa su ciascuna di quelle tre parole.

A) Sacrificio. Non diamo a questa parola il significato usuale. Una situazione, un gesto scelto o subito che genera in noi sofferenza. È certo che la morte di Gesù sulla croce ha comportato indicibili sofferenze. Ma non è di questo che parliamo.

Sacrificio qui significa ciò che significa nella S. Scrittura. È un gesto compiuto per ristabilire la comunione con Dio e quindi dell’uomo con l’uomo. «La radice e il fondamento di ogni comunione tra noi è in Dio. Allora che questo gesto del Signore che muore in croce sia sacrifico vuol dire: è un gesto di comunione; cioè realizza… mette in atto la comunione con la radice; mette in atto il fondamento di ogni possibilità di comunione tra noi». [G. MOIOLI, La parola della croce, Glossa, Milano 1994, pag 32-33]. Cioè: mette in atto la nostra comunione con Dio. Cristo muore sulla croce per ricondurci a Dio.

La morte di Gesù sulla croce ci dice: è abbattuto ogni muro di divisione fra la persona umana e Dio, e ogni uomo ed ogni uomo [cfr. Ef 2,14-18].

Ho detto «della Nuova Alleanza». Voi sapete che “alleanza” è una delle metafore di cui si serve la Scrittura per indicare il rapporto di Dio con noi. Questo rapporto era spezzato per il peccato dell’uomo. Ora l’alleanza è rinnovata poiché nel sacrifico di Gesù sulla croce, ogni opposizione, ogni muro di divisione è stato abbattuto. Dio e l’uomo sono di nuovo alleati.

B) Peccato. Cari giovani, vorrei che foste particolarmente attenti perché ora cercheremo di capire una parola della croce molto difficile.

Partiamo da una costatazione fondamentale. Il peccato è un atto della persona. Non è qualcosa che… si pone su di te, fra te e Dio. È un atto della persona, che cambia nel suo essere la persona che lo copie. Faccio un esempio. Se tu pensi al triangolo non diventi un triangolo; ma se tu rubi, diventi un ladro. Gli atti della nostra libertà disegnano il volto della nostra persona. Se pecchi non fai semplicemente qualcosa che si frappone fra te e Dio; diventi una persona nemica di Dio.

Questo non è tutto. Il nostro essere nemici di Dio non è causato solo dai nostri atti. Ma prima di ogni nostro atto noi siamo già nemici di Dio. Che è come dire: noi nasciamo in uno stato di inimicizia con Dio, una inimicizia originale o un peccato originale. «Quando noi diciamo peccato originale, parliamo di un peccato di cui non siamo responsabili… Mettendosi dal suo punto di vista, Dio dice: tu devi essere come il Figlio mio e non lo sei» [G. MOIOLI, cit., pag 43]. Ciascuno di noi nasce nemico di Dio, perché nasce in una condizione che non è quella pensata e voluta da Lui.

Se Dio vuole porre rimedio a questa condizione; se vuole sancire una Nuova Alleanza con l’uomo, non può che farlo perdonando. Ogni persona umana può essere riconciliata da Dio solo con un gesto di misericordia. L’amore di Dio non può che essere un amore ricco di misericordia: cfr. Ef 2,4.

Il sacrificio della croce non poteva non essere che per i nostri peccati, per la remissione dei nostri peccati: cfr. Rm 5,6-8. La Nuova Alleanza non poteva ricostituirsi che su un gesto di misericordia.

C) Perdono. Ma che cosa vuol dire precisamente “perdono dei peccati”, “remissione dei peccati”?

Non dobbiamo mai dimenticare, neppure per un istante, che il rapporto uomo-Dio è costruito sulla libertà di entrambi. Ciascuno di noi è veramente – non per modo di dire – libero davanti a Dio.

Il perdono dei peccati, che è un atto di Dio poiché è Lui l’offeso, mette in movimento la libertà del peccatore. Questi comincia a riconoscere il male che ha fatto [= pentimento], e pertanto lo confessa umilmente [= confessione], e chiede al Signore di esserne liberato [= proposito di non peccare].

Fate però bene attenzione. Non sono due, Dio e l’uomo, che contrattano una conciliazione su un piano di parità. L’iniziativa di Dio previene la persona umana e la mette in movimento. È Dio che perdona, ma valorizzando e facendo sorgere la volontà della persona che si pente, che confessa, che ritorna.

Si capisce allora perché la Scrittura parla del perdono come di una nuova creazione; come di uno sposo che offre di nuovo il suo amore sponsale ad una sposa che lo ha tradito.

Dopo aver analizzato le tre parole che ci dice la Croce di Gesù, facciamo di nuovo un tentativo di sintesi. Gesù muore crocefisso, perché liberamente vuole offrire in sacrificio Se stesso, al fine di ricostruire la Nuova Alleanza con l’uomo, perdonando il suo peccato.

Perché lo ha fatto? Perché Dio ci ama; perché si è umiliato fino a questo punto? Perché Dio ci ama. E perché Dio ci ama fino a questo punto? Perché Dio ci ama fino a questo punto. L’amore è ragione di se stesso.

Una riflessione conclusiva. Ho cercato di balbettare qualcosa sul significato del fatto della morte di Gesù in croce. Quel fatto nel suo significato rimane una volta per sempre: stat crux fum volvitur mundus. Il sacrificio è stato offerto; la Nuova Alleanza è stata ricostruita; il peccato è stato perdonato.

Ma io – io nella mia vicenda umana, vissuta qui ed ora – come posso godere dei benefici del sacrificio? Come posso entrare nella Nuova Alleanza? Come posso essere perdonato per i miei peccati? Mediante i sacramenti della fede: il Battesimo in primo luogo; il “secondo Battesimo”, cioè la Confessione; e vertice di tutto, l’Eucarestia, la quale è precisamente la ri-presentazione del sacrificio di Cristo “per la Nuova ed Eterna Alleanza”, celebrato “per noi e per tutti in remissione dei peccati”.

Finisco con una citazione di un grande Papa, S. Leone Magno, che fa la sintesi di tutta la proposta cristiana nel modo seguente: «il Salvatore nostro, il Figlio di Dio, ha stabilito per tutti coloro che credono in lui un sacramento e un esempio, di modo che rinascendo facciano proprio il primo, e seguano l’altro imitandolo». [Sermone 50,3.3].