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DOVE VA MESSO IL SALE?
Catechesi ai giovani
22 dicembre 2001

La catechesi di questa sera è la logica continuazione della catechesi di novembre. Nella catechesi di novembre ci eravamo fatti due grandi domande: perché è necessaria una nuova civiltà? Come costruire la nuova civiltà? Essere luce e sale della terra significa rispondere, teoricamente e praticamente, a queste due domande.

Questa sera noi riprendiamo la risposta alla seconda domanda, come costruire la nuova civiltà, e l’approfondiremo. Ci chiediamo: poiché chi incontra Cristo è luce e sale del mondo, quali ambiti umani questa luce deve illuminare e quali esperienze umane questo sale deve difendere dalla corruzione? Dividerò dunque la mia catechesi in due parti o punti. Nella prima individuerò un ambito o una dimensione bisognosa della luce di Cristo; nella seconda individuerò una esperienza umana oggi particolarmente bisognosa del sale di Cristo per non corrompersi. Ovviamente questo non è tutto ciò che si può dire. Ma il tempo a mia disposizione esigeva una forte limitazione.

1. L’ambito del "senso" e la luce di Cristo.

Carissimi giovani, sono sicuro che vi siete già imbattuti in una qualche grande sofferenza: o vostra o di qualche persona a voi cara. Una malattia, una grave delusione, la morte di un amico: e così via. Che cosa è che fa soffrire veramente l’uomo? Quale è il dolore umano, propriamente umano? Non tanto la dimensione fisica del dolore; non è tanto la dimensione psichica del dolore: ambedue le ritroviamo anche nell’animale. La vera dimensione umana del dolore è non essere sicuri che esso abbia un senso: non il soffrire ma il soffrire senza che abbia un senso il soffrire, è la vera domanda, la grande domanda che tormenta ogni sofferente.

Quando Agostino, uno dei più grandi geni dell’umanità, aveva più o meno la vostra età, perse il suo migliore amico, strappatogli dalla morte. Fu un vero e proprio terremoto spirituale nella sua esistenza: egli lo descrive in alcune pagine straordinarie delle Confessioni, la sua autobiografia [cfr. IV, 4,8-7,12; NBA 1, ]. E giunse alla seguente conclusione: "Ero diventato un grande enigma a me stesso e chiedevo alla mia anima perché fosse così triste e perché mi turbasse tanto, e non sapeva cosa rispondermi". Prima di essere la sofferenza per qualche cosa, il vero male dell’uomo è la perdita del senso del vivere: è il dubitare che la realtà abbia un senso. Il testo agostiniano continua: "E se le dicevo: spera in Dio, giustamente non mi obbediva, poiché l’uomo carissimo che avevo perduto era più vero e migliore del fantasma in cui le ordinavo di sperare". E’ una osservazione mirabile: chi ha più verità, cioè più consistenza nella realtà [verior, dice Agostino], e quindi chi merita di più di essere amato [melior, dice Agostino] quell’amico in carne ed ossa o quel Dio lontano e fantastico in cui Agostino allora credeva? Non si può sperare in una fantasia e soffrire nella realtà!

Ma l’umano soffrire non è l’unica via, l’unica porta che fa sorgere in noi la domanda di senso, che ci introduce in una mendicanza di significato. Ne esistono altre. Mi voglio fermare anche su un’altra.

Io credo che non esista una verità più evidente, una certezza più immune dal dubbio della seguente: che non c’eravamo e che ora ci siamo, senza averlo deciso noi. Chi è o che cosa lo ha deciso? Fate bene attenzione! Non basta rispondere: i nostri genitori. A parte il fatto che questo, comunque, non è universalmente vero: si pensi, per esempio, a chi è venuto all’esistenza in conseguenza di una violenza carnale, fuori dal matrimonio. Ma soprattutto quella non è una risposta vera per un’altra ragione più profonda. I genitori volevano un bambino/una bambina: non volevano, perché non potevano volere, precisamente te. Per la semplice ragione che non potevano conoscerti prima che tu esistessi: quando tua madre si accorse che tu esistevi, non hai cominciato ad esserci in quel momento.

Oh quale mistero profondo è la nostra origine! Chi/che cosa la spiega? Uno potrebbe dire: "non c’è nessuna spiegazione al fatto che io ci sia". Riflettete bene: se così fosse, allora la nostra esistenza in sé e per sé non avrebbe nessun senso, perché non avrebbe nessuna spiegazione. Il mio esserci sarebbe dovuto alla pura casualità. Pura casualità essa sarebbe priva di ogni valore.

Perché l’uomo, ogni persona umana ragionevole rifiuta di attribuire il suo io, il suo esserci al caso? Rifiuta di ridurlo ad un mero dato di fatto privo di senso?

Voi, vedete allora come la verità più evidente, la certezza più incrollabile esige una spiegazione che è una domanda di "senso della vita".

Sia che ci scopriamo mendicanti di senso attraverso l’umano soffrire sia che ci scopriamo tali mediante il nostro trovarci posti dentro all’esistenza, noi prendiamo coscienza di essere capaci di porre domande ultime, di avere interessi supremi, "cercando il perché dell’esistenza in tutte le pieghe della vita e in tutte le sue implicazioni" (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, ed., Milano 2001, pag. 4). Questa dimensione della nostra persona è ciò che chiamiamo "senso religioso". Esso non è niente altro che quel dinamismo insito nella nostra persona che la spinge a cercare il perché ultimo di se stessi e di tutta la realtà.

