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IL TUO VOLTO IO CERCO: PREGHIERA E CONVERSIONE
Tre giorni catechisti: 12 settembre 1999

 01. La mia riflessione all’inizio del nuovo anno catechistico, è diversa da quella degli anni passati. Mentre in questi mi sono preoccupato di mettere in risalto alcuni contenuti fondamentali della catechesi, quest’anno la mia conversazione ha un carattere prevalentemente formativo.

Mi spiego. Nella conversazione tenuta il 17 gennaio scorso abbiamo presentato la dottrina cristiana della preghiera, nella sua oggettività: dottrina che dobbiamo trasmettere nella catechesi. In questa conversazione vorrei richiamare la vostra attenzione piuttosto sulle dimensioni soggettive della preghiera cristiana. Non la pura e semplice "verità di fede" circa la preghiera, ma questa stessa verità "in quanto attuata dalla nostra libertà". Non … l’essenza, ma l’esistenza della preghiera.

In questo modo, la mia riflessione mi sembra che possa essere la sintesi ed il punto d’arrivo dei due incontri precedenti.

02. Non posso non richiamare l’importanza centrale che il tema della preghiera ha nella nostra attività catechetica. Non solo dal punto di vista della trasmissione della fede cristiana sulla preghiera, ma anche e soprattutto nell’educare all’atto del pregare.

1. L’inizio della mia riflessione è costituito dal v. 8b del Salmo 27 (26): "Il tuo volto, Jahweh, io cerco".

Che cosa significa esattamente questa decisione presa dall’orante? Immediatamente, la decisione di accedere al tempio nel quale si manifesta lo splendore della Gloria di Dio. Ma essa sembra connotare un significato più profondo, più intimo: il desiderio, nella ed attraverso la liturgia del Tempio, di avere un rapporto col "Tu" divino, indicato antropomorficamente dal volto. Un antropomorfismo che sottolinea la dimensione della intimità, della benevolenza proprie della Presenza di Dio che si pone in rapporto con l’orante.

Abbiamo una conferma per contrario nel vers. seguente ("non nascondermi il tuo volto"). L’eclisse della Presenza di Dio nell’orizzonte dell’esistenza [Sal. 13,2; 22,25; 24,6; 2Sam. 12,16; 21,1; Os. 5,15; Am 5,4; Ger. 29,12-13] rende l’uomo "come chi scende nella fossa" (Sal. 28,1).

Il significato dunque del versetto è assai profondo. Esso esprime il desiderio dell’uomo di avere un incontro con il "Tu" divino, senza del quale (incontro) la vita umana è destinata alla morte. Siamo veramente dentro al nucleo centrale dell’esperienza umana e cristiana. Ed infatti il tema della ricerca del Volto sarà un tema costante nell’antropologia cristiana. Cerchiamone ora di penetrare il senso.

Questo testo del salmo può essere collegato con altri due testi biblici. Il primo è Es 33,18-23. Esso costituisce il vertice di tutta l’esperienza di Mosè. Egli chiede di vedere la Gloria di Dio: Dio nel suo splendore. La presenza di Dio (cfr. ib.14-16) si testimonia nella parola rivolta al suo servo e nel fatto storico della liberazione dall’Egitto. Quest’esperienza della presenza si unisce all’esperienza intima del cuore di Mosè che corrisponde docilmente. La domanda di Mosè esprime il "vertice" del suo desiderio: avendo "sentito" la Presenza, chiede di vederne il Volto. e la risposta è che Mosè può fare esperienza della grazia e della misericordia di Dio, ma non può vedere il suo Volto, pena la morte.

Il secondo testo è Gv 14,8-9. La domanda di Filippo richiama quella di Mosè [nella Bibbia dei LXX si usa lo stesso verbo nei due casi] e riceve risposta: "chi vede me, vede il Padre". La Gloria di Dio-Padre, il suo Volto s’è reso visibile nella carne del Verbo incarnato. S. Paolo in 2Cor 4,6 sintetizza tutta l’opera salvifica del Padre servendosi di questa chiave interpretativa.

All’inizio si ha l’atto creativo che comincia colla creazione della luce. Esso significava, prefigurava l’ingresso dentro al mondo visibile dello splendore della Gloria del Padre che splende nel Volto di Cristo risorto. Questa stessa luce si è accesa nel cuore degli Apostoli, nel senso che hanno conosciuto la Gloria di Dio in Cristo ("riflettendo senza velo sul volto la Gloria del Signore" 2Cor 3,19). Essi poi, attraverso l’annuncio del Vangelo comunicarono a noi la stessa conoscenza, così che noi oggi possiamo "vedere" il volto del Padre nella gloria del Cristo risorto (cfr. anche 1Gv 1,1-4). Possiamo avere una conoscenza della Gloria divina che rifulge sul volto di Cristo: "Filippo, chi vede me, vede il Padre". Il desiderio dell’Antica Alleanza si è compiuto.

3. Cerchiamo ora di avere una qualche comprensione di questo dato biblico.

La prima verità su cui riflettere è che tutto questo, il Volto del Padre che si mostra in Cristo, è pura grazia: la persona umana colle sole sue forze spirituali non può mai incontrare il "Tu" divino. Dio resta sempre alla … terza persona. La nostra conoscenza infatti non può non avere che come oggetto suo proprio questo mondo creato: le cose, le persone, se stessi. Direttamente ed immediatamente noi conosciamo solo l’universo delle creature. Certamente, come esplicitamente insegna S. Paolo "dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rom 1,20; cfr. anche Sap 13,1-9). Tuttavia si tratta sempre di una conoscenza indiretta: è come conoscere uno nella sua immagine riflessa da uno specchio, o in una fotografia [non a fuoco, peraltro!]. Ecco, perché non puoi entrare in dialogo col Dio scoperto dalla ragione.

Esiste nel nostro cuore il desiderio naturale di questo dialogo. Ma questo desiderio non può trovare compimento, se l’uomo è lasciato a se stesso. Lo si può capire con un esempio molto semplice. Se un ragazzo ama una ragazza e desidera condividere la sua vita con lei, non la può conquistare e possedere colla violenza. In questo caso infatti non sarebbe più un "dialogo" da persona a persona. Fino a quando ella non si decide liberamente a donarsi, nessun dialogo è possibile.

C’è un solo modo di entrare in dialogo con Dio: che Dio stesso decida di uscire dal suo impenetrabile silenzio e, rivelandosi, si doni all’uomo. Solo così noi possiamo entrare in comunione, in dialogo con Dio: vedere il volto di Dio è pura grazia!

E’ difficile per l’uomo accettare questa condizione. E di fatto l’uomo ha sempre cercato di uscirne attraverso la magia: tentativo di costringere Dio ad uscire dal suo silenzio, di impossessarsi di Dio, di averlo a disposizione.

4. L’avvenimento della Rivelazione è accaduto. "Rivelazione" significa che Dio stesso è entrato in rapporto diretto con l’uomo sia rivolgendogli la parola [Dio ha parlato all’uomo] sia compiendo azioni a favore dell’uomo [Dio ha agito per l’uomo].

Coinvolto in questo avvenimento la persona umana è in grado di "rispondere" a Dio che parla ed agisce. Questo "coinvolgimento" si chiama FEDE. Essa è l’adesione di tutta la nostra persona alla realtà di Dio che si rivela ad essa: è "percezione" assolutamente certa di una Presenza che ti chiama nella sua intimità. Questa "percezione" diventa anche parola umana in risposta al Dono: la FEDE diventa PREGHIERA. Essa, la fede, non dice semplicemente: "Dio è il mio aiuto", ma anche e soprattutto: "Dio, Tu sei il mio aiuto". Hai detto a Dio la parola più significativa: gli hai detto "Tu". Cioè: hai parlato a Dio! Ti sei rivolto a Lui.

Chi ha reso possibile questo modo di rivolgersi al Mistero? "Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel senso del Padre, Lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). Inseriti in Gesù mediante la fede e i sacramenti, possiamo "vedere in Lui il Padre". La seconda preghiera eucaristica dice: "ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale".

"Essere ammessi alla presenza del Mistero": è un dono; è pura grazia di cui dobbiamo essere grati. Ciò è reso possibile esclusivamente perché Cristo "entrò una volta per sempre nel santuario" (Eb. 9,12), "per comparire ora al cospetto di Dio" (ib. 24). E noi, "celebrando il memoriale della morte e resurrezione" sua, siamo introdotti alla Presenza del Padre: "a compiere il servizio sacerdotale", cioè la nostra preghiera.

5. Da quanto ho detto finora deriva una conseguenza assai importante: non è possibile alcuna esperienza di preghiera senza una "vera conversione" a Cristo. Che cosa significa "conversione a Cristo"? perché senza essa non è possibile pregare?

Parlando di conversione, siamo subito portati forse a pensare ad un cambiamento della nostra vita nella sua dimensione morale: passaggio da una condotta sregolata ad una condotta ordinata secondo valori e leggi morali.

Benché questo modo di pensare la conversione non sia falso, esso tuttavia non ne coglie il centro e, pertanto, se ci limitiamo ad una concezione etica della conversione, alla fine si cade in una visione errata della medesima.

Convertirsi non significa principalmente allontanarsi dal male e volgersi al bene. Significa volgersi a Cristo. La conversione consiste nel volgersi a Cristo per essere posti da Lui, in Lui e come Lui nella relazione figliale col Padre.

La pagina della Lettera ai Filippesi (3,4-11), nella quale precisamente S. Paolo descrive la sua conversione, è particolarmente utile: essa ci dona la verità rivelata sulla conversione cristiana.

L’avvenimento della conversione implica due momenti sempre congiunti, come il dritto e l’inverso – se così posso dire – o il concavo e il convesso della stessa figura: sempre correlativi l’uno all’altro, cioè interdipendenti.

Il primo momento è costituito da un cambiamento radicale che avviene nel proprio spirito. Nel modo di pensare, "di considerare" la realtà: "quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita …come una spazzatura"(v.7). E’ un capovolgimento totale nel giudizio, nell’interpretazione, nella valorizzazione della realtà.

Nel modo di agire, di essere liberi: "ho lasciato perdere tutte queste cose"(v.8). E’ un capovolgimento totale nella volontà, nelle intenzioni, nella ricerca della propria beatitudine: nell’asse attorno cui ruota l’esistenza.

Il secondo momento è costituito da un incontro con una Persona, dall’instaurarsi di una relazione del tutto singolare con la persona di Cristo.

Se ci chiediamo: "a causa di che cosa, nel convertito accade questo radicale capovolgimento nel modo di pensare e di agire?", la risposta non è: "poiché ragionando meglio ha capito che esistevano valori più importanti". La risposta è: "quel radicale capovolgimento è accaduto a causa di Cristo" (13b). Cioè: ha incontrato uno che gli ha fatto vedere nello splendore della verità e gustare nella forza del bene, l’intero significato della vita. La conversione non è il risultato di un ragionamento o di una indefinita ed intensa emozione spirituale: è l’imbattersi nella persona vivente di Cristo e restarne totalmente affascinato.

E’ assai importante notare accuratamente come Paolo cerca di descrivere questa relazione con Cristo. Egli parla di "conoscenza di Cristo": è una relazione di conoscenza. Come è noto, nella S. Scrittura conoscere non connota solo un’attività dell’intelligenza: è un rapporto in cui la persona è coinvolta totalmente. Paolo parla di "guadagnare Cristo": espressione significativa! La persona di Cristo, l’essere in un rapporto unico con Lui ("mio" Signore: 8a) è come una ricchezza, un tesoro di una tale preziosità che lo si vuole possedere costi quel che costi (cfr. Mt 13,44). S. Paolo parla di "essere trovato in Lui (= Cristo)". E questa è forse la suggestione più forte per descrivere la relazione con Cristo: essere in Lui. Incontrarlo fino al punto che non sei più in te stesso, ma cominci ad essere in Lui. Scrivendo ai Galati, S. Paolo dirà: "non sono più io che vivo, ma solo Cristo vive in me" (2,20b). "Cioè: nel mio affetto esiste solo Cristo e Lui stesso è la mia vita" (S. Tommaso d’A., Lezioni sulla Lett. ai Galati, VI, 107).

La conversione è la totale consegna di se stessi a Gesù Cristo, che comporta un totale rinnovamento nella propria soggettività ed una ricostruzione di essa: crea un cuore nuovo.

Se convertirsi a Cristo significa questo, allora solo se nella nostra persona è accaduto questo avvenimento, Cristo è diventato una persona vivente che è venuta a dimorare dentro alla tua vita, non come uno qualsiasi, ma come Colui dal quale tutta l’esistenza trae significato. E’ diventato un "Tu" a cui tu puoi parlare [=preghiera]. Facciamo due contro-prove [veritas per contrarium!] per prendere coscienza di questa verità.

6. Senza una vera conversione a Cristo, egli rimane un "personaggio" relegato al passato, che ci ha lasciato una dottrina da conoscere ed attuare. La conversione di Paolo coincide colla presa di coscienza della presenza viva di Cristo di fronte a lui: "… perché mi perseguiti?" (At 9,4).

La preghiera diventa inevitabilmente un "dovere" da compiere, una "condizione da adempiere" per ottenere un risultato sperato. E quindi noiosa.

Abbiamo una conferma. Quando la preghiera diventa particolarmente fervente? Nel momento dei bisogni più seri, nella condizione in cui sentiamo che beni giudicati particolarmente preziosi, sono insidiati. Questo fatto ci dona molta materia di riflessione. Nel momento in cui sperimentiamo la nostra costituzionale fragilità ontologica ed il fatto che non dipendiamo da noi stessi, parte dal cuore l’invocazione di una Presenza che si ponga dentro alla nostra vita.

7. Quale è il segno della Presenza e più concretamente il segno che la presenza di Cristo lascia nella persona? Il senso di fede del popolo cristiano ha sempre molto dubitato della verità della preghiera, quando questa non genera una vita nuova. Come sempre, il "senso della fede" non sbaglia.

Che cosa significa "generare una vita nuova"? significa che Cristo è così presente che diventa la "misura" di tutta la tua esistenza. Del tuo affetto: del modo con cui lo sposo ama la sposa e viceversa, il ragazzo la sua ragazza, il pastore la sua comunità, la vergine consacrata le persone cui si dona; del modo con cui i genitori sono appassionati all’educazione dei figli … Del tuo lavoro; del tuo vivere in società. "Camminate …nel Signore Gesù Cristo … ben radicati e fondati in Lui" dice S. Paolo (Col. 2, 6-7).

E quale è questa "misura"? è quella della gratuità [amatevi come io vi ho amato!]. E’ la capacità di dire: "come è bello, come è bene che tu ci sia!" e non "come mi è utile, come mi piace!". E’ lo sguardo di chi ha il cuore puro: lo sguardo con cui la madre guarda il bambino, non perché è "suo", ma contenta perché lui c’è! Solo i puri di cuore vedono il volto di Dio.

Come sempre, i poeti sanno esprimere meglio di ogni altro queste verità.

Ami, e non pensi di essere amata; ad ogni
Fiore che sboccia o frutto che rosseggia
O pargolo che nasce, al Dio dei campi
E delle stirpi rendi grazie in cuore.

A. Negri, Mia giovinezza, BUR Milano 1995, pag. 78

Se sappiamo vivere in questo modo, Cristo è presente in noi e quindi possiamo pregare; come, reciprocamente, se possiamo pregare, Cristo è presente in noi e quindi possiamo vivere "camminando in Lui".

Conclusioni

Probabilmente, giunti – come siamo – alla fine, vi chiederete: "ed ora, che cosa fare?". Tutto il Giubileo non ha altro scopo che questo: la conversione del cuore a Cristo.

Ho scritto una lettera pastorale incentrata su questo. Vi prego di considerarla quest’anno il testo base del vostro impegno catechetico.