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PRIMO INCONTRO CON I CATECHISTI
8 settembre 1996


Ad uso privato dei catechisti e sacerdoti dell'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio

( I )
IL SENSO DEL GIUBILEO

0,1. E’ un momento di straordinaria importanza questo momento che vivremo assieme: dobbiamo riflettere sul significato dei prossimi tre anni che ci separano dal Grande Giubileo del 2000. Assieme ai sacerdoti, sarete voi catechisti che dovrete in primo luogo aiutare il Vescovo a guidare la nostra chiesa dentro il suo terzo millennio di vita. Nell’incontro di oggi procederemo nel modo seguente.
 Per capire, anzi per iniziare un cammino, è necessario sapere a quale meta siamo orientati. La meta è la celebrazione del Grande Giubileo del 2000. Dobbiamo allora chiederci: che cosa significa per la Chiesa questa celebrazione? La prima parte del nostro incontro sarà dedicata alla costruzione della risposta a questa domanda.
 Vista quale è la meta, dobbiamo vedere come si svolgerà il nostro cammino verso di essa, cioè come saranno le tre tappe, in corrispondenza ai tre anni che ci separano dalla celebrazione. E questa sarà la seconda parte del nostro  incontro.
 Infine, dovremo riflettere sulla prima tappa che cominceremo per la festa di Cristo Re: e questa sarà la terza parte del nostro incontro.

0,2. Per capire il senso del Giubileo, dobbiamo partire da una presa di coscienza molto profonda della dimensione temporale della nostra vita; poi capire che cosa avviene dentro al tempo quando il Figlio di Dio si fa uomo; infine che senso ha lo scorrere del tempo dopo l’Incarnazione del Figlio di Dio.

1. ESISTENZA UMANA E TEMPO
 
 Partiamo da un’esperienza molto semplice, ma che dona molta materia di riflessione. E’ capitato a tutti che quando viviamo momenti di gioia particolarmente intensa, sentiamo dentro di noi la paura che prima o poi questo finirà e quindi sentiamo dentro di noi il desiderio che il tempo si fermi. A chi di noi non è mai capitato di dire: “è troppo bello perché possa durare!” Riflettiamo attentamente su questa esperienza. La pienezza della gioia, della vita è minacciata dallo scorrere del tempo: il fatto che la nostra vita sia come dis-tesa dentro il tempo, le impedisce di essere piena. Viviamo sempre una “parte” della nostra vita, un “momento” di gioia, un “attimo” di .... . E’ questo “passare” o “trascorrere” del tempo che costituisce una minaccia permanente.
 Proviamo ora a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Immaginiamo che la nostra vita sia sempre ed esclusivamente questo scorrere del tempo, uno scorrere senza fine e perciò senza uno scopo. Nessuno, penso, ha espresso con più forza di Leopardi questa esperienza dell’uomo che si sente prigioniero del tempo, per esempio in Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia (... Vecchierel bianco ...).
 L’uomo ha sentito questa “maledizione del tempo” e tutte le religioni hanno cercato, fuori dall’ebraismo e del cristianesimo, di liberarlo. In che cosa consiste questo progetto di liberazione? Nell’uscire dal tempo, nell’evadere dal tempo. Questa evasione può essere progettata in due modi.
 Il primo modo è proprio delle grandi religioni orientali. E’ necessario perdere se stessi, scomparire in un’unità senza forma. E’ questa la liberazione del mistico indù; è questa la beatitudine del buddhismo. L’uomo sarebbe pienamente liberato; sarebbe liberato perché viene meno a se stesso; sarebbe liberato precisamente in quanto non sarebbe più. La liberazione consisterebbe in una scomparsa della propria individualità nell’unità indifferenziata del tutto.
 Ma non è tanto su questo progetto di liberazione, che voglio attirare la vostra attenzione: esso non è presente di fatto nella nostra comunità. E’ sull’altro che voglio attirare la vostra attenzione, poiché esso è talmente oggi diffuso, da essere come una specie di “atmosfera” (pestilenziale) che tutti più o meno respiriamo.
 La liberazione dal tempo sembra possibile ed alla portata di mano, per così dire, di tutti, facilmente. Come? vivendo sempre e solo l’istante presente, senza darsi pensiero del futuro e cercando di dimenticare il passato. Un poeta latino pagano descrisse in modo mirabile questa soluzione, Orazio, nell’undicesima ode del primo libro.
“Non cercare di sapere, o Leuconoe (saperlo non è lecito) quale fine gli dei abbiamo assegnato a me, quale a te .... sii saggia ! ... restringi in un ambito breve le lunghe speranze. Mentre noi parliamo, sarà già sparita l’ora, invidiosa del nostro godere. Cogli la giornata d’oggi e confida in meno possibile in quella di domani.”
Il centro di questa proposta sta, negativamente, in quel taglio che si deve dare alla nostra esistenza (al nostro desiderio di vivere) dentro la misura del solo istante presente; positivamente, consiste nel vivere solo dentro l’istante presente.
 Una tale impostazione esistenziale, un tale “stile di vita” impedisce alla persona di vivere la propria esistenza come storia. Che cosa significa vivere la propria esistenza come storia? Partiamo da una esemplificazione molto semplice. Che cosa distingue uno scritto qualsiasi da un racconto vero e proprio? Il racconto ha una trama, cioè un susseguirsi ordinato di episodi che, collegandosi l’uno all’altro, conducono il lettore verso una conclusione che in un qualche modo deriva da tutto ciò che precede. Cioè: esiste una coerenza interiore nel racconto; questa coerenza è data da un filo conduttore; la narrazione va verso la conclusione. Dunque, abbiamo individuato almeno tre elementi che costituiscono la narrazione di una storia: coerenza - sviluppo - conclusione.
 Analogamente accade nella vita. Se la nostra vita è la somma di tanti istanti slegati fra loro, se la nostra vita manca al suo interno di un “filo conduttore”; se lo scorrere del tempo non va verso nessun fine, non ha alcuna direzione, la vita della persona è “sconclusionata”. Quale è il segno di questa condizione? Il bisogno di “evadere”. Poiché una vita così è veramente insopportabile, da essa bisogna uscire almeno qualche volta. E’ stata così costruita una grande “industria dell’evasione”. Prendiamo, a modo di esempio, in considerazione due “prodotti” di questa industria dell’evasione, scelti non a caso: capirete in seguito perché.
 Il primo di questi prodotti è stata la radicale trasformazione del significato del giorno festivo (della domenica). Esso è l’atteso momento in cui finalmente si dimentica la vita di ogni giorno: non è il momento per capirne il senso e viverla più intensamente, più appassionatamente di prima. Ed, infatti, quando si ricomincia, si aspetta con ansia la sera del venerdì seguente, quando finalmente si potrà “dimenticare”. In questo modo, si entra in un annoiato e/o disperato ritorno del sempre uguale: evasione per “sopportare” il lavoro settimanale; lavoro settimanale che aspetta l’evasione del fine-settimana. Non ha importanza che spesso si arrivi alla domenica sera molto più stanchi che riposati: l’essenziale è evadere, dimenticare. Vedete: quale significato ha lo scorrere del tempo per chi pensa  e vive così? in fondo, una maledizione da cui, quando è possibile, evadere.
 Il secondo prodotto dell’industria dell’evasione su cui vorrei attirare la nostra attenzione è la “commercializzazione del sesso” . Non pensate subito alla sua forma macroscopica. Esiste una forma molto sottile. Essa consiste nella riduzione della sessualità umana ad un “bene di consumo”. E’ il risultato di un processo culturale molto complesso, di cui possiamo solo richiamare l’essenza. E’ stato un processo si successive “separazioni”: del corpo dalla persona; della sessualità dall’amore, dal dono della vita. Il risultato è stato la considerazione della sessualità come divertimento: il segno è stato che ormai è del tutto pacifico che sessualità e matrimonio si possano separare.
Ho terminato questo primo punto della mia riflessione. Che cosa ho detto? Due cose, fondamentalmente. La prima: l’essere nel tempo in senso pieno (prigionieri di esso senza via di uscita) è un “peso” insopportabile per l’uomo. La seconda: l’unica redenzione dal tempo e del tempo che l’uomo abbia saputo progettare e vivere, è stata la fuga, l’evasione da esso. Una fuga ed una evasione che costa un prezzo molto altro: la perdita di se stesso.

2.  TEMPO ED AVVENIMENTO DI CRISTO

 All’uomo non è data altra via di uscita? Non c’è altra via? E’ accaduto un fatto fra gli uomini, che ha spezzato la prigione del tempo. Quale fatto? la chiamata di Abramo (cfr. Gen. 12,1-9). Dio entra nel mondo e spezza quel processo senza fine che è il tempo, pone fine alla narrazione umana priva di senso, e chiama l’uomo, Abramo, a Se stesso; lo chiama in un cammino irreversibile che tende verso una mèta lontana. E’ la storia! Il tempo umano è diventata una storia umana. La storia (ricordate l’esempio fatto nel numero precedente) in tanto esiste, in quanto realizza un processo, anzi un progresso. Ma è possibile un tale processo/progresso se Dio non interviene e non si pone come mèta, come fine? Come già abbiamo detto, non c’è storia, se il cammino non ha una direzione e quindi un traguardo. Ecco perché esiste una sola storia: la storia sacra. Cioè: la storia che si costruisce nell’iniziativa di Dio che interviene e nella risposta dell’uomo a questa iniziativa. Se Dio entra nel mondo tutto è nuovo: Egli spezza lo scorrere senza fine (cioè senza termine e senza scopo) del tempo. Egli chiama l’uomo e gli dona la capacità di superare il tempo (vedremo come) per trovare in Lui il suo fondamento, la sua stabilità e in Lui la sua mèta.
 L’incontro di Dio con Abramo è stato veramente l’avvenimento che ha cambiato il senso dello scorrere del tempo. Con Abramo comincia la storia. Ed, infatti, la vicenda di Israele è completamente diversa dalla vicenda, per esempio, dei Greci o dei Romani. La storia di Israele è un camminare verso l’adempimento della promessa, verso il “giorno di Jahvé”. “Mosso e portato dalla speranza che Dio gli aveva messo nel cuore, Israele si protende in avanti verso la salvezza futura: Dio non sarebbe il suo Salvatore, se Israele non lo attendesse nella speranza; e alla salvezza futura si incammina perché il tempo stesso ora, in una storia reale, non è più una maledizione per l’uomo, ma promessa. La salvezza farà uscire l’uomo da un processo senza fine, il processo del tempo porta Israele incontro al suo Salvatore” (D. Barsotti).
 E’ questo anche il “contenuto” della nostra esperienza cristiana? Non proprio! E siamo così giunti nel “centro” di questa nostra prima considerazione. In che cosa l’esperienza cristiana è diversa? In questo: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Tutta, l’unica novità assoluta del cristianesimo è Gesù Cristo.
 Noi non viviamo nel tempo in cammino verso un adempimento che è soltanto promesso. Noi nel tempo possiamo incontrare l’eternità; nella dispersione del tempo possiamo vivere la pienezza della vita. Non ci è chiesto di evadere dal tempo; non ci è chiesto di andare oltre il tempo; non ti è domandato di incontrare Dio in sedicenti esperienze di oblio del tempo e della tua vita di ogni giorno. Perché Dio è nel tempo. Che cosa significa incontrare nel tempo l’eternità? Significa incontrare Gesù Cristo.
 L’esperienza cristiana non è rimando ad un futuro; non è una storia che si protende a un giorno che verrà e non è neppure il recupero di un passato che non ha più nessun rapporto col presente. E’ l’incontro con Dio che avviene, e può avvenire solo nell’istante che stai vivendo (in ciò che stai facendo), perché “il Verbo si fece carne e venne ad abitare fra a noi”. Ed una volta entrato nel tempo, non ne esce più. Egli è sempre presente. In ogni istante tu puoi incontrarti con Lui (in ciò che stai facendo: lavoro, studio, divertimento, preghiera ...). Anzi il valore di ogni istante è precisamente l’incontro che deve sempre rinnovarsi: l’istante è la tua eternità. “Ogni atto costa l’eternità di Dio” (Sr. Elisabetta della Trinità). O si da questa coincidenza o è tempo perduto, tempo vuoto, come non fosse. Ascoltiamo le straordinarie parole di S. Giovanni: “Colui che ha il Figlio, ha la vita ... avete la vita eterna” (1Gv 5,12-13). E’ il senso profondo di quanto dice S. Paolo: “quando venne la pienezza del tempo...” (Gal 4,4). La pienezza del tempo: il tempo che, dopo e con la chiamata di Abramo, aveva cessato di essere un fiume senza foce, ora ha raggiunto la sua misura piena. E’ la misura che Abramo aveva già visto: e ne godette. Gesù Cristo non è venuto, il Verbo non si fece carne quando il tempo ha raggiunto la sua misura piena. Al contrario. Il tempo ha raggiunto la sua misura piena perché “il Verbo di fece carne”. Gesù Cristo è la pienezza del tempo. (In che cosa consista precisamente questo avvenimento, lo vedremo nella lezione seguente).

3. IL SENSO DEL GIUBILEO

 L’Incarnazione del Verbo, la Sua dimora fra noi, dona a ciascuno di noi di vivere nel tempo l’eternità di Dio. Come? Inserendoci in Cristo; è Lui la coincidenza dell’eternità col tempo; è in Lui che tu vivi, nel tempo come persona umana, la vita stessa di Dio. Non c’è bisogno che tu evada dal tempo, cioè dalla tua quotidiana storia quotidiana come fosse una maledizione o comunque un noioso compito da svolgere. Anzi: devi essere, rimanere in essa, poiché ivi è la Presenza di Dio.
 A questo punto viene spontaneo chiederci: ma se in Cristo il tempo ha raggiunto la sua pienezza, anzi se Cristo stesso è la pienezza del tempo, perché anche dopo Cristo, la storia, lo scorrere del tempo ha continuato? Il giorno di Cristo non è l’ultimo giorno, oltre il quale non è possibile procedere? Sappiamo come questa domanda attraversi tutti gli scritti del Nuovo Testamento, poiché essa era una domanda centrale per i nostri primi fratelli di fede. Rispondendo a questa domanda, capiremo il senso del Giubileo.
 Il senso dello scorrere del tempo, della storia, prima di Cristo è essenzialmente diverso dallo scorrere del tempo, della storia dopo Cristo. Veramente, Egli è l’essenziale spartiacque: ormai gli anni si contano o in vista di Cristo o a partire da Lui. Abbiamo già detto, sostanzialmente, in che cosa consiste la diversità. E’ la diversità fra l’attesa ed il compimento! E per noi che veniamo dopo, come deve essere pensato il nostro essere nel tempo? Lo dico subito con una parola: come memoria. Dobbiamo penetrare profondamente in questa definizione della vita cristiana come memoria.
 Buttiamo subito fuori dal nostro cuore un pensiero che può venirci pronunciando la parola “memoria”. Non significa che il nostro rapporto con il Verbo Incarnato è frutto dello sforzo dell’uomo di tenerlo sempre presente nella memoria. Non è affidato alla memoria dell’uomo che non può risuscitare il passato. Dunque, non pensiamo più in questo modo: la vita cristiana è memoria in altro senso. Quale?
 Come abbiamo già detto nel numero precedente, nella Persona del Verbo Incarnato che dona Se stesso sulla croce e risuscita, il tempo si compie, la storia finisce. Non nel senso cronologico del termine. Nel senso che nel “Corpo dato in sacrificio” e nel “Sangue effuso per la remissione dei peccati”, Dio il Padre ha compiuto quel “Dono”, ha effuso quella “Grazia”, in vista del quale l’uomo è creato, Grazia promessa ad Abramo ed alla sua discendenza per sempre. Per sempre, cioè “una volta per tutte”! Non nel senso che di esso ciascuno di noi faccia memoria come di un Evento che appartiene al passato semplicemente. L’Avvenimento è messo a disposizione di ciascuno di noi, è messo a disposizione dello scorrere del tempo non nel modo dell’impossibile ripetizione, né nel modo dello sterile ricordo evocativo: nel modo sacramentale. Cioè: in una memoria che ha in sé la Presenza stessa, una Presenza vera, reale, di Cristo, Verbo Incarnato che offre il suo Corpo in Sacrificio ed effonde il suo Sangue per la remissione dei peccati. In questa memoria ci è dato di avere accesso al Dono, alla Grazia. Questa memoria è l’EUCARESTIA.
 La storia o esiste per l’Eucarestia o è un vuoto scorrere del tempo, senza senso: il senso del nostro esistere è l’Eucarestia. In un certo senso, nella celebrazione dell’Eucarestia si racchiude e conchiude tutta la storia umana: di ciascuno di noi e di tutti.
 Dunque ci eravamo chiesti: che senso ha lo scorrere del tempo dopo Cristo? E quindi che senso ha la nostra vita, di noi che siamo nati dopo Cristo? La risposta è la seguente: tu vivi perché la Presenza di Dio in Cristo ti pervada, venga a dimorare in te mediante la Santa Eucarestia; la storia continua perché, celebrandosi in essa la Santa Eucarestia, diventi sempre più luogo della Presenza della Grazia di Dio in Cristo.
 Se c’è veramente storia, è questa la storia vera che non riusciamo mai a realizzare pienamente: questo incontro, questa comunione con Cristo, comunione che noi impariamo pian piano, attraverso quel processo di santificazione che ha la sua radice nell’Eucarestia.
 Vorrei richiamare la vostra attenzione su una dimensione particolare di questa visione cristiana della vita e della storia. Come ho già detto varie volte: non devi evadere per incontrarti colla Presenza, evadere dalla tua vita di ogni giorno. Ogni atto che tu compi è il “momento” in cui viene a dimorare la Presenza. Non è la “grandezza” di ciò che fai, a rendere presente il Mistero. Al contrario: è la presenza del Mistero a rendere grande ciò che fai. Non è la grandezza del tuo atto che misura la Presenza: è il contrario. Nessuno ha vissuto più “normalmente” di Maria eppure nessuna esistenza è stata più “unica” della sua. La tua scelta, anche la più povera, la più umile, la più nascosta rimane unica, di un valore infinito: è aperta alla Presenza.
 Ora possiamo capire finalmente il senso del Giubileo. Possiamo partire ancora una volta da un’esperienza umana: noi tutti celebriamo gli anniversari. Prendiamo, per esempio, gli anniversari matrimoniali. Che senso hanno? essi ricordano un fatto passato che ha cambiato la vita dei due e le ha dato anche la sua configurazione: ricordarlo significa gioire, ridare slancio al futuro. E’ una analogia molto imperfetta.
 Anche la Chiesa, ciascuno di noi ricorda l’Evento che, come abbiamo detto, ha cambiato il senso dello scorrere del tempo: ci ha donato la vita vera. E’ vero che la Chiesa lo ricorda sempre. Vive di, anzi è questa memoria. Tuttavia, è molto conforme alla nostra psicologia, prendere occasione dagli anniversari per vivere più intensamente quell’Evento.
Ciò che la Chiesa fa sempre, nel 2000 lo vivrà con una straordinaria intensità! Ecco perché dobbiamo prepararci.

CONCLUSIONE

“Parlando della nascita del Figlio di Dio, san Paolo la situa nella «pienezza del tempo» (cfr. Gal 4,4). Il tempo in realtà si è compiuto per il fatto stesso che Dio, con l’Incarnazione, si è calato dentro la storia dell’uomo. L’eternità è entrata nel tempo: quale «compimento» più grande di questo? Quale altro «compimento» sarebbe possibile? Qualcuno ha pensato a certi cicli arcani, nei quali la storia dell’universo, e in particolare dell’uomo, costantemente si ripeterebbe. L’uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cfr. Gn 3,19): questo è il dato di evidenza immediata. Ma nell’uomo vi è un’insopprimibile aspirazione a vivere per sempre. Come pensare ad una sua sopravvivenza al di là della morte? Alcuni hanno immaginato varie forma di reincarnazione. .... La rivelazione cristiana esclude la reincarnazione e parla di un compimento che l’uomo è chiamato a realizzare nel corso di un’unica esistenza sulla terra. Questo compimento del proprio destino l’uomo lo raggiunge nel dono sincero di sé, un dono che è reso possibile soltanto nell’incontro con Dio. E’ in Dio, pertanto che l’uomo trova la piena realizzazione di sé: questa è la verità rivelata da Cristo. L’uomo compie se stesso in Dio, che gli è venuto incontro mediante l’eterno suo Figlio. Grazie alla venuta di Dio sulla terra, il tempo umano, iniziato nella creazione, ha raggiunto la sua pienezza. «La pienezza del tempo», infatti, è soltanto l’eternità, anzi Colui che è eterno, cioè Dio. Entrare nella «pienezza del tempo» significa dunque raggiungere il termine del tempo ed uscire dai suoi confini, per trovarne il compimento nell’eternità di Dio.” (Lett. ap. “Tertio millenio adveniente”, n. 9)

 
( II )

LA PREPARAZIONE AL GIUBILEO

 La nostra preparazione al Giubileo è scandita dall’affermazione paolina di Gal 4,7: “quando venne la pienezza del tempo ...”. Dunque: il Padre ci chiama ad essere figli nel Figlio mediante il dono dello Spirito Santo. Questa è la pienezza del mistero della nostra salvezza. Il nostro andare verso il giubileo ha dunque un procedimento trinitario.

“La Chiesa, dal 1997 al 1999, è chiamata a contemplare il mistero trinitario, rivelato in Gesù di Nazareth. Tenendo fisso lo sguardo su ‘Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre’, nell’anno 1997 ci porremo in ascolto di Lui, maestro ed evangelizzatore, per riscoprire di essere come Lui inviati ‘per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’ (Lc 4,18-19).
Il rinnovato interesse per la Bibbia, l’assiduità all’insegnamento degli Apostoli (At 2,42) e alla catechesi, porteranno i cristiani ad approfondire la fede nel Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto, come condizione necessaria per la salvezza, e il Battesimo come fondamento dell’esistenza cristiana. La Vergine Santa, modello dei credenti, contemplata nel mistero della sua divina maternità sosterrà la paziente e operosa ricerca dell’unità tra i battezzati, in conformità all’ardente preghiera di Cristo nel Cenacolo (cfr. Gv 17,1-26)”

Il 1998 - prosegue il Santo Padre - sarà dedicato allo Spirito Santo, anima del popolo cristiano. Guardando a Lui, che «attualizza nella Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi l’unica Rivelazione portata da Cristo agli uomini, rendendola viva ed efficace nell’animo di ciascuno» (TMA, 44) e che è «anche per la nostra epoca l’agente principale della nuova evangelizzazione» (ibid., 45), i cristiani ne scruteranno l’azione particolarmente nel sacramento della Confermazione e si sforzeranno di valorizzare i molteplici carismi e servizi, da Lui suscitati nella comunità ecclesiale. Riscopriamo, altresì, lo Spirito «come Colui che costruisce il regno di Dio nel corso della storia e prepara la sua piena manifestazione in Gesù Cristo, animando gli uomini nell’intimo e facendo germogliare all’interno del vissuto umano i semi della salvezza definitiva che avverrà alla fine dei tempi» (ibid., 45).
Approfondendo tali ‘semi’ presenti nella Chiesa e nel mondo, essi sostenuti dalla virtù della speranza, si metteranno alla scuola di Maria per divenire dappertutto costruttori di unità, di pace e di solidale fraternità.

Nel terzo ed ultimo anno preparatorio - conclude il Santo Padre -, cioè nel 1999, i credenti, dilatando gli orizzonti secondo la prospettiva del regno, saranno invitati ad un grande atto di lode al ‘Padre che sei nei cieli’ (Mt 5,45), un prolungato Magnificat, che li condurrà, guidati dalla Madre del Signore, a fare quello che Gesù dirà loro (cfr. Gv 2,5). Si tratta di un cammino di autentica conversione, che avrà il suo culmine nella celebrazione del sacramento della Penitenza. Quest’itinerario spirituale spingerà i fedeli ad aderire in pienezza a Cristo, perché la Chiesa «permanga degna Sposa del suo Signore e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché, attraverso la Croce, giunga alla luce che non conosce tramonto» (LG, 9). Il rinnovato amore verso Dio porterà la famiglia dei battezzati a dare voce ai poveri della terra, testimoniando la premurosa cura del Padre celeste verso ogni essere umano; la stimolerà al dialogo con i fratelli nella medesima fede di Abramo e con i rappresentati delle grandi religioni, al fine di proclamare  il primato assoluto di Dio nella vita degli uomini, evitando però ogni sincretismo o facile irenismo”.

Dunque, l’Anno catechistico che oggi cominciamo è tutto incentrato sulla Persona di Cristo e sulla sua opera e quindi sulla persona di Maria: il Cristo che è presente nell’Eucarestia.

 (III)

IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE DEL VERBO

“Credo ... in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito per opera dello Spirito Santo”.

 In questo primo momento della prima tappa del nostro cammino verso il Giubileo, dobbiamo concentrare il nostro studio, la nostra riflessione e meditazione sulla Persona di Gesù Cristo, Unigenito del padre, Verbo fattosi uomo. Anzi più precisamente sull’insondabile mistero dell’Incarnazione (CChC: 456-483) (1)
 Le riflessioni seguenti non sostituiscono il testo del Catechismo: aiutano a capirlo meglio. Cominciamo dalla professione di fede come è enunciata al n. 423: “noi crediamo e professiamo ...

1. Su quale base, gli apostoli  giunsero a questa straordinaria affermazione: “Gesù di Nazareth ... è il Figlio eterno di Dio fatto uomo”? E’ stato l’incontro che essi vissero con Gesù Risorto: essi hanno visto Gesù Risorto. Che cosa significa “hanno visto”? “Ciò che nei passi neo-testamentari è detto «vedere» Gesù è inequivocabilmente l’immediata esperienza di Gesù crocefisso come Risorto ed Innalzato alla Gloria, e non già un avere la «visione di Gesù» che poi, mediante un’interpretazione corrente, e cioè mediante una conclusione deduttiva proposta dalle consuete (giudaiche) rappresentazioni, venga spiegato con un «risorto dai morti». Non si tratta di un «vedere Gesù» che poi ci si chiarisca mediante una interpretazione, ma si tratta di una percezione immediata di Gesù Cristo risuscitato ed innalzato che si fa percepire” (H. Schlier, La Risurrezione di Gesù Cristo, Brescia 1973, pag. 40). E’ a partire da questa esperienza, dalla percezione del Signore risuscitato, che gli apostoli parlano della sua origine divina. La risurrezione e la sua elevazione non hanno fatto Gesù si Nazareth “figlio di Dio”: hanno reso manifesto al mondo che è il Figlio di Dio. Possiamo dire che la Risurrezione di Gesù è come la “culla” di tutta la nostra fede in Lui. Ora “la fede nella reale Incarnazione del Figlio di Dio è il segno distintivo della fede cristiana” (463).

2. “Riprendendo l’espressione di S. Giovanni («il Verbo di fece carne»), la Chiesa chiama «Incarnazione» il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza” (461). Fermiamoci sulle parole centrali, “il fatto che il Figlio abbia assunto una natura umana”. Che cosa significano?
 - Significano, in primo luogo, il movimento di condiscendenza divina. Esso è il movimento di “discesa” di una Persona divina, il Figlio - Verbo del Padre, fino alle umili profondità della condizione umana. Possiamo tentare di balbettare qualcosa per descrivere questo “movimento di discesa”, questo abbassamento: con somma venerazione e stupore.
 Il tutto è accaduto nel corpo di Maria. Ella - come diremo più lungamente nell’incontro di ottobre - genera verginalmente un corpo umano nel quale viene infuso uno spirito umano, creato direttamente, come ogni spirito umano, da Dio. Questa natura umana (cioè: questo corpo e questo spirito) così prodotta, non “si è chiusa in sé” per essere una persona umana distinta. Infatti, nello stesso istante in cui fu generata (da Maria) - creata (da Dio), essa è assunta dalla Persona del Verbo. Che cosa significa? Che il Verbo, per questa azione, è stato fatto, è divenuto uomo: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Quest’azione, in forza della quale questa concreta natura umana non è una persona distinta dal Verbo, ma è stata assunta nella Persona del Verbo, resta del tutto misteriosa. Non possiamo farcene una idea precisa, per mancanza completa di concetti desunti dalla nostra esperienza.
Cfr. 423   - Il “risultato” di questa “condiscendenza divina” è il seguente: questo uomo “Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme ...” e il Verbo, Dio da Dio, Luce da Luce, della stessa sostanza del Padre, sono una sola ed identica Persona. Ora è possibile avere una migliore comprensione dei testi fondamentali che esprimono questa certezza di fede della Chiesa: cfr. 467 e 469.
La conseguenza immediata è che “tutto, quindi, nell’umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio, non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze e così pure la morte” (468) (2)

3. Ora possiamo chiederci: perché questo avvenimento? Quale è il suo significato? Che cosa spinse il Verbo ad incarnarsi? “Se uno medita con pietà e diligenza il mistero dell’Incarnazione, scoprirà in esso una così grande profondità di sapienza da superare la capacità umana di capire ... Capita dunque che a chi riflette con venerazione, si manifestino sempre più ragioni di questo mistero” (S. Tommaso d’Aquino, CG IV, 54; 3922).
Cfr. 458  - Che cosa spinse il Padre ad inviarci il suo Figlio Unigenito? È stato il suo Amore per noi (cfr. 1Gv 4,9; Gv 3,16). Ma ci si potrebbe chiedere ulteriormente: perché l’Amore del Padre ha scelto questa forma di manifestarsi? Seguendo l’insegnamento di S. Tommaso, possiamo pensare che questo modo, scelto dal Padre, per dirci il suo Amore, abbia le seguenti ragioni.
 a) L’uomo è chiamato ad una beatitudine infinita, alla comunione con Dio. La distanza infinita fra il suo desiderio ed il compimento, può portare l’uomo o alla disperazione o alla rassegnazione: a “decurtare” i suoi desideri (“et sic circa inquisitionem beatitudinis homo tepesceret, ipsa desperatione detentus). Unendo la natura umana alla Persona del Verbo, il Padre dice all’uomo che egli può unirsi a Lui. E così dona all’uomo la speranza dell’intero compimento del suo desiderio.
 b) “Secondo l’orientamento al fine, non esiste nulla di più grande della persona umana all’infuori di Dio, nel quale solamente si trova la perfetta beatitudine dell’uomo”. Avviene che spesso l’uomo, ignorando la sua dignità, ponga lo scopo della sua vita in un bene creato. Unendo la natura umana alla Persona del Verbo, il Padre mostra che l’uomo è destinato a niente altro che all’immediata comunione con Dio.
 c) L’amore (di amicizia) è reciproco: nella reciprocità l’amore raggiunge la sua pienezza, il suo gaudio supremo. La Rivelazione della volontà del Padre di chiamare l’uomo all’amicizia con Dio, ben difficilmente avrebbe convinto l’uomo, stante l’infinita distanza: quale amicizia è possibile fra due infinitamente distanti? L’incarnazione del Verbo supera ed, in un certo senso, annulla questa distanza: “vi ho chiamati amici, non vi chiamo più servi”.
Cfr. 460 - Quale fine si propose il Padre, inviandoci il suo Figlio unigenito? Il Padre, per un’imperscrutabile ragione, ha deciso di renderci partecipi della divina filiazione propria del suo Verbo: l’inenarrabile amore del Padre ha voluto l’Unigenito come “Primogenito tra molti fratelli”. Ha concepito e predestinato gli uomini “ a essere conformi all’immagine del Figlio suo”. Per questo “.... ha inviato il suo Figlio, perché ricevessimo l’adozione a figli”.
Cfr. 459  - Ma poiché di fatto l’uomo, chiamato ad essere figlio nel Figlio, è un peccatore, l’opera del Verbo Incarnato ha una finalità essenzialmente redentiva.

4. Dunque, la verità centrale della nostra fede riguardante Cristo, è la seguente: il Figlio di Dio si è fatto uomo realmente. Perciò “la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell’anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e volontà, e del corpo umano di Cristo” (470).
 Quando consideriamo l’umanità del Verbo incarnato, due regole o criteri inviolabili devono guidare imperativamente la nostra considerazione:
Cfr.  471-478  - le esigenze inalienabili della dignità infinita della Persona del Verbo;
 - le esigenze, anch’esse inalienabili, della verità del suo essere uomo.

CONCLUSIONE

 Ora possiamo comprendere meglio i Nomi con cui la Chiesa chiama il Verbo incarnato, con cui lo invoca.
Cfr. 430-435  Gesù (nome rivelato dall’Angelo a Maria) = è il nome che indica sia l’identità sia la missione. Esso, infatti, significa: Dio salva.
Cfr. 436-440  Cristo (= unto/messia) = nome per sé non proprio. Lo diventa perché solo Gesù compie perfettamente la missione messianica.
Cfr. 441-445  Figlio di Dio = nome che indica la relazione unica ed eterna di Gesù con Dio il Padre.
Cfr. 446-451  Signore = esso indica la sovranità divina. Chiamare perciò Gesù Signore è credere nella sua divinità.

 Esiste una tradizione nella Chiesa orientale, di grandissima importanza e profondità spirituale, nota come la preghiera del cuore o preghiera di Gesù. Essa consiste nel ripetere, seguendo il ritmo del respiro, la seguente preghiera: “Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”.



(1)  Quando si citano i numeri o fra parentesi nel testo o in calce ci si riferisce ai numeri (non alle pagine) del Catechismo della Chiesa Cattolica

(2)  E’ importante che comprendiamo bene il modo con cui la fede della Chiesa parla di Cristo, del Verbo incarnato: la logica o “grammatica” per così dire del nostro parlare di Gesù, poiché “ a causa di parole sconsiderate, si cade nell’eresia” (S. Tommaso).
 La regola fondamentale è la seguente. Posso designare Cristo con il termine concreto corrispondente a ciascuna delle due nature: Dio - Uomo. In questo modo indico lo stesso soggetto: il Verbo incarnato.
 Posso poi attribuirgli l’una o l’altra proprietà, l’una o l’altra azione, che gli competono in ragione o dell’uno o dell’altra natura, sia che lo indichi in un modo o nell’altro. Esempio: Dio ha sofferto; quest’uomo era prima di Abramo.



 
 SCHEDA DI LAVORO
(Incontro  8-9-96: il Mistero dell’Incarnazione)

1. Si può cominciare con una lettura continua del testo del Catechismo della Chiesa Cattolica dal n° 422 al n° 478, per avere subito una “visione d’insieme”.
 
2. E’ bene poi iniziare con la lettura e spiegazione dei principali testi biblici cristologici: Fil. 2,6-11; Gal. 4,4-7; Ef. 1,3-10 ed il Prologo al vangelo di Giovanni e della Lettera agli Ebrei (1,1-4). (Ovviamente, si deve sempre partire da una buona esegesi).
 
3. Leggere poi e studiare attentamente i nn. 461-464 ed alla fine, leggere assieme il testo di Calcedonia riportato al n. 467, fermandosi con grande attenzione ad ogni espressione.
 
4. A questo punto, chiedersi:  a) quali sono oggi i principali errori circa Cristo? Riprendono, sotto altra forma, quelli indicati nei nn. 464-467?
b) ci sono attitudini pratiche nelle nostre comunità che implicano una visione lacunosa della persona di Cristo?

5. Se resta il tempo, si può leggere assieme qualche pagina di un grande poeta o teologo contemporaneo, che parlino della persona del Verbo Incarnato.