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È ragionevole credere oggi?
San Petronio, 3/10 marzo 2013


La Chiesa sta celebrando l’Anno della fede. Ho pensato opportuno allora aiutarvi a rispondere alla seguente domanda: è ragionevole oggi credere? Oppure dobbiamo ritenere che la fede è ormai un’attitudine che non esce più assolta dal tribunale della ragione?

Per cogliere meglio la domanda e tutta la sua portata, faccio tre premesse molto semplici.

01. Qualcuno potrebbe semplicemente mantenere una attitudine di fiducia nella tradizione cristiana in cui è nato, una tradizione di grande rispetto poiché è stata vissuta e trasmessa da molti uomini e molte donne che furono fra i più grandi geni dell’umanità. Chi tiene questa attitudine in fondo pensa: "così mi è stato insegnato, e così credo e penso".

E’ una posizione che ha una sua intima ragionevolezza, ma è oggi assai insidiata da almeno due fattori. Il primo è costituito dal fatto che tutti i potenti mezzi di produzione del consenso sociale sono nemici della fede. Il secondo è costituito dal fatto che la tradizione cristiana come universo di senso in cui viveva l’uomo, è andata via via erodendosi.

La domanda a cui cercherò di rispondere diventa ogni giorni di più ineludibile. Non possiamo non porcela.

02. Dobbiamo avere ben chiara una "pretesa" della fede cristiana. Essa si propone all’uomo come una conoscenza vera. Vi prego di prestare molta attenzione perché è un punto fondamentale.

La fede cristiana, la proposta cristiana si propone in primo luogo all’intelligenza della persona umana, non come esortazione a comportarci in un certo modo o come indicazione di una via per provare esperienze del sacro.

Proporsi all’intelligenza significa che la proposta cristiana si esibisce come verità: circa Dio, circa l’uomo, circa il mondo. Cioè: intende dire all’uomo chi è veramente Dio, chi è veramente la persona umana, che cosa è veramente il mondo.

E’ inevitabile quindi che il credente prima o poi abbia a che fare colla ragione e colle sue imprese, oggi soprattutto quella scientifica. La facoltà infatti mediante la quale noi cerchiamo di comprendere chi siamo è la nostra ragione.

Ora comprenderete perché prima o poi è inevitabile chiedersi: è ragionevole oggi credere?

03. E’ certo comunque che non basta essere convinti della ragionevolezza della fede per divenire credenti. La fede, essendo un incontro con una persona, è una scelta della libertà. Ciò che intendo dirvi è che questa scelta non è cieca: ha una sua intima ragionevolezza come devono avere tutte le scelte umane importanti.

1. Un grande pensatore e scienziato cristiano ha scritto: l’ultimo atto della ragione è di riconoscere che ci sono verità che superano la ragione.

Fate bene attenzione. Riconoscere che ci sono verità che superano la nostra ragione non è un atto di fede; è un atto della nostra ragione.

Non sto dicendo che ci sono verità che oggi non riusciamo a comprendere, ma che prima o poi comprenderemo. E’ questa certezza infatti che spiega lo sforzo spesso immane della ricerca scientifica.

Sto dicendo che ci sono verità, che la nostra persona ha assoluto bisogno di conoscere, ma che superano la nostra capacità. Questa è la grandezza e la miseria della nostra ragione: essa è capace di fare domande [=la sua grandezza] alle quali non è capace di rispondere [=la sua miseria]. Non sto parlando di una ragione astratta. Sto parlando di una ragione che appartiene a ciascuno di noi considerato nella sua concreta vicenda umana. Ebbene questa ragione si trova di fronte a tali enigmi che o riduce la realtà a qualcosa che non ha in se stessa un senso – deve cioè rinnegare se stessa - oppure deve ammettere che esiste una ragionevolezza, un senso che può essermi svelato solo da una Parola di Dio accolta nella fede.

Non posso sviluppare ora tutta questa riflessione come meriterebbe. Mi limito a darvi solo qualche suggerimento per la vostra riflessione.

1.1 E’ a tutti ben noto che cosa è accaduto nella nostra città alcune settimane orsono: una bambina buttata nei rifiuti. Venne salvata poiché fece sentire il suo vagito.

Quando mi hanno raccontato il fatto, ho pensato [parafrasando un testo di F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, BUR, Milano 1998, pag. 324]: tutto il sapere del mondo, tutte le nostre conquiste civili non sono in grado di mettere sotto silenzio il vagito di quella bambina gettata nei rifiuti. Che cosa voglio dire? Che esiste nella persona umana una inspiegabile capacità di negare colle sue scelte ciò che il senso morale naturale ha percepito come buono e giusto.

Qualcuno potrebbe dire: "esiste anche tanto bene [e non solo il vagito della bambina buttata via]". Non c’è dubbio. Tuttavia, non si tratta di sapere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. La cosa è più profonda. E’ la presenza del male morale; è la sua intensità e pervadenza; è anche il solo fatto che si compia anche una sola ingiustizia nei confronti di un innocente indifeso; è tutto questo lato oscuro della realtà che "grava sullo spirito con il senso di un profondo mistero che è al di là di ogni soluzione umana" [J.H. Newman, Apologia pro vita sua, Paoline, Milano 2001, pag. 382].

Che cosa alla fine possiamo dire? O Dio non c’è e quindi questa creazione è semplicemente assurda e dominata ultimamente da leggi impersonali ed inesorabili oppure la presenza del male morale deve avere altre spiegazioni.