Prima di procedere oltre, voglio fare una riflessione che riprende in parte quanto ho detto nella catechesi precedente. Uno degli inganni più tragici tesi all’uomo nel ventesimo secolo è stato quello di fargli credere che esistesse un assoluto terrestre capace di rispondere adeguatamente a quel dinamismo umano: nazismo e comunismo sono stati generati da questo inganno. Una volta smascherato questo inganno, molti uomini oggi dell’Occidente hanno concluso non solo che nessun assoluto terrestre è capace di rispondere alla domanda di senso dell’uomo (il che è vero), ma che non esiste proprio nessuna risposta a questa domanda. Siamo come chi naviga sempre a vista senza avere nessun porto definitivo: consumatori soddisfatti ed annoiati di beni limitati.

Ma ora procediamo nella nostra catechesi. In ogni civiltà umana, "la parola Dio segna l’oggetto proprio di questo desiderio ultimo dell’uomo, come desiderio di conoscenza dell’origine e del senso esauriente dell’esistenza, del senso ultimo implicato in ogni aspetto di quel che è vita" [ibid. pag. 4-5]. Dio è colui da cui la vita – direbbe Agostino – è "vera" [consistente nella realtà] e "melior" [degna di essere amata].

A questa domanda di senso come si pone la luce che è Cristo? a questa mendicanza di significato come risponde la luce che è Cristo? È la risposta che trascende da una parte ogni domanda umana e nello stesso tempo le corrisponde in modo sovranamente pieno. Perché? non in primo luogo per ciò che Egli ci ha detto, ma per ciò che Egli è: il Mistero da cui dipendiamo che si è reso visibile divenendo uno di noi. La Risposta che l’uomo chiedeva è Lui. Ecco perché chi lo incontra è un ri-generato ad una nuova vita, come Gesù disse a Nicodemo, perché non solo ti consente di vivere ma ti dona la ragione ultima per cui vale la pena di vivere.

Carissimi giovani, ci siamo chiesti all’inizio di questo primo punto della nostra catechesi: dove deve essere accesa la luce che è Cristo? Nell’ambito della ricerca di senso, dentro a quella mendicanza di significato che costituisce la nostra persona.

In che senso diventate costruttori di una nuova civiltà? Perché portate dentro a questa cultura del non-senso definitivo la presenza di una Verità che riapre la persona al suo vero Destino.

2. L’esperienza della libertà e il sale di Cristo

Può essere che la riflessione fin qui condotta dia l’impressione ad alcuni di essere un po’ astratta. Non è così e lo vedrete subito in questa seconda parte della catechesi.

In questa seconda parte vogliamo riflettere sulla nostra libertà come quell’esperienza umana che ha più bisogno del sale che è Cristo, ed in Lui del suo discepolo, per non corrompersi. La riflessione si aggancia con immediatezza logica a quanto ho detto sul senso della vita. L’aggancio è facile da vedere.

Se la nostra vita non ha in sé e per sé un significato ultimo, ma essa deve limitarsi al "consumismo" di beni effimeri, in che cosa consiste la nostra libertà, che cosa significa essere liberi? Scegliere di volta in volta ciò che in quel momento ti sembra essere il tuo bene, cercando eventualmente una coesistenza pacifica con la ricerca che anche l’altro fa di ciò che gli sembra essere il suo bene. Se non esiste un significato ultimo della vita, non esiste neppure un criterio per distinguere il bene dal male, ma la nostra libertà è costretta a limitarsi alla scelta fra ciò che mi è utile e ciò che mi è dannoso, fra ciò che mi piace e ciò che non mi piace. Una vita priva di senso genera una libertà vagabonda.

Quest’esperienza di libertà conduce la libertà medesima alla sua corruzione ed alla sua morte, perché porta la persona ad essere solo uno che re-agisce agli stimoli interni ed esterni. Ma anche gli animali e perfino le piante sono capaci di re-agire. Non di agire; di questo è capace solo l’uomo.

Se la persona limita l’esercizio della sua libertà all’utile e/o al piacevole, essa per così dire sarà sempre più incurvata su se stessa. L’egoismo diventa la logica delle sue scelte e l’incontro con l’altro si riduce ad essere provvisoria contrattazione fra due opposti egoismi.

E’ un punto questo sul quale ritorneremo lungamente in un laboratorio della fede [quello che faremo a Voghiera il 22 febbraio prossimo].

Carissimi giovani, ci siamo chiesti in questo secondo punto della nostra catechesi: dove deve essere messo il sale di Cristo? Ora possiamo rispondere: dentro alla nostra libertà perché essa non si corrompa da "capacità di amare nel dono di sé" a "ricerca del proprio utile"; da "amore del vero bene comune" a "ricerca del proprio bene privato".

Quale è il sale di Cristo? E’ il suo Santo Spirito che ci viene donato come Spirito che è "Signore e dà la vita".

Conclusione

Carissimi giovani, siete chiamati ad essere costruttori di una nuova civiltà: luce del mondo e sale della terra. Quale civiltà? La civiltà della verità, posti come siete dentro ad una cultura del non-senso; la civiltà dell’amore, posti come siete dentro ad una cultura dell’utile.