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CREDO NELLO SPIRITO SANTO
Incontro con i catechisti
5 settembre 1997



Ad uso privato dei catechisti e sacerdoti dell'Archidiocesi di Ferrara-Comacchio
 

Cfr. 689-690  01. Esiste una profonda, inscindibile connessione fra il cammino che abbiamo percorso l’anno passato ed il cammino che intendiamo percorrere quest’anno, l’anno dello SPIRITO SANTO. Egli infatti è lo “Spirito del Suo Figlio” (Gal. 4,6). Dice la liturgia: “ha mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione” (Preghiera eucaristica IV). E’ lo Spirito che “perfeziona” l’opera di Cristo: la nostra eterna predestinazione in Cristo si compie per mezzo dello Spirito Santo.
02. La situazione descritta in Atti degli Apostoli 19,1-2 si ripete spesso anche nelle nostre  comunità cristiane. Forse non pochi cristiani  anche oggi potrebbero dire: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo”. E’ dunque necessario che durante il presente anno ci interroghiamo seriamente sul “posto” che lo Spirito Santo occupa nella nostra catechesi: se di Lui ci limitiamo a parlare solo nell’anno della Cresima. Ma per poterne parlare, occorre che il catechista conosca bene la dottrina di fede della Chiesa sullo Spirito Santo. Ciò che mi propongo con le mie riflessioni è una presentazione breve di questa dottrina. A questo incontro ne seguiranno poi altri due nei quali sarete aiutati nella trasmissione di questa stessa dottrina: ambedue le cose sono necessarie.
Cfr. 685-236  03. Dello Spirito Santo, la fede della Chiesa parla in due nodi o, se volete, da due punti di vista: nella “Teologia” trinitaria, nella “Economia” della nostra salvezza. Anche noi seguiremo questo procedimento. Parleremo cioè della Persona dello Spirito Santo nella vita trinitaria (A) e poi dell’Opera dello Spirito Santo nella nostra salvezza (B). Si faccia però bene attenzione: si tratta di una divisione che ha solo un carattere e una ragione didattica. Nella storia della salvezza, la fede della Chiesa giunse ad avere una certa intelligenza dello Spirito Santo attraverso l’esperienza della sua opera salvifica.
Cfr. 692-693 Cfr. 694-701 04. Si potrebbe fare un’analisi accurata dei nomi con cui lo Spirito Santo viene dicato. Oppure, esaminare tutti i simboli di cui la fede ci serve (e sono almeno otto) per descrivere la sua Persona ed opera: quest’analisi è però lasciata al lavoro personale di ciascuno.
 

(A)

La persona dello Spirito Santo (cfr. 243-248)

1. Lo Spirito Santo è una persona divina realmente distinta dal Padre e dal Figlio: è questo il punto di partenza, se così possiamo dire, della fede della Chiesa nello Spirito Santo. Quando essa perla dello Spirito Santo, parla non di qualcosa di divino, ma parla di Qualcuno che è Dio come è Dio il Padre ed il Figlio che ha assunto la nostra natura umana.
 Questo carattere personale dello Spirito Santo risulta chiaramente e costantemente dal modo con cui la S. Scrittura, nel Nuovo Testamento, parla della sua Presenza (della sua dimora in noi o in-abitazione). Risulta pure dal fatto che allo Spirito Santo sono attribuite azioni consapevoli e libere che Egli compie nella persona in cui dimora: anzi - come vedremo meglio in seguito - tutti i doni divini presenti in e fra noi sono a Lui attribuiti (cfr. per es. 1Cor 12,11-14).
Cfr. 737-740  E’ stato detto che gli Atti degli Apostoli sono il Vangelo dello Spirito Santo, come i quattro sono il Vangelo del Figlio incarnato. Ed infatti, nel libro di Luca è lo Spirito Santo che parla ed agisce, conduce la Chiesa (cfr. 5,3 e 9; 8,9). Come non ricordare in questo contesto il famoso inizio del decreto del Concilio di Gerusalemme: “è parso bene allo Spirito Santo e a noi”? L’equiparazione “noi” - “lo Spirito Santo” indica chiaramente che Egli è una Persona. E’ impressionante al riguardo At 16,6-8.
 Ma è soprattutto il Vangelo sec. Giovanni che ci rivela la divina persona dello Spirito Santo. E’ di fondamentale importanza notare il modo con cui compie questa Rivelazione: la personalità distinta dello Spirito Santo è affermata mediante ed all’interno di un’intenzionale analogia colla persona del Figlio. Cioè: le relazioni Spirito Santo-Figlio sono simmetriche alle relazioni Figlio-Padre; e sia le une che le altre si manifestano nelle rispettive missioni del Figlio e dello Spirito.
 Il Figlio è il testimone del Padre; lo Spirito Santo è il testimone del Figlio (Gv 15,26). Il Figlio glorifica il Padre; lo Spirito Santo glorifica il Figlio (Gv 16,14). Il Figlio non dice che ciò che ha udito dal Padre; lo Spirito, dal Figlio (Gv 14,26). Lo Spirito è un “altro” Consolatore (Paraclito). Lo Spirito è presso il Padre (Gv 16,26), così come lo è il Verbo (Gv 1,1). In questo modo di parlare, la Persona dello Spirito è come “ricalcata” su quella del Figlio.
 Dunque, dal N.T. risulta senza dubbio che lo Spirito Santo è una Persona. La sua divinità, ancora una volta, si manifesta negli Effetti che produce la sua Persona: comunicando Se stesso, comunica la vita divina. E’ il Dio intimo.
 Per questo nel Concilio Costantinopolitano primo (381) si professerà che lo Spirito Santo, che procede dal Padre, riceve la stessa adorazione e la stessa gloria con Padre e col Figlio.

2. Possiamo chiederci, con somma venerazione, chi è questa divina Persona che la fede della Chiesa chiama Spirito Santo; in che relazione sussiste con le altre due divine Persone.
 Leggiamo un testo assai denso di Giovanni Paolo II (Enc. Dominum et Vivificantem 10):
“Nella sua vita intima Dio ‘è amore’ (!Gv 4,8.16), amore essenziale comune alle tre divine persone; amore personale è lo Spirito Santo, come Spirito del Padre e del Figlio. Per questo, egli ‘scruta le profondità di Dio’ (1Cor 2,10), come amore-dono increato. Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima del Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divina persona, e che per lo Spirito Santo Dio esiste a modo di dono. E’ lo Spirito Santo l’espressione personale di un tale donarsi, di questo essere-amore. E’ persona-dono. Abbiamo qui una ricchezza insondabile della realtà e un approfondimento ineffabile del concetto di persona in Dio, che solo la rivelazione ci fa conoscere”.

 Una “definizione “ così precisa dell’intima personalità dello Spirito Santo non era mai stata fatta dal Magistero della Chiesa. Nel testo si possono cogliere alcune idee fondamentali. Innanzitutto, dobbiamo distinguere, quando parliamo di amore in Dio, dobbiamo distinguere tra l’amore che è insito nella stessa natura divina, e che quindi appartiene ad ogni persona divina e l’amore in senso personale, quale nome proprio e determinazione singolare dello Spirito Santo. Fatta questa precisazione, si deve ulteriormente notare che lo Spirito Santo è chiamato Amore, in quanto ed in ragione del fatto che è lo Spirito del Padre e lo Spirito del Figlio. Allora, lo Spirito Santo è nella sua intima personalità divina AMORE in quanto è l’unione (nexus: S. Tommaso d’A.) tra il Padre ed il Figlio: Egli è l’ABBRACCIO ETERNO fra il Padre ed il Figlio, pur essendo una Persona distinta da ambedue. Tutta la persona dello Spirito Santo sussiste in questo suo essere unione, riunione in unità del Padre e del Figlio. Ora possiamo anche capire perché, come abbiamo visto nel n° precedente, lo Spirito Santo viene sempre presentato nella Scrittura in riferimento al Padre e al Figlio. Lo Spirito Santo, nella sua realtà personale, quale punto d’incontro di comunione tra il Padre e il Figlio, sussiste totalmente nella relazione che lo pone in riferimento sostanziale ad essi, considerati insieme un unico principio nell’attuazione del dono di amore in un unico Spirito.
 Ma possiamo allora anche dire che lo Spirito Santo è PERSONA-DONO: Amore e Dono sono due termini che si implicano a vicenda.
“Per tale ragione lo Spirito Santo è considerato colui in forza del quale la vita intima della Trinità si svolge quale comunione interpersonale, quale donazione d’una persona all’altra. Egli è dono per il quale il Padre e il Figlio comunicano il medesimo Spirito, rendendosi l’uno completamente proteso e inserito nell’altro.
 L’essere divino appare così un atto di donazione reciproca nell’amore. E’ proprio lo Spirito, nella sua realtà personale di dono e di amore, che consente alle persone divine di farsi dono una con l’altra e di essere totalmente e concretamente comunione d’amore. E’ lui il segno o l’espressione personale, in quanto dono che esiste e sussiste come persona, di questa eterna comunicazione del Padre e del Figlio.
 A questo punto egli è definito «la persona amore e la persona dono»”. (Renzo Lavatori, Lo Spirito Santo dono del Padre e del Figlio, EDB, Bologna 1987, pag. 207).
 
Abbiamo così una qualche comprensione del mistero della persona dello Spirito Santo. Egli, nel suo essere singolare e proprio, è Dono ed Amore: dono dell’amore che unisce il Padre e il Figlio.
Conclusione pratica: essendo una Persona, noi possiamo rivolgerci allo Spirito Santo, distintamente, nella nostra preghiera. Anzi le preghiere della Chiesa allo Spirito Santo sono fra le più belle in assoluto: Veni Creator Spiritus, Veni Sancte Spiritus (la sequenza aurea, la chiamava Lutero).
 

 (B)

L’opera dello Spirito Santo

Ciò che abbiamo detto è di importanza fondamentale per capire l’opera dello Spirito Santo. Proviamo a leggere ancora un passo dell’Enc. Dominum et Vivificantem 10
“Al tempo stesso, lo Spirito Santo, in quanto consustanziale al Padre e al Figlio nella divinità, è l’amore e dono (increato), da cui deriva come da fonte (fons vivus) ogni elargizione nei riguardi delle creature (dono creato): la donazione dell’esistenza a tutte le cose mediante la creazione; la donazione della grazia agli uomini mediante l’intera economia della salvezza.”

Si legga e si mediti attentamente questo testo mirabile. Ogni attività che Dio compie “fuori di sé” ha, e non può non avere il carattere di gratuità, cioè di donazione. Ora, il primo dono che si fa ad una persona cui si dona qualcosa, è l’amore che ti spinge a donare. Cioè: all’origine di ogni dono sta l’amore. E così, all’origine di ogni attività di Dio sta il dono dello Spirito Santo. Il Padre ed il Figlio non possono che amare mediante lo Spirito Santo “da cui deriva come da fonte ogni elargizione nei riguardi delle creature”.
[Il Catechismo della Chiesa cattolica descrive in modo stupendo e semplice tutta questa storia di amore che ha il suo principio nello Spirito Santo: nella creazione (703-704); nell’Antica Alleanza (705-716); in Giovanni Battista, cerniera fra le due Alleanze (717-720); nella Nuova Alleanza (721-741)].
Noi ci limitiamo a considerare solo due momenti o aspetti, che sono centrali nell’esperienza di fede e nell’educazione cristiana.

1. (Lo Spirito Santo ci fa figli nel Figlio). Partiamo dalla lettura di un mirabile testo giovanile di S. Tommaso:
“Ciò che chiamiamo puramente e semplicemente amore divino, è un amore con cui Dio ama la sua creatura non solamente come l’artista ama la sua opera, ma l’ama per farla vivere in comunione con Lui, come un amico ama un amico, in modo tale che l’attira a Sé, perché condivida con Lui la sua stessa vita, fino a renderla partecipe della Gloria e Beatitudine che sono proprie di Dio” (2 Sent. Dist. 26,q.1, a.1, ad 2)

 Questo testo ci introduce nel «nucleo» dell’esperienza, della vita cristiana. La prima maniera di amare è propria dell’amore con cui Dio creatore ama la sua creatura: un tale amore causa l’essere (l’esistenza) della creatura, ponendola in una distanza, per così dire, infinita dal suo Creatore. In forza dell’amore creativo, la creatura non entra a partecipare alla vita stessa di Dio: ne resta esclusa. Ma Dio non ci ha amato solamente in questo modo (“come l’artista ama la sua opera”). Egli ci ha amati in modo tale che la creatura umana fosse introdotta nella vita stessa di Dio, cioè nella vita di cui vivono le Tre Persone della Trinità. Questa “incredibile” decisione è chiamata nel vocabolario cristiano GRAZIA. Che cosa è la Grazia? E’ Dio stesso che si dona alla persona umana: la S. Scrittura, la Tradizione della Chiesa, la Teologia usano molti simboli per descrivere questo dono e il legame, il rapporto fra Dio e la persona umana, che ne consegue. Parlano di fidanzamento, di matrimonio, di amicizia, di tralci e vite. Ciò che tutti questi simboli vogliono significare è che la “grazia” è Dio stesso che si dona alla persona umana, in modo tale che questa è in una comunione diretta ed immediata con Dio stesso. Ma questo dono che Dio fa di sé non può non comportare una trasformazione reale della persona stessa (la Scrittura parla di una “ri-generazione”, di una “ri-creazione”) che precisamente la rende capace di vivere della vita stessa di Dio: di unirsi a Lui nella conoscenza e nell’amore. Si tratta di una vera e propria divinizzazione della nostra persona. Ora, nel vocabolario cristiano con la parola «grazia»si designa anche (e soprattutto) questa divinizzazione della creatura in forza della quale essa, senza divenire Dio, partecipa veramente a “ciò che” è veramente Dio. La Vita di Dio che diviene la mia vita: ecco che cosa è la grazia. ”Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6,57). “Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20b).
Cfr. 735  E’ questa, nel suo aspetto più profondo, la missione mediatrice del Verbo incarnato.
 Ma ora dobbiamo ulteriormente precisare. Abbiamo detto che la grazia è Dio stesso che si dona alla persona umana, ma Dio è la Trinità Santa, Padre - Figlio - Spirito Santo. La comunicazione originaria, fontale, capitale che Dio fa è nell’Incarnazione del Verbo morto e risorto. E’ nella risurrezione del Crocifisso che l’umanità entra in pienezza nella partecipazione della Vita e della Gloria del Figlio unigenito del Padre: ed in Lui ciascuno di noi.  In vista di Lui ciascuno di noi è stato pensato e voluto (= creato) perché fossimo partecipi della sua stessa Gloria e Vita. “Con Lui ha risuscitato anche noi e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi” (Ef 2,6).
 In che modo ciascuno di noi viene reso partecipe della Vita e della Gloria del Figlio unigenito? nel dono dello Spirito Santo. E’ la persona dello Spirito Santo che di trasforma e ci configura ad immagine del Figlio unigenito. perché è questo il compito proprio della terza persona della Trinità. La nostra salvezza, il nostro “destino” è di essere figli nel Figlio, cioè di entrare nel dialogo di amore che lega il Padre al Figlio ed il Figlio al Padre. Orbene, come si è visto nel punto precedente, questo “dialogo di amore” è la persona dello Spirito Santo. La straordinaria ricchezza della grazia del Padre, la sua bontà verso di noi di cui parla S. Paolo (cfr. Ef 2,6) altro non è se non l’estensione concessa a noi dell’amore con cui il Padre ama il Figlio ed il Figlio ama il Padre: questo Amore è lo Spirito Santo. Dire che il Padre mi ama collo stesso amore con cui ama il suo Figlio unigenito equivale a dire che Egli effonde in me, dona a ne il suo Spirito Santo: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom. 5,5). Dire che noi in Cristo siamo figli che amiamo il Padre collo stesso amore con cui l’Unigenito lo ama equivale a dire che in noi dimora lo Spirito Santo  (del Figlio): “e che voi siete figli ne è prova il fatto che il Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito  del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” (Gal 4,6). Dunque: per mezzo dello Spirito Santo noi siamo in Cristo interamente orientati al Padre, poiché il Padre ci dona nel Figlio il suo Santo Spirito. L’antica formula della dossologia era: Gloria al Padre, nel Figlio, per mezzo dello Spirito Santo.
Cfr. 739  E quindi ogni sacramento non è altro che l’azione con cui Cristo effonde in noi il suo Santo Spirito.

2. (Lo Spirito Santo: la libertà donata). Ciò che ora diremo costituisce il «nucleo» essenziale della morale cristiana: la morale cristiana si riconduce tutto a quanto ora diremo.
 Partiamo dalla descrizione di un’esperienza quotidiana, che noi facciamo ogni volta che facciamo una scelta libera. Noi possiamo essere mossi ad agire da due moventi, fondamentalmente. Il primo movente può essere il desiderio profondo di una felicità, di un piacere la persona che pre-vede di poter soddisfare agendo in quel modo piuttosto che in un altro. Ciò che sente dentro, lo attira: trahit sua quemque voluptas, dice profondamente Virgilio. E’ l’attrazione che esercita sulla nostra persona il bene (intra-visto dalla nostra ragione, e che pensiamo essere presente nella scelta che possiamo compiere) a spingerci a fare la scelta.
 [Nota bene: non sto parlando dell’attrazione che toglie colla sua violenza ogni possibilità di auto-determinazione. Questa situazione non interessa l’etica, ma caso mai la psicologia clinica].
 Oppure possiamo essere mossi ad agire dalla convinzione razionale, pura e semplice, che la scelta è buona in sé e per sé, anche se contrasta a ciò da cui in quel momento sono attratto. Poiché un giudizio della ragione elaborato in vista delle scelte libere da compiere, si chiama ed è la legge morale, posso dire che in questo caso la mia scelta è mossa, motivata dalla legge morale.
 In sintesi, possiamo dire: la persona può scegliere perché ciò che sceglie l’attira, le piace (non si dia un senso banale a questa parola) oppure può scegliere perché ciò che sceglie è dovuto, deve sceglierlo.
 La semplice, molto semplice descrizione di quest’esperienza pone parecchi problemi che ora non dobbiamo affrontare. Chiediamoci solamente: quando la persona umana è più libera? Quando agisce per seguire il suo desiderio o quando agisce per seguire la legge morale? Messa così, la risposta è: non è libera in senso pieno né in un caso ne nell’altro. La libertà perfetta è propria dell’uomo che fa sempre ciò che gli piace facendo ciò che deve, oppure che fa sempre ciò che deve facendo ciò che gli piace. Esiste un’esperienza umana che ci fa capire e vivere precisamente questa perfetta esperienza di libertà: l’amore. Chi ama fa sempre ciò che piace all’altro (ciò che deve) facendo ciò che piace anche a sé. Cioè: il mio desiderio è fare il bene dell’altro. Niente è più libero dell’amore; niente è più necessitante - obbligante dell’amore.
 Passiamo ora a riflettere sul nostro rapporto con Dio e quindi con le altre persone umane. L’apostolo Paolo ci dice che esso può configurarsi in tre modi o forme: sotto la carne ( o nella carne); sotto la legge; sotto lo Spirito.
 Sotto (o nella) carne. Sappiamo che cosa significa “carne” nel vocabolario paolino. E’ la stessa persona umana in quanto agisce attratta da desideri contrari alla santità di Dio. E’ l’esistenza di estraneità dell’uomo da Dio: la descrizione più impressionante, terribile, che l’Apostolo ne fa è in Rm 1,18-32. Una pagina di incredibile attualità!
 Sotto la legge. E’ la disposizione santa che contrasta desideri della carne. Vivere sotto la legge significa agire per l’obbligo che sentiamo di agire: fare ciò che facciamo, perché è obbligatorio farlo. S. Paolo visse, ci confessa, questi tipo di esistenza che poi giudicò “una perdita”. E’ l’esistenza di chi serve Dio, che porta inevitabilmente a concepire la salvezza come dovuta alle proprie opere.
 Sotto lo Spirito: “lo Spirito Santo, che abita nell’anima, non solo insegna ciò che si deve fare illuminando l’intelletto sulle cose da compiersi, ma inclina pure amorevolmente la volontà ad agire in modo retto” (S. Tommaso d’Aquino, In Ep. Ad Romanos 8,2, lectio prima). Ecco perché S. Paolo dice: “Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge” (Gal 5,18). Tutta l’etica cristiana è racchiusa in questo testo! Il credente, docile allo Spirito Santo, a causa di questa docilità ha già presente, vivo, attraente nel suo cuore tutto quanto il Padre desidera ed è attratto a compiere ogni desiderio del Padre da un impulso irresistibile: tanto più si sente libero quanto più questa guida dello Spirito è forte.
 Nella prima forma di esistenza, la persona umana è estranea alla vita di Dio: è schiava dei suoi perversi desideri.
 Nella seconda forma di esistenza, la persona umana è serva di Dio: sta in casa come il servo (Ricorda il figlio maggiore: “io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando”) in attesa della ricompensa (“e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici” Lc 15,29).
 Nella terza forma di esistenza, la persona umana è amica, è sposa di Dio: sta in casa come il figlio, come la sposa. La sua ricompensa è l’amore, poiché l’amore ama per amare: ricompensa dell’amore è l’amore.
 S. Paolo ha combattuto due grandi battaglie nella sua vita: far passare chi viveva nella carne (pagani) e sotto la legge (giudei) alla vita nello Spirito; impedire che chi viveva sotto lo Spirito ricadesse sotto la legge o sotto la carne. La conclusione di tutto questo può essere uno stupendo testo di Guglielmo di St. Thierry:

 “Il tuo amore, la tua benevolenza, o bontà sovrana, bene sovrano, è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Fin dall’inizio della creazione esso aleggia sulle acque, cioè sulle menti fluttuanti dei figli degli uomini, a tutti offrendosi, tutto attirando a sé, tutto permeando del suo soffio, tenendo lontano ciò ch’è nocivo e provvedendo ciò ch’è utile, unendo Dio a noi e  noi a Dio. Sì, il tuo Spirito Santo, che si è fatto conoscere come amore, unità e volontà del Padre e del Figlio, per sua grazia abita in noi e in noi depone l’amore di Dio; grazie a questo amore ci mette in consonanza con lui e ci unisce a Dio ispirando in noi una volontà rivolta al bene. L’impeto di questa volontà è in noi chiamato amore: per esso amiamo ciò che dobbiamo amare, cioè te. Nient’altro che questo è l’amore: una volontà impetuosa e bene ordinata”

Conclusione

 Queste pagine schematiche avevano lo scopo di introdurci alla riflessione sul mistero dello Spirito Santo, nella vita intima della Trinità (A) e nella nostra vita (B): esse sono tutte costruite sulla “determinazione” che la fede della Chiesa fa della persona dello Spirito Santo in termini di AMORE-DONO.
 E’ un grande momento che stiamo vivendo con tutta la Chiesa: la riscoperta della presenza dello Spirito Santo come origine di tutta l’esperienza cristiana, come origine della Grande Missione che celebreremo.



SCHEDA DI LAVORO

1. Si può fare un’analisi accurata di tutti i simboli di cui si serve la fede della Chiesa per parlare dello Spirito Santo: cfr. CChC 694-701.
 
2. Fare una analisi di tutte le promesse con cui Gesù nell’ultima Cena promette lo Spirito per individuare le attività che lo Spirito compie: cfr. Gv 14,25-26; 15,26-27: 16,7-15.
 
3. Esaminare Rom 8,1-17 (la magna charta della vita nello Spirito).