E’ ragionevole quindi per chi afferma l’esistenza di Dio attendere una luce che venga da Lui; che Egli ci dica una Parola su questo insolubile enigma.

1.2 Secondo il libro dell’Apocalisse il canto finale dei giusti sarà questo:

"giuste e mirabili sono le tue opere,
o Signore Dio onnipotente;
giuste e veraci le tue vie
o Re delle genti!"
[Ap 15,3]

Le "vie del Signore" è un espressione non rara nella Bibbia, e che denota il comportamento del Signore nei confronti dell’uomo; il suo modo di agire dentro la storia umana. Di questo comportamento si dice: "è giusto e vero". A questa conclusione non può non arrivare chi ammette l’esistenza di Dio creatore e provvidente.

Ma nello stesso tempo, accade che risultati buoni, una società più giusta siano raggiunti attraverso gravi ingiustizie o comunque causando gravi sofferenze. C’è una pagina di S. Agostino che fa molto riflettere. In essa il grande dottore parla di situazioni in cui chi ha responsabilità pubbliche, un capo di stato, può ricorrere alla guerra perché il suo popolo è oggetto di un’oppressione insopportabile. E’ dunque un’azione, quella della guerra, di cui possiamo godere o per lo meno non affliggerci perché azione giusta? Agostino dice che se uno si comportasse in questo modo, sarebbe in realtà il più infelice di tutti, perché ha perduto il senso dell’umanità. Questa azione giusta implica che ci siano altri uomini che si comportano ingiustamente e comporta immani sofferenze [cfr La Città di Dio 19,7].

La storia umana procede mescolando oppressori ed oppressi, prepotenti ed umiliati, potenti e deboli. E la morte pone fine alle ingiustizie degli uni e alle sofferenze degli altri.

Potremmo anche esprimere ciò che stiamo dicendo con una immagine molto semplice. Ci gloriamo che la torta sia comunque divisa in fette uguali per tutti? Facciamolo pure. Ma domandiamoci: è stato uguale anche il sacrificio di tutti coloro che ha reso possibile avere la torta? E se così non fosse, come non è, non sarebbe giusto revocare la sofferenza passata, riparare il diritto leso?

Non è ragionevole pensare e sperare che Dio ci riveli e ci doni la certezza che la giustizia verrà ristabilita, e che si possa cantare con verità: "giuste e veraci sono le tue vie, o Signore Dio onnipotente"? Poiché delle due l’una. O l’ingiustizia ha lo stesso diritto di esistere della giustizia, ed allora fra ciò che la mia ragione chiede e la realtà c’è un contrasto insanabile [= la realtà è assurda] e pertanto devo rinunciare ad essere ragionevole; oppure è cosa ragionevole pensare e sperare che Dio mi dica che l’ingiustizia nella storia non ha l’ultima parola, e sarà eliminata per sempre [cfr. 2Pt 3,13]. Alla fine: è la fede che riconosce la ragione e la salva dal naufragio dentro la tempesta di dubbi insolubili.

2. Vorrei ora brevemente riflettere su un altro punto. E’ ragionevole credere. Ma una volta che abbiamo deciso di accogliere la parola di Dio, dobbiamo…dire addio all’uso della nostra ragione? Tutto al contrario. Vediamo perché.

La proposta cristiana si esibisce come narrazione di un fatto: Dio ha assunto la nostra natura e condizione umana per guarire la miseria umana, il suo male più profondo, elevando l’uomo ad una vita divina. Abbiamo visto che è ragionevole ritenere che questo possa accadere. La Chiesa dice: è accaduto.

Di fronte a questa proposta, è chiesto prima di tutto alla persona umana di verificarne la credibilità, attraverso la considerazione dei segni che accompagnano quella proposta e la rendono plausibile. E’ per questo che, "perché l’ossequio della fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua Rivelazione. Così i miracoli di Cristo e dei Santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità" [Catechismo della Chiesa Cattolica 156].

Non solo, ma una volta accolta nella fede la proposta cristiana, è un’esigenza della persona credente conoscere sempre più profondamente quel Dio che si è rivelato, e le sue opere. Ora, noi abbiamo una sola facoltà che ci consente di conoscere: la nostra ragione. La fede diventa intelligenza di ciò che crediamo.

3. Concludo colla lettura di due testi: essi esprimono in maniera stupenda che cosa significa credere.

Il primo è di S. Paolo: "Io sono…persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" [Rom 8, 38-39].

L’apostolo si riferisce alla sua fede e alla certezza che essa genera in lui. Certezza di che cosa? Che non ci sarà nulla, né persona né cosa, umana o sovraumana che potranno separarci da Dio che si è rivelato in Gesù come il Dio che ci ama. La fede, cioè, è la certezza che questo amore non ci tradirà mai per nessun motivo o causa di una forza superiore [che non esiste: "non potrà mai"].

Il secondo è del b. J.H. Newman. Egli narra che cosa è accaduto in lui quando raggiunse, dopo un cammino molto tormentato, la fede cattolica ed entrò nella Chiesa cattolica.

"Non ho più alcuna inquietudine nello spirito. Mi sono trovato nella più perfetta pace e tranquillità; non ho mai avuto alcun dubbio…fu come entrare in porto dopo essere stati nel mare in burrasca; e la mia felicità, a questo riguardo, dura ininterrotta fino ad oggi.
…Diecimila difficoltà non fanno un dubbio."
[Apologia pro vita sua, cit., pag. 378-379]

La fede è questo